Di Monica Della Volpe
Chi di noi ha avuto il privilegio di sperimentare, pur fra le inevitabili umane mancanze e tribolazioni, maternità e paternità cristiana sia nella famiglia, sia nella Chiesa, sia nella vita consacrata – e senz’altro dobbiamo porci fra questi privilegiati – difficilmente arriva a comprendere il perché del dissacrante rifiuto della paternità e maternità che travaglia la società odierna. Eppure, se ogni calamità proveniente dal mondo o dagli inferi è anche correzione da Dio, dobbiamo risolverci a indagarne più profondamente le radici ecclesiali: ciò che scatena i flagelli è sempre la colpa del popolo eletto – noi.
Nel Popolo cristiano la Parola di vita si è impoverita, la fonte inaridita, le ricchezze della nostra eredità sono dissipate o perdute. La Parola – e l’esperienza lo conferma – non è un libro, è una vita e può essere trasmessa solo tramite viventi. Se la riduciamo a libro, si atrofizza.
Ma se il vecchio babbo è divenuto cieco ed è in miseria; se la povera mamma è invecchiata nel lavoro e nelle preoccupazioni e passa dal brontolare al piangere; se l’eredità, il tesoro famigliare è sepolto lontano in un paese sconosciuto, che farà il giovane? Dove andrà a cercare la sua vita e la sua fortuna? È questa la situazione tratteggiata nel Libro di Tobia, e può adattarsi a molte delle nostre situazioni e generazioni, che o hanno del tutto dilapidato il tesoro, o non ne trovano più le vie.
A questo punto ci serve una guida. Un compagno, sì, uno che ci accompagni, perché Tobiolo non può viaggiare solo; ma questo compagno dovrà avere due caratteristiche.
Per prima cosa, dovrà conoscere bene le strade per la Media, ovvero dovrà poterci condurre al fine cui tendiamo, il recupero del patrimonio perduto. Come seconda caratteristica, dovrà essere uno di cui ci si possa fidare, uno dei nostri.
Saremo poi baciati in fronte dalla Provvidenza se ci sarà capitato di imbatterci (e niente capita a caso) nell’Arcangelo Raffaele in persona: quella grande Guida, quel grande medico, capace di discernere e curare sia il male che affligge queste nostre giovani generazioni, il terribile demonio Asmodeo, pervertitore e nemico dell’amore e della vita, del matrimonio e della famiglia in specie; e di curare anche la cecità in cui sono incautamente incappate le generazioni anziane, pur nella loro ansia di fare il bene.
Ecco: questo accompagnatore dovrà essere una guida, dovrà conoscere le vie, dovrà conoscere i segreti ed i misteri di Dio e della sua Provvidenza, dovrà individuare i mali dei suoi protetti e dovrà anche essere un medico capace di curarli. Se poi non sarà l’Arcangelo Raffaele, dovrà possedere queste qualità, almeno un po’, almeno un pochino, almeno per non ingannarci e non fuorviarci.
Questa guida dovrà pur saperci spiegare qualcosa; dovrà istruirci, dovrà nutrirci con la Parola di Dio.
Nei Padri l’immagine più frequente della paternità/maternità ecclesiale non è quella dell’esercizio dell’autorità paterna, ma quella del nutrimento materno. Si compiacciono di ricorrere, con san Paolo, alla metafora dell’allattamento per parlare della loro stessa predicazione. Parlano poi della necessità di passare a un cibo solido, di spezzare il pane; non disdegnando di sbriciolarlo nel latte per abituare le giovani bocche al cibo.
Tutto questo indica nutrimento e pedagogia per le prime età dello spirito. Così parla S. Ambrogio:
“Nella tentazione la nostra anima riceve vita dalla Parola di Dio. Questa è infatti la sostanza vitale della nostra anima, ciò da cui è nutrita, accresciuta e guidata. Nient’altro fa vivere l’anima dotata di ragione quanto il colloquio con Dio. La Parola di Dio, quando è ricevuta, compresa e accolta, fruttifica nella nostra anima e ne aumenta la vita; al contrario se viene a mancare il colloquio con Dio nella nostra anima, la sua vita viene mano. (…) Perciò, posponendo tutto il resto, dobbiamo porre ogni attenzione nel raccogliere le Parole di Dio, perché diventino in noi il principio direttivo della coscienza, delle sollecitudini, dei pensieri e delle azioni”.
Quando avremo raggiunto la sostanza della nostra anima, quando la nostra coscienza si sarà illuminata e arricchita, allora la guida potrà anche accomiatarsi da noi, non senza averci invitati alla Lode:
«Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene
che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti
gli uomini le opere di Dio, come è giusto, e non esitate a ringraziarlo. È bene
tenere nascosto il segreto del re, ma è motivo di onore manifestare e lodare le
opere di Dio. (Tobia 12, 6)
Allora Tobi disse: «Benedetto Dio che vive in eterno, benedetto il suo regno;
egli castiga e ha compassione,
fa scendere agli inferi, nelle profondità della terra e fa risalire dalla grande perdizione: nessuno sfugge alla sua mano. (Tobia, 13,1)
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