di Rita Bettaglio
Si fa un gran parlare, oggi, di abusi: abusi di ogni genere e in ogni campo. Quelli che fanno più notizia sono senz’altro quelli che maggiormente sgomentano perché riguardano bambini o persone sotto qualche profilo ‘deboli’. Ma cos’è l’abuso?
Dal punto di vista etimologico la parola italiana ‘abuso’ deriva dal latino abusus che a sua volta trae origine dal verbo deponente abutor, composto da ab (da) ed utor. (usare). Indica un usare al di là del lecito o in modo contrario alla natura stessa della cosa usata. Corrisponde all’inglese misuse, uso distorto, improprio.
Tutti i liceali ricordano certamente le roventi parole di Cicerone a Catilina: Quousque tandem, Catilina, abutére patentia nostra? Fino a quando, o Catilina, abuserai della nostra pazienza? Cioè approfitterai, userai oltre il limite dell’umana decenza?
Per fare un paragone medico abusare è come usare un farmaco in maniera impropria, con un dosaggio sbagliato (per eccesso o difetto) o al di fuori delle indicazioni terapeutiche per cui è approvato, uso che si denomina off-label.
Perciò tutte le volte che qualche facoltà o prerogativa viene usata in maniera impropria possiamo parlare d’abuso: normalmente, però, per uso improprio s’intende quello per eccesso, potendo anche porsi, in alcuni casi, quello per difetto. Ad esempio dei genitori che non si occupino dei figli o non li educhino, abusano per difetto della loro facoltà e dovere genitoriale. É intrinseco il fatto che l’abuso abbia vantaggi, almeno apparenti, per chi lo pratichi e danni per chi lo subisca.
Troviamo esempi in molte situazioni, sia legate al diritto che nella vita quotidiana: abuso di potere, abuso d’autorità, abuso di credulità popolare, abuso di sostanze, fino al più comune abuso della fiducia o della pazienza altrui.
Da questa breve riflessione ‘lessicale’ possiamo già arrivare ad una prima osservazione: abusare è possibile in ogni campo e in ogni situazione. Di più: il confine tra uso e abuso è molto sottile e difficile da fissare in quanto entrano in gioco fattori soggettivi e relazionali.
Ci sono abusi evidenti e facilmente riconoscibili, come quelli, ad esempio, che procurano conseguenza materiali. Ad esempio, secondo l’attuale mentalità, le punizioni corporali che nelle scuole del Regno Unito erano in vigore fino a pochi anni fa col favore dei genitori. In questo caso vediamo che nel definire abuso tali pratiche ha grande importanza la sensibilità dell’epoca: dare uno schiaffo a un bambino discolo negli anni ‘50 era considerato normale, ora non più. Ecco un altro elemento da tener presente. Le condizioni sociali, culturali e di sensibilità hanno il loro peso nella percezione di una condotta come abusante. Ad esempio nella Regola, san Benedetto prescrive punizioni anche corporali, ad esempio ai fanciulli o a chi non intende altri tipi di correzioni. Ciò sarebbe oggi considerato un abuso ed è per questo che non è secondo lo spirito della Regola stessa applicarla ‘alla lettera’.
A questo punto è lecito domandarsi se si possa fissare un criterio universalmente valido per definire l’abuso.
Normalmente l’abuso fa riferimento alla legge, naturale, positiva o divina, ad una regola accettata, ad un costume sociale. Così recita il dizionario alla voce ‘abuso’: “Uso cattivo, eccessivo, illecito; violenza fatta alla legge, trasgressione del costume sociale; arbitrio per cui si eccede dai limiti del proprio diritto o della propria funzione”.
Notiamo qui un altro elemento: per distinguere l’uso dall’abuso è necessaria una pietra di paragone, una norma, legge o regola. Se l’uso di qualcosa è normato, ciò che eccede la norma si configura come abuso. Tuttavia non esistono solo le leggi positive, ma anche la legge naturale e quella della retta coscienza che fa (o, almeno, faceva, fino a pochi decenni fa) percepire una certa cosa come sbagliata o sconveniente. Questi due aggettivi hanno significato diverso: il primo si riferisce alla giustizia e l’altro all’opportunità e alla dimensione sociale. Si aveva, fino a qualche decennio fa, una legge morale che cresceva in noi coll’educazione familiare e scolastica, che faceva distinguere il bene dal male. Non che si facesse sempre il bene, ma più di adesso si aveva contezza delle proprie azioni. Un comune sentire, maturato in secoli di civiltà cristiana, faceva da argine, interiore ed esteriore all’abuso. Esempio tipico è quello che si chiamava ‘il comune senso del pudore’, ora completamente perduto in nome di una libertà fasulla e svilente.
Un tipo di abuso sottile ma dilagante è quello dei mezzi d’informazione. Essi attualmente, non perseguendo più lo scopo per cui sono stati creati (l’informazione) e non avendo più come obiettivo la verità, molto spesso abusano del loro ruolo, dell’autorità che rivestono per influenzare, manipolare e creare dal nulla la realtà. É quello che Gramsci ha insegnato: ripetere tante volte una menzogna o una mezza verità, che è pur sempre una menzogna, la fa accettare come verità. Attenzione, perché questo vale sia per chi l’ascolta che per chi la pronuncia, e può portare il mentitore, il manipolatore, l’abusante a credere di agire rettamente. Al fondo di questo, come di molti abusi, c’è un principio antropologico malato, ma che oggi va per la maggiore (purtroppo anche nella Chiesa): la verità non è oggettiva e conoscibile, ma soggettiva, cangiante e misteriosa. É un atteggiamento che ha un fondo gnostico ed è il grosso problema della modernità.
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