di fr. M. Louis Merton
Pubblichiamo la traduzione di un articolo di Thomas Merton sulla formazione in uno dei Padri Cistercensi, Adamo di Perseigne, “uno dei più famosi direttori spirituali del suo tempo”.
L’articolo risale agli anni ‘50; è chiaro che molti termini qui impiegati hanno subito un notevole rigetto nel linguaggio del rinnovamento monastico dagli anni 70 in poi, in particolare il “disprezzo del mondo”, che per gli autori medievali è normale.
Eppure l’autore, Thomas Merton, da monaco padre Luis, è passato attraverso tutta la cultura di quel “mondo” fatto di libertà sfrenate che da allora sino ad oggi non ha desistito dall’influenzarci con i suoi “dogmi”, in particolare il sesso libero e tutti i suoi associati e derivati.
Oggi, di fronte a una umanità liquida, manipolabile dalle mode e dalle opinioni, in definitiva dal potere, possiamo chiederci se non sarebbe un guadagno recuperare qualcosa di questo sguardo e della concezione antropologica che lo fonda.
Possano questi autori farci ritrovare le radici, il senso, la logica di quel linguaggio e dei valori sottostanti.
Adamo, Abate di Perseigne, fu in seno all’Ordine Cistercense come anche al di fuori di esso, uno dei più famosi direttori spirituali del suo tempo. Ci ha lasciato una collezione di lettere che portano l’impronta dello spirito dei nostri Padri e che rimangono testimonianze dell’età d’oro dell’Ordine. Parecchie di queste lettere trattano esplicitamente della formazione dei novizi. Adamo era stato Maestro dei novizi di Perseigne, corrispondeva con altri maestri dei novizi e direttori spirituali dell’Ordine, come Osmond de Mortemer e G., il destinatario della lettera 11ª, che era forse Maestro dei novizi a Pontigny.
L’esame di qualcuna di queste lettere ci farà entrare in una miniera di idee molto ricche il cui studio che qui iniziamo senza pretendere di essere esaurienti, potrà essere utile a motivo del valore pratico di questo insegnamento.
Come tanti nostri Padri cistercensi, Adamo era uno psicologo penetrante e possedeva una conoscenza approfondita dell’animo umano. Era però anche teologo e conosceva Dio nella Rivelazione che Egli ha fatto di se stesso. Vedeva tutte le cose – la vita monastica in particolare – centrate sul Mistero di Cristo. Dunque il suo pensiero è centrato sulla conoscenza di Cristo vivente nella Chiesa e operante nelle anime attraverso lo Spirito Santo. Di là viene che quando Adamo tratta della formazione dei monaci cistercensi, non parla solo di virtù da acquistare o di discipline esteriori (che trovano d’altronde posto nella sua teologia), ma parla soprattutto di vita in Cristo, di vita nello Spirito, di Cristo vivente in noi. Parla dell’uomo nuovo che è creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità.
Verità, luce, santità, grazia – altrettante manifestazioni di Cristo che vive nelle nostre anime. Formare un novizio (…) è allora liberare in lui quella forma spirituale impiantata nella sua anima con la grazia: è educare, cioè «far uscire» in lui i tratti di Cristo. La questione non consiste tanto nell’imporre dal di fuori al novizio una forma rigida e superficiale, quanto piuttosto nel far crescere una vita e far irradiare dall’intimo una luce fino a che questa vita e questa luce prendano possesso di tutto l’essere, avvolgano di grazia e di libertà tutte le sue azioni, e rendano testimonianza a Cristo che vive in noi.
La visione di Adamo sulla vita cistercense è caratterizzata dal buon senso, dall’ampiezza di vedute, dalla profondità. Essa forma un tutto organico; non disprezza né rigetta nulla di ciò che è buono. Tiene conto di tutto l’uomo, chiamato a trovare il suo posto nel Cristo totale. È realista, semplice, e notevolmente spirituale. Essa è fondata sulle verità fondamentali della vita cristiana: la nostra unione a Cristo nei Suoi Misteri, attraverso la mediazione della Beata Vergine Maria.
L’ascetismo di Adamo è basato, come quello di san Benedetto, sul silenzio, l’umiltà, l’obbedienza e l’amore. È un ascetismo in cui le virtù sono virtù di Cristo in noi – che noi acquistiamo non tanto ricercandole come tali – quanto cercando Cristo Stesso.
La vita nuova
Il postulante che entra in un monastero cistercense viene da un mondo deformato. Questa deformità dell’uomo vecchio dev’essere eliminata e sostituita dallo «splendore» dell’uomo nuovo, di una nuova forma, la somiglianza a Cristo. Un novizio è veramente quello che implica il suo nome, solo quando si sforza di disfarsi dell’uomo vecchio e di «riprendere forma» sotto gli splendori di una vita nuova: novæ vitæ splendoribus informentur (584) [*][1].
(…)
Un novizio è una persona riempita dello splendore della santa novità: sanctæ splendor novitatis. Lo splendore della vita nuova consiste essenzialmente in tre cose: la castità, l’amore e la disciplina. Il ruolo della disciplina è di donare alle nostre vite un’eleganza esteriore che manifesti l’amore e la purezza interiori dei nostri cuori. …Splendor et elegantia disciplinæ; quæ dum irreprehensibiliter observatur exterius, significari per hoc videtur et castimoniæ et dilections affectus (587). E qui si vede la relazione che Adamo stabilisce tra perfezione esteriore ed interiore. Nella sola perfezione esteriore non c’è splendore, non c’è bellezza. Questa perfezione è morta: un corpo senz’anima. Essa non è vivificata dallo splendore di Cristo. L’amore di Cristo risorto e la verginità sono le due sorgenti da cui sgorga in noi la vita che è la luce degli uomini.
Il novizio riprende forma nella bellezza dell’uomo nuovo applicandosi a vivere una vita “raddrizzata”, più retta: studium correctioris vitæ. L’idea contenuta nel correctior non è tanto quella di una vita «più stretta», ma di una vita «più vera», maggiormente in accordo con lo spirito di Cristo.
Lo splendor novitatis nella nostra «vita nuova» procura gloria all’Agnello; la vita nuova è un’irradiazione che proclama la Sua santità e il Suo amore per noi: Splendor est et gloria novitatis (587).
Qual è la deformità dell’uomo vecchio di cui è necessario sbarazzarsi? È l’insania vanissimæ vetustatis (615): il turbamento dello spirito, vanità, difformità dell’anima, l’amentia insani amoris, letteralmente la demenza, la follia dell’amore corrotto, come dice san Paolo, è la condizione di un’anima «corrotta dal desiderio dell’errore cioè che segue le passioni ingannevoli» (Ef IV, 22).
Cosicché diventare novizio è cercare una «terapia», farsi curare per questo disordine dell’anima che ci fa amare ciò che è irreale.
Qui novitiari desiderat a vanissimæ vetustatis ejus insania cor avertat, alioquin non poterit novis sapientiæ interesse studiis nisi prius amota insani amoris amentia, factus fuerit compos mentis (615).
Come san Bernardo, Adamo vuole anzitutto, prima di elevarlo all’unione con Dio, rendere all’uomo una purezza naturale e un’anima risanata. Compos mentis, padrone della propria mente. Questa restaurazione è evidentemente un’opera della grazia che ci rende capaci di entrare nella schola Christi, la scuola della Sapienza divina.
La prima cosa che la vita cistercense deve effettuare in noi è di farci riprendere, risanare i nostri sensi. Senza di ciò, tutto il nostro progresso apparente nell’ascesi e nella preghiera sarà deformato dall’amentia l’insipienza dell’uomo vecchio e dello smarrimento del suo amore alla ricerca di ciò che è vano e irreale.
Questa «padronanza dei nostri sensi» è realizzata dalla fede, dall’amore e dall’obbedienza. E questo è possibile solo alla condizione di deciderci a dimenticare il mondo che abbiamo lasciato dietro di noi (615).
Il disprezzo del mondo è l’inizio del nostro ritorno a noi stessi e a Dio; precede il secondo gradino che è l’entrata in Monastero e il disprezzo della carne. Viene poi il terzo gradino: il timor Dei. Il quarto: la confessio, adesione senza riserve alla verità e abbandono definitivo di tutto ciò che noi difendiamo di falso dentro di noi. (Cfr. 621)
Da Collectanea n° 19/1957- [traduz.P. C. Dumont]
* Le cifre tra parentesi rinviano alle col. di MIGNE, P. L. vol. 211.
Visualizzazioni: 31