di Patrizia Girolami, ocso
La rivista Communio sulla “proprietà”
La questione della proprietà privata continua a occupare un posto centrale nel dibattito etico, sociale e politico, poiché chiama in causa il rapporto tra la persona, i beni e il bene comune. Nella tradizione cristiana essa è stata costantemente interpretata alla luce del principio della destinazione universale dei beni. Se i Padri della Chiesa ne evidenziano il carattere relativo, riconducendola all’ordine storico segnato dal peccato, con Tommaso d’Aquino la proprietà privata viene riconosciuta come legittima, in quanto favorisce una più ordinata amministrazione dei beni e la pace sociale, pur rimanendo sempre subordinata al bene comune. La dottrina sociale della Chiesa ha successivamente riaffermato il valore della proprietà quale diritto della persona e della famiglia, precisando, tuttavia, che esso non è mai assoluto, ma trova il proprio fondamento e il proprio limite nella destinazione universale dei beni e nella funzione sociale della proprietà.
A questa tematica è dedicato l’ultimo fascicolo della rivista francese Communio (2026/4), che raccoglie diversi contributi volti ad approfondirne le implicazioni bibliche, storiche, filosofiche e sociali. Particolarmente significativo è l’editoriale di Jean-Gabriel Piguet, ricercatore e docente di Filosofia morale presso l’Università di Friburgo, Limiter la propriété ou se battre contre des moulins ? («Limitare la proprietà o combattere contro i mulini a vento?»), nel quale l’autore ripercorre lo sviluppo della dottrina cristiana sulla proprietà privata, mettendone in evidenza i principali snodi storici e concettuali e mostrando come il principio della destinazione universale dei beni abbia rappresentato il criterio costante attraverso cui la tradizione ecclesiale ne ha definito il significato e i limiti.
Per la particolare rilevanza della riflessione proposta, ne presentiamo di seguito una sintesi dei principali contenuti.
Le encicliche sociali, da Giovanni Paolo II a papa Francesco, ribadiscono che la proprietà privata è un diritto legittimo, ma mai assoluto, poiché è subordinata al principio fondamentale della destinazione universale dei beni. Tale impostazione affonda le proprie radici nella Scrittura: fin dalla Genesi il divieto di mangiare dell’albero della conoscenza introduce un limite al desiderio umano di appropriazione, ricordando che l’uomo non è il proprietario assoluto della creazione. Anche dopo il peccato, Dio continua a richiamare Israele al fatto che la terra appartiene a Lui e che gli uomini ne sono soltanto amministratori e usufruttuari. Analogamente, il cristiano è chiamato a vivere come amministratore dei beni ricevuti, evitando l’avidità del possesso. Di fronte alle moderne forme di appropriazione, che tendono a estendere la logica proprietaria alle risorse naturali, al corpo umano e perfino alla vita nascente, riemerge con forza la necessità di riscoprire il limite, di tutelare i beni comuni e di riaffermare la distinzione tra le persone, che non possono mai essere oggetto di possesso, e le cose.
Come conciliare, dunque, il diritto alla proprietà privata con la sua imprescindibile funzione sociale e con la destinazione universale dei beni, evitando che la logica del possesso prevalga sulla dignità della persona e sul bene comune? È attorno a questo interrogativo fondamentale che si sviluppa l’intera riflessione.
La tradizione cristiana difende un diritto naturale alla proprietà?
In verità, per oltre un millennio, il pensiero cristiano non ha riconosciuto alla proprietà privata un fondamento di diritto naturale. Sebbene il magistero recente, in particolare la Fratelli tutti, la definisca un diritto naturale derivato e subordinato al principio della destinazione universale dei beni, per oltre un millennio il pensiero cristiano ha sostenuto una prospettiva diversa. Sant’Agostino, ad esempio, riteneva che la proprietà privata fosse una conseguenza del peccato e dell’ordine giuridico umano, mentre, secondo il diritto divino, la terra appartiene unicamente a Dio e gli uomini ne sono soltanto partecipi. Questa concezione, condivisa anche dalla tradizione canonistica medievale, viene parzialmente rielaborata da Tommaso d’Aquino, il quale riconosce l’utilità della proprietà privata per una migliore amministrazione dei beni e per la pace sociale. Tuttavia, anche per Tommaso essa appartiene propriamente al diritto positivo, che determina concretamente un principio naturale più generale, mentre l’uso dei beni deve rimanere orientato al bene comune e alla destinazione universale delle risorse.
Dalla concezione agostiniana, che non le riconosce un fondamento naturale e la considera legata all’ordine giuridico umano, fino alla prospettiva tomistica, che ne ammette la legittimità in funzione di una migliore gestione dei beni e della tutela della pace sociale, la dottrina cristiana sulla proprietà privata rimane pur sempre subordinata al principio della destinazione universale dei beni e orientata al bene comune.
Alla ricerca dell’«assolutismo liberale»
La Rerum novarum segna una svolta nella dottrina cristiana sulla proprietà privata. Pur ispirandosi a Tommaso d’Aquino e opponendosi al collettivismo, Leone XIII introduce alcune importanti novità: considera la proprietà un diritto naturale dell’uomo, la collega direttamente al lavoro personale e la presenta come un diritto anteriore allo Stato. Questi elementi avvicinano la sua concezione ad alcune tesi del giusnaturalismo moderno e, in particolare, di John Locke, per il quale il lavoro fonda il diritto di appropriazione e la proprietà precede la società politica. Tale convergenza mostra come la dottrina sociale della Chiesa abbia in parte recepito categorie proprie del pensiero liberale, influenza che si ritrova, con diverse modulazioni, anche nei pontefici successivi. Tuttavia, il testo invita a non identificare semplicemente il liberalismo con un assolutismo della proprietà: una rilettura più attenta di Locke evidenzia infatti che anche il filosofo inglese riconosce limiti naturali all’appropriazione e considera l’avidità del possesso una deriva da correggere. La critica cristiana dell’assolutismo proprietario risulta, quindi, più complessa di una semplice contrapposizione tra dottrina sociale della Chiesa e pensiero liberale.
Il nucleo dell’argomentazione è, dunque, questo: la concezione moderna della proprietà come diritto naturale individuale entra in parte anche nella dottrina sociale della Chiesa a partire dalla Rerum novarum; tuttavia, né il magistero né lo stesso Locke identificano la proprietà con un diritto assoluto e illimitato.
La coerenza della dottrina sociale contemporanea
Nonostante il suo sviluppo storico, la dottrina sociale della Chiesa ha elaborato una concezione della proprietà sostanzialmente coerente, che nega ogni forma di assolutizzazione. Il diritto di proprietà è riconosciuto, ma resta sempre subordinato a un’origine superiore e ai doveri morali derivanti dalla destinazione universale dei beni. Il magistero di Giovanni Paolo II contribuisce a chiarire questa prospettiva spostando la critica del capitalismo dal piano economico a quello antropologico ed etico: il problema non è tanto l’esistenza della proprietà privata, quanto la mentalità dell’accumulazione e dell’avidità che può accompagnarne l’esercizio. Per questo la proprietà può essere vissuta secondo una logica diversa, orientata al bene comune, alla solidarietà e al dono. Il diritto di proprietà, dunque, non impedisce una critica cristiana del capitalismo, ma anzi esige un uso responsabile dei beni, capace di opporsi alle dinamiche egoistiche e possessive.
In sintesi: la dottrina sociale della Chiesa non rifiuta la proprietà privata, ma ne propone un uso eticamente orientato, subordinato al bene comune e alla destinazione universale dei beni, spostando l’attenzione dal diritto di possedere al modo di possedere e di usare i beni.
Dalla parte del Vangelo
L’articolo si conclude con una riflessione profondamente evangelica. Prima ancora di essere una dottrina economica, l’economia cristiana è stata una scena di salvezza: il luogo nel quale il dono apre il cielo e Dio stesso indica i suoi “banchieri”, cioè coloro che amministrano i beni mettendoli al servizio degli altri.
Con l’aiuto della grazia, il cristiano è chiamato a diventare, secondo la celebre espressione di Ambrogio di Milano, un “buon usuraio”: uno che presta al Signore facendo elemosina ai poveri.
La vera garanzia dell’investimento cristiano non è costituita dal profitto economico, ma dal Vangelo stesso, che il Signore ha lasciato come pegno della sua promessa. È questo l’unico investimento destinato a conservare il proprio valore anche oltre la morte.
Le parole di S. Cesario d’Arles, che fanno da esergo al volume, sono la migliore conclusione: «Se la carità è in te, per quanto grande sia la tua ricchezza, essa sa che cosa deve farne. Sa perfettamente, da sé, a chi e quanto donare, che cosa distribuire e che cosa conservare; sa discernere quanto deve deporre come tesoro nel cielo per l’anima e quanto invece mettere da parte nel mondo per il sostentamento del corpo. È un’ottima amministratrice, fratelli: sa fare provvista durante l’estate per avere di che vivere in inverno; cioè sa essere previdente facendo l’elemosina in questo mondo, per ritrovare quei beni nel mondo futuro» (Sermoni, 29, 2).
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