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Ancora obbedienza e abuso

Ancora obbedienza e abuso

Proseguiamo la riflessione appena iniziata, cercando di portarla avanti in parallelo con altre riflessioni, più classiche, su quell’obbedienza in cui abbiamo sempre creduto – e crediamo. 

Senza una fede profonda nel fatto che l’abate nel monastero, come dice la Regola di Benedetto, tiene il posto di Cristo, la vita monastica di sempre non esisterebbe più – e sarebbe un peccato. E tuttavia l’irrompere nella nostra epoca di scandali senza proporzione: abusi di autorità, abusi di coscienza, abusi spirituali, abusi sessuali non può più lasciarci “come prima”.

La nostra prima reazione è stata: “non è possibile, è tutta una operazione di stampa e di propaganda, per un caso si vuole infangare tutta una realtà ecclesiale”; e pensiamo che sia vero anche questo. Le vittime degli abusi non sono solo quelle propriamente dette, ma anche molti, specialmente sacerdoti, accusati senza alcun fondamento, soltanto per vendetta personale o per odio. E tuttavia purtroppo c’era anche una realtà cui per molto tempo non volevamo credere.

Dopo esserci arresi all’evidenza, dopo il difficile e doloroso lavoro pastorale di cui abbiamo avuto luminosissimi esempi – pensiamo anche solo a Benedetto XVI – quali sono le conseguenze da trarre per noi? Non è così facile individuarle, ancora meno sapere cosa fare.

Per non sprecare parole inutili, ricorriamo solo all’esperienza personale, o comunque alle fonti a noi accessibili. Già accennavamo in un articolo precedente a quello che era l’atteggiamento richiesto e quasi universalmente accolto nel passato.

Se un superiore maggiore, nei confronti di una Badessa o di una Comunità, prendeva atteggiamenti o provvedimenti che non rientravano nei suoi poteri; se li prendeva sulla base di delazioni infondate e senza le necessarie verifiche (probabilmente accuse fatte da qualche monaca sulla Badessa), nessuno si sarebbe mai permesso di parlare di abuso: solo si parlava di necessità di fede, obbedienza, se necessario di olocausto e imitazione di Cristo. Di Cristo non si citavano né si ricordavano certamente le lunghe battaglie per difendere la verità, le pesantissime arringhe contro i farisei: ma soltanto quel “Jesus autem tacebat” che segnava la fine del suo percorso. (E in gran parte è ancor oggi così).

Andiamo a rileggerci la corrispondenza fra due Badesse della prima parte del XX secolo [1], donne di fede e donne intelligenti, e cogliamo anche l’umorismo che trapela fra le righe della loro sia pur convinta obbedienza:

Cara Reverenda Madre e amatissima figlia, (…) mi sono intrattenuta prima con il Rev. Padre Procuratore e poi con sua paternità Reverendissima circa il nostro affare finanziario ed entrambi sono fermamente del parere che si debba lasciare questa somma a interesse (…). Quanto a costruire e a sistemare, il Rev. Padre Immediato non vuole e il Definitorio neppure. Ecco una posizione ben netta, non è vero, mia carissima madre! Ho meditato a lungo le parole della frase ripetuta da san Benedetto nel suo quarto grado di umiltà: ‘Imposuisti homines super capita nostra’. Le donne non hanno testa, ci vogliono gli uomini sopra di loro! Lasciamoci dominare: è obbedendo che Gesù ci ha riscattati e salvati. Io sono talmente tranquilla quando lascio fare a Lui! Egli ha previsto le nostre tribolazioni, le vuole: esse sono il prezzo della sua gloria e delle anime. Farà tutto Lui: nolite timere!

Inutile precisare che quello che le due madri si proponevano, oltre che essere necessario per la salute delle sorelle in una casa che era attualmente una catapecchia, rientrava perfettamente nelle loro prerogative canoniche. Erano altri tempi, certamente.

In ogni caso, Madre Pia non poteva non avere e non esercitare discernimento proprio, senso del dovere, iniziativa, e questo continuava a dare fastidio. Una delle accuse principali fu la sua ostinazione nell’accogliere le novizie che si presentavano anche se prive della dote minima richiesta dal diritto – dote che poi essa stessa procurava, tramite la propria famiglia, che era abbiente, o amici del monastero; ma l’indicazione dei superiori rimaneva che: non era necessario accogliere altri membri!

Sta di fatto che si approfittò volentieri delle prime calunnie che si poterono cogliere per far “rapire” Madre Pia dall’oggi al domani, senza preavviso per la comunità, e farla condurre in un monastero in Svizzera. La risposta di Madre Pia edificò gli esecutori stessi della poco nobile impresa.

Fra le righe di una sua lettera leggiamo la sua reazione di fede ancora condita di ironia:

Il soffio potente di vento, che sferzò per qualche istante la natura in quel primo venerdì di aprile, avvolse poi l’anima della dolcezza dello Spirito e mi portò qui. (…) Sono convinta che quelle persone che hanno provocato la raffica divina, hanno agito per la gloria di Dio e hanno tanto cercato Dio che l’ho trovato io. (1951)

Citiamo questa vicenda della prima metà del XX secolo convinte che sia solo una delle tante, simili, sepolte nella storia, e che hanno contribuito a purificare e forgiare nella fede le anime dei nostri santi e delle nostre sante. Che cosa c’è dunque oggi di diverso?

C’è quello che è accaduto, c’è quello che Dio ha permesso venisse a galla.

E perché lo ha permesso? È bene o è male che siano venuti alla luce i risvolti spesso poco o nulla santi della pratica della santissima virtù dell’obbedienza?

Dipende anche da noi. Sarà un bene, se coglieremo un modo migliore, un modo più simile a quello di Dio di proporre e di vivere questo bene sommo; sarà un male se approfitteremo dello scandalo per sbarazzarci del tutto del bene, per negarlo, per sostituirvi i mali della ribellione, della volontà propria, della superba e capricciosa istintività.

In ogni caso, qualcosa di serio è accaduto e comunque avrà un seguito. Mi viene da fare un parallelo con la stagione delle rivoluzioni sociali, di cui quella francese è solo la più nota. Ci sono stati tempi e luoghi in cui le distinzioni fra le classi sociali potevano essere e apparire non soprattutto un male, quanto una fisiologica necessità per il mantenimento della società. E’ chiarissimo che le differenze sarebbero soltanto un bene se derivassero dalla libera scelta e dalle attrattive e attitudini di ciascuno, mentre normalmente sono anche un male in quanto imposte dalla condizione di nascita. Ma quando – quasi sempre – divengono uno strumento di sopraffazione e sfruttamento, questo può divenire insopportabile, gridare vendetta davanti agli uomini e davanti a Dio, determinare conseguenze di sangue. La storia non procede in modo lineare, ma procede e vi sono avvenimenti da cui non si torna indietro se non apparentemente e per poco. Oggi non è più pensabile in Europa la distinzione di classi che c’era nel XVII e XVIII secolo.

Egualmente, oggi non è più pensabile il rapporto fra uomini e donne, genitori e figli unanimemente accolto nel XIX secolo. Se al loro posto ci sarà soltanto la società rivoluzionata, avremo perso l’occasione e, per la legge del pendolo, si determinerà una più forte e forse universale dittatura.

Se si riuscisse invece a mantenere e a potenziare quei guadagni di giustizia sociale, di cura per ogni essere umano basata sul rispetto della sue dignità, di cura di rapporti più umani fra tutti che sono la conseguenza, diretta o indiretta della presenza fra noi di Cristo, andremmo verso quella civiltà dell’amore che sembra invece sfuggirci come un sogno.

 

Analogamente, nella vita religiosa. Se la crisi degli abusi ci porterà a rifiutare l’autorità sarà una tragedia, ci ritroveremo sotto il più brutale dei poteri, quello del mondo, ma più grave perché in materia di anima. Se riusciremo a lasciarci illuminare il cuore e l’anima, saremo davanti a una occasione unica per meglio distinguere il bene e il male nel nostro vivere, divenire realmente quello che siamo e poter percorrere liberamente la via della santità.

Dobbiamo interrompere questa riflessione, che riprenderemo, ma non prima di avere rivisitato almeno uno o due casi più recenti di abuso di potere nella vita religiosa.

Nel 2016 una consorella, Badessa di un altro Ordine, mi scriveva nella stretta di una decisione difficile. C’era stata una lettera di calunnia nei suoi confronti, partita da una sorella della comunità; a questa aveva fatto seguito una visita Apostolica, inviata dal Dicastero. La visita aveva potuto riscontrare alcuni problemi nella comunità, che erano oggettivi ma non corrispondevano alle delazioni contenute nella lettera.

I Visitatori, un Abate e una Badessa, erano ripartiti senza lasciare alcun documento, neppure un parere chiaro dato oralmente, sulla situazione. Dolorosamente, sembra che questa sia una prassi molto comune. Per molto tempo nulla era arrivato, nulla si era sentito; fino a che un giorno arriva un decreto di soppressione della comunità.

Continuiamo a chiederci come questo sia possibile, tanto più non trattandosi di un caso isolato, vorremmo lasciare la domanda aperta ai quattro venti.

Comprensibilmente angosciata, la giovane Badessa, che conoscevo e stimavo, mi chiede un consiglio: che cosa debbo fare? Non ho più la possibilità di tornare nella comunità da cui provengo. Mi lasciano libera di scegliere fra la dispensa dai voti per tornare a casa per curare la mia mamma, che è ammalata, e la possibilità di andare nel monastero X – che era quello da cui erano partite le manovre per la soppressione. Che cosa posso fare?

Di getto le ho risposto: Dio gradisce l’obbedienza, accetta questa proposta.

Oggi, conosciuto il seguito e i particolari, dolorosissimi, della storia, non risponderei più così. Questa vicenda ha segnato uno spartiacque nella mia vita.

Aggiungo che i visitatori erano religiosi conosciuti e stimati. Che cosa non girava bene, che cosa non funzionava nel sistema? Che cosa non funziona?

 

Monica Della Volpe

_____________

[1] Una è madre Pia Gullini, che abbiamo citata nell’articolo precedente, l’altra la Badessa di Laval, in Francia. Le due superiore avevano insieme pensato di disporre di una somma depositata in banca per allargare e riparare il piccolo, infelice, malsano monastero di Grottaferrata, in cui le monache italiane erano state condotte – ma si potrebbe anche dire deportate, dato che la misura era stata adottata d’autorità, solo per avvicinarle al controllo del superiore della casa maschile e con la minaccia alternativa di una soppressione. I superiori, Ordinario, Abate Generale, Procuratore (tutti provenienti da grandi e belle Abbazie) si opposero ai più che necessari lavori. Cfr Madre Pia Gullini, di M. Augusta Tescari, Cantagalli, 2016, pagg. 106 segg.

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Pubblicato in Abusi, Riflessioni

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