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Avendo presente la salvezza delle anime

Avendo presente la salvezza delle anime

di Rita Bettaglio

Dom Guillaume, nell’omelia per la festa di san Bernardo, si domandava se fosse ancora possibile fare santo uno come Bernardo di Chiaravalle, i cui toni furono quantomeno decisi, per usare un eufemismo. Ad uno come lui un’accusa d’abuso d’autorità oggi non sarebbe probabilmente mancata.

Che dire poi, al giorno d’oggi, dei padri del deserto e di san Benedetto stesso?

Ci ho riflettuto nell’alveo del tema degli abusi, oggi così presente nel dibattito ecclesiale.

Anzitutto mi è venuto da domandarmi: perché oggi non si parla d’altro che d’abusi e, dopo una prima fase che riguardava gli abusi sessuali, ora impazza il tema di quelli spirituali?

Il fenomeno è più diffuso che nel passato? C’è forse oggi una particolare sensibilità verso questa tematica? Se sì, quali le sue radici?

Ritengo sia sempre bene prendersi un po’ di tempo e riflettere su queste obiezioni elementari che talora saltano alla mente quando si sente parlare continuamente di un argomento. Quando nella società improvvisamente s’inizia a parlare di una cosa e, dopo poco, questa diventa argomento pressoché ubiquitario, e non si parla d’altro, è necessario chiedersi il perché. Sappiamo infatti che nulla avviene per caso e spesso ciò che accade sottende dinamiche che non possono essere ignorate e possono rispondere a logiche eterodosse.

Ci domandiamo, quindi: perché ovunque si parla d’abusi e, specificatamente, d’abusi spirituali? Mentre l’abuso fisico o sessuale è facilmente documentabile, quello spirituale si compone di una quantità di elementi soggettivi che ne rendono insidiosa la verifica. Ciò che può essere abuso spirituale verso una persona, può non esserlo per un’altra. L’abuso spirituale, perciò, per la propria assoluta delicatezza, abbracciando il foro interno, è qualcosa da maneggiare con cura e con assoluta discrezione e prudenza. Oserei dire con quel timor di Dio di cui la Scrittura dice: initium sapientiae timor Domini; o, come prescrive san Benedetto, avendo sempre presente che in tremendo iudicio Dei facienda erit discussio (RB 2,6). Perché le anime sono terra sacra e bisogna levarsi i sandali prima d’entrarci, come fu comandato a Mosè dinanzi al roveto ardente.

L’abuso spirituale riguarda lo spirito, l’anima e coinvolge la dimensione naturale ma, soprattutto, quella spirituale e soprannaturale. I possibili rimedi, quindi, non li troveremo adottando unicamente strumenti umani o tipici del mondo.

Riguardo agli abusi spirituali si sentono le opinioni più disparate ma molta parte di esse sono afflitte da una visione ‘mondana’ del problema. Si pensa allora d’adottare misure mutuate dalla società secolare, come se la Chiesa si esaurisse in una realtà umana e mondana. La Chiesa è una realtà umana e divina, tanto che il Codice di diritto canonico si chiude con l’affermazione “avendo presente la salvezza delle anime, che deve sempre essere nella Chiesa legge suprema” (CDC, can. 1752): è la salus animarum la suprema lex della Chiesa. Niente di meno.

C’è chi pensa a psicologi, a valutazioni, a controlli interni alle comunità religiose stesse per sorvegliare e stroncare sul nascere gli abusi spirituali. Ma la vita religiosa e la Chiesa sono nel mondo ma non sono del mondo, potremmo dire parafrasando la Lettera a Diogneto.

Gli abusi ci sono? Certo. Ma, come per le malattie, non tutti sono malati. Si combattono le malattie, si curano i malati, si cerca di far prevenzione vivendo in un modo sano, ma non si può trattare ogni persona, ogni comunità, come un potenziale malato. Questo fraintendimento è pericoloso, nel mondo come nella Chiesa, perché può portare alla stessa deriva cui si propone di porre rimedio.

Se ignoro che ci possano essere abusi spirituali, sono fuori dalla realtà, ma lo sono anche se penso che ogni relazione sia a rischio abuso. Perché così rendo, forse, impossibili le relazioni abusanti, ma anche quelle sane.

Ricordo sempre, dagli studi liceali, quel brano de La coscienza di Zeno in cui il protagonista, Zeno Cosini, dopo aver saputo dal proprio analista, il dottor S. che per muovere un passo devono azionarsi 54 muscoli, non riesce più a camminare.

Se noi pensassimo che dietro ogni relazione si nasconde il rischio di un abuso, non faremmo come il povero Zeno che si trova impossibilitato a muovere un passo? Non saremmo come quei medici che vivono nel terrore di una denuncia o quegli insegnanti che non possono più correggere un alunno?

Siamo davvero sicuri che gli strumenti che la Chiesa ha sempre utilizzato e che sono a disposizione, non siano più sufficienti, ma bisogna introdurne di nuovi, copiando quelli che il mondo propone e che, magari, fra qualche tempo, si riveleranno inadeguati anche per i contesti mondani per cui sono stati progettati?

Perché nella Chiesa, come dice san Paolo, il combattimento non è contro creature fatte di carne e sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (cfr. Ef 6,12). Le armi di questa battaglia non sono perciò quelle del mondo. La Chiesa lo sa fin da quel tafferuglio, all’uscita dell’orto degli Ulivi in cui san Pietro recise l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote con un colpo di spada.

“Allora Gesù gli disse: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada” (Mt 26, 52).

Riflettiamoci.

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Pubblicato in Riflessioni

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