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Carisma religioso e gestione patrimoniale nel nostro tempo

di Padre Giovanni Dal Piaz Ordine Benedettino Camaldolese

 

  1. La dinamica vocazionale.

Molteplici cambiamenti stanno trasformando in profondità la fisionomia e la geografia della presenza ecclesiale nella società italiana. Sono processi che riguardano la Chiesa nel suo insieme quindi diocesi, istituti religiosi, associazioni laicali.

Un insieme di cambiamenti che ha, tra le altre cose, ricadute sempre più evidenti e di difficile soluzione proprio nell’ambito della gestione economica e patrimoniale. Il fattore che in buona misura sempre più è venuto ad influenzare la vita degli istituti è il persistente calo vocazionale che rende impossibile garantire il ricambio generazionale. Ciò ha portato a partire dagli anni 80 del secolo scorso ad una costante diminuzione nel numero dei consacrati (Tab. 1 e grafico 1).

Il quadro che il dato statistico delinea è più movimentato di quanto una facile idealizzazione del passato possa far immaginare. Nell’arco di 150 anni la dinamica vocazionale non è stata omogenea. Il clero risulta in costante diminuzione. La vita religiosa dopo che due successive soppressioni, quella napoleonica (1810) poi la sabauda (1861-1866), avevano disperso le comunità, alienati patrimoni e gli edifici conventuali ponendo una seria ipoteca sulla sopravvivenza stessa di istituti, conosce una ripresa, che per il mondo femminile si traduce in una vivace espansione (Tab. 2) almeno fino agli anni 70 del novecento.

È da allora che si riscontra una netta inversione di tendenza, che sembra penalizzare proprio le realtà che nei decenni precedenti avevano conosciuto un maggior consolidamento vocazionale: le religiose (-19,6% nel periodo 2001-2011) ed i religiosi (-14,0%, sempre per stesso arco temporale).

Un calo facile a spiegarsi: le nuove vocazioni non compensano la diminuzione dovuta per la gran parte alla mortalità degli anziani e, in misura minore, alle richieste di lasciare il sacerdozio o essere dispensati dai voti. Mentre in molte diocesi, in particolare al centro-sud, da sempre ci si trova a dover fare i conti con scarsità di clero, non così per la vita religiosa. Gli Istituti che nei  decenni tra il 1920 e il 1970 durante la fase di crescita vocazionale avevano realizzato molteplici presenze territoriali (comunità, scuole, opere assistenziali, eccetera) ora, nel volgere di pochi anni, si trovano a dover cambiare radicalmente prospettiva. Dalla espansione alla contrazione, dalla fondazione alla chiusura, dalla crescita alla riduzione. L’adattamento alla nuova situazione risulta particolarmente difficile in quanto sfuggono le ragioni e l’estensione del cambiamento. Nella interpretazione delle trasformazioni si oscilla tra il pensare (o sperare) che sia solo una fase congiunturale, come altre ve ne sono state nella storia, e quindi tra qualche tempo riprenderà il flusso di nuove vocazioni e l’intuizione che il panorama spirituale delinea uno scenario del tutto nuovo, una svolta nella sensibilità religiosa destinata a durare a lungo. La concomitanza con il rinnovamento sollecitato dal Vaticano II porta alcuni a collegamenti superficiali: l’aggiornamento conciliare avrebbe dissolto la saldezza e forza della testimonianza allentando i legami comunitari a favore di una deriva verso il soggettivismo, l’individualismo, l’attivismo. In realtà la crisi vocazionale era già percepibile con gli anni cinquanta (Tab. 1) quando si rallenta il tasso di crescita del personale ecclesiastico e si intreccia con cambiamenti che trasformano la fisionomia sociale e religiosa dell’Italia.

Anzitutto vi è un profondo mutamento nella dinamica demografica: le famiglie hanno meno figli e in un contesto sociale nel quale diminuisce la stima e si erode il prestigio della istituzione ecclesiale c’è una minor disponibilità a considerare la consacrazione religiosa (o l’ordinazione presbiterale) come una auspicabile scelta di vita.

Un disinteresse riflette il venir meno dell’impegno familiare per la formazione religiosa dei figli sempre più delegata o alla parrocchia o all’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Ciò significa una svalutazione del discorso religioso non più considerato fondamentale per lo sviluppo e la maturità relazionale dei figli, ma collocato nell’ambito di quelle scelte complementari che possono essere assunte anche in età adolescenziale o da adulti. Il venir meno della trasmissione familiare della religiosità porta con sé anche una crescente ignoranza sull’identità delle tradizionali figure del prete, del religioso, della religiosa.

Un secondo fattore che influisce sulla disponibilità a riconoscere ed accogliere una vocazione al servizio e alla testimonianza evangelica in ambito ecclesiale è l’affermarsi di una visione secolarizzata dell’esistenza. In una società che elabora le proprie istituzioni “come se Dio non ci fosse” la religione diviene opzione certamente legittima, ma personale. Non sta più al centro e al fondamento del patto sociale, ma diviene scelta del tutto individuale, esprimendo non più un “noi” sociale bensì la singolarità di un “io”. La Chiesa e le istituzioni che in essa operano si trovano di fronte non ad un rifiuto ostile, ma piuttosto ad una indiretta messa in discussione della loro legittimità. La dimensione istituzionale della religione ha senso in quanto realizza, governa e garantisce la relazione con Dio, ma nella cultura sociale contemporanea si guarda a Dio all’interno di un irrisolto dubbio sulla sua effettiva esistenza. Ne viene che il “credere in Dio” non si associa più (o si indentifica sempre meno) con l’idea di certezza, di assolutezza al di là di ogni dubbio. E’ piuttosto un credere probabilistico, leggero, incerto così come ben si coglie tra le generazioni più giovani. Quando ad un ventenne/trentenne si chiede se egli creda in Dio la risposta è nella maggioranza dei casi affermativa, ma con specificazioni del tipo: “probabilmente è così”, “mi piacerebbe che fosse così”, “certe volte penso che sia così” che relativizzano e limitano la “certezza”. Un Dio comunque percepito come buono, misericordioso nel senso di comprensivo verso il male e il peccato, che è possibile conoscere e incontrare nell’intimità di se stessi, nella meditazione/preghiera personale, nella contemplazione del creato senza bisogno di particolari mediazioni. Ne viene una identità e sensibilità religiosa poco interessata alle appartenenze ecclesiali avvertite spesso come superflue, non necessarie per conseguire una autonoma e personale relazione con il sacro, con Dio. Un quadro nel quale l’erodersi della saldezza del credere si accompagna all’indebolirsi del senso di appartenenza ecclesiale e ad un generalizzato declino … (segue)

 

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