di Rita Bettaglio
Il numero 302 (novembre-dicembre 2025) della rivista internazionale cattolica Communio, edizione in lingua francese, è completamente dedicata a un tema ‘caldo’ del dibattito ecclesiale e della vita religiosa: il rapporto tra autorità e potere, quale esso sia effettivamente oggi nella Chiesa e quale debba essere secondo l’insegnamento perenne di Cristo e della Chiesa stessa.
I contributi sono numerosi e tutti interessanti. Per concreti limiti di spazio ci soffermeremo solo sull’editoriale, a firma Christophe Bourgeois, caporedattore dell’edizione francofona di Communio[1]. Tale editoriale propone una sintesi degli interventi che compongono il fascicolo e ne fornisce una chiave di lettura. Ovviamente la lettura dei singoli contributi permetterebbe di entrare più in profondità nel tema e nel punto di vista dei singoli autori che nell’editoriale è, ovviamente, mediato e sintetizzato dal caporedattore.
Bourgeois parte dalla constatazione che, da tempo, il concetto d’autorità è messo in discussione: già nel 1958 Hannah Arendt parlava dell’autorità come di qualcosa del passato: “l’autorità è scomparsa dal mondo moderno”, scriveva. Accanto a questa scomparsa, si avverte, però, annota Bourgeois, un legittimo, quanto incerto, desiderio di restaurazione. Per affrontare la dicotomia declino-restaurazione dell’autorità, è bene tener presente che non c’è solo una “crisi di autorità” ma anche una perdita del significato stesso di questa parola. Citiamo le parole stesse dell’Editoriale: “La confusione che permane attorno a questo concetto condanna in anticipo tutte le posizioni che pretendono, attraverso slogan, di difendere o restaurare l’autorità dello Stato, del sistema scolastico o della magistratura. Inoltre, i cristiani saranno presto arruolati in questa crociata: l’autorità di Dio fornisce un comodo pretesto per ogni forma di autoritarismo. Come osserva anche Hannah Arendt, è spesso un approccio puramente funzionale all’autorità che ne richiede il “ritorno”: è perché si cerca di ripristinare l’obbedienza dei subordinati che l’autorità viene difesa. La conseguenza, per l’autrice, è ovvia: “useremo la violenza e affermeremo di aver ripristinato l’autorità”. Chiunque può facilmente verificare oggi la validità di tale pretesa”.
É perciò necessaria una comprensione più chiara e precisa di cosa sia l’autorità, sia nella società civile che nella vita della Chiesa. Questo da parte di tutti, perchè anche i cristiani appaiono non immuni da fraintendimenti a riguardo. Questo è lo scopo del presente quaderno di Communio.
Punto di partenza è la distinzione tra potere e autorità: il pensiero cristiano ha fatto propria la distinzione tra le nozioni romane di potestas e auctoritas. Di questo tratta il contributo di Jean-Marie Salamito. Nella Repubblica romana – almeno in teoria – la potestas apparteneva al popolo, mentre l’auctoritas spettava al Senato, autorità morale che tutela la conformità ai principi fondanti l’Urbe. Scrive infatti Cicerone: “Cum potestas in populo auctoritas in senatu sit”. Questa distinzione, passata nel pensiero cristiano, illumina il significato del termine greco exousia nel celebre passo della Lettera ai Romani: «Non c’è autorità se non da Dio costituita» (Rm 13,1). L’autorità, perciò, è trascendente e vi è un’“asimmetria” tra “le cose di Dio” e “le cose di Cesare”, su cui i Padri fondano la loro comprensione del potere politico ma anche del ruolo dei cristiani nella città.
L’autorità, allora, apparterrebbe alla trascendenza divina mentre la potestas all’ordine dell’immanenza umana.
Secondo Arendt “la fondazione della città di Roma si è ripetuta nella fondazione della Chiesa cattolica”: ciò però viene contestato da Bourgeois perchè il carattere sacro della fondazione di Roma sta nella fondazione stessa e tale sacralità non ha origine divina. Non si tratta semplicemente di un dibattito storico tra due modi di ricostruire la genealogia dell’autorità in Occidente.
La reinterpretazione cristiana della distinzione tra autorità e potere non si limita a distinguere il principio del potere dal suo esercizio: la trascendenza dell’autorità divina impedisce radicalmente al potere di fondarsi e lo rende, secondo la formulazione decisiva di Émilie Tardivel, «veramente inappropriabile nel suo fondamento.»
Il rapporto escatologico dei cristiani con il tempo politico conferma l’autonomia della città ordinandola alla dinamica della salvezza, affinché l’ordine della carità trasformi ogni cosa.
“L’autorità di Cristo”, scrive Bourgeois, “ci permette di cogliere questo paradosso alla radice e di apprezzarne la novità. Sebbene la lingua greca disponga di una sola parola, exousia, e manchi un equivalente per la coppia potestas-auctoritas, il modo in cui gli evangelisti interpretano l’exousia di Cristo mostra come egli possa esercitare il suo potere in modo giusto e libero proprio perché non può appropriarsi di ciò che è un dono gratuito del Padre”.
Il potere e l’autorità di Cristo sono inseparabili dalla sua obbedienza al Padre: in essa Egli è pienamente libero. Thomas Söding mostra anche come la tradizione sinottica interpreti la singolare autorità di Cristo attraverso la tensione tra il suo potere e la sua impotenza, in particolare quando appare sulla croce come il giusto sofferente, compiendo la sua opera di salvezza proprio attraverso questa impotenza. La novità decisiva introdotta da Cristo risiederebbe dunque nell’unità inscindibile tra autorità e missione nella sua persona. Questo punto varrebbe la pena di essere maggiormente chiarito ed esplicitato per evitare qualunque fraintendimento: rimandiamo perciò alla lettura dell’intero intervento di Thomas Söding.
Terzo contributo è quello di Stefano Biancu, dal titolo “L’autorità come mediazione − Gaston Fessard e Giuseppe Capograssi”. Egli presentando l’opera di Capograssi, sottolinea il legame indissolubile tra autorità e ricerca della verità. L’autorità è quindi concepita in termini di dispiegamento della personalità nel tempo, di umanizzazione dell’umanità. Biancu propone un paragone tra il lavoro di Capograssi e quello del gesuita Gaston Fessard, autore del saggio Autorité et bien commun, scritto durante l’occupazione tedesca della Francia nel corso della II guerra mondiale.
Giuseppe Capograssi scrisse, alla fine della Prima Guerra Mondiale, nel suo primo saggio filosofico, che “l’autorità è un bene inestimabile e fragile che gli uomini credono di avere inseparabilmente unito alla loro natura; non sanno che essa è il risultato difficile e faticoso di un’intera vita dedicata alla verità, e che si perde e scompare senza speranza se la verità si oscura nell’anima”.
Anche a questo riguardo, per una maggiore comprensione, sarebbe bene rifarsi direttamente al contributo di Biancu in quanto l’editoriale, per ovvie ragioni di spazio, fa solo rapidi accenni. Notiamo di sfuggita che entrambe le opere, di Capograssi e Fessard furono concepite sulla scia di drammatici eventi bellici e, senza dubbio, risentono degli stessi.
Bourgeois dichiara che il presente quaderno di Communio deve molto alla definizione di autorità di Fessard, come “volere la propria fine”, poiché “la fine dell’autorità” è “scomparire nel compimento di se stessa”. Annotiamo che il testo utilizza la parola francese la fin, femminile, che corrisponde all’italiano ‘la fine’ e non il maschile le fin, ‘il fine’. La realizzazione del bene comune a cui l’autorità mira presuppone giustamente che nella costituzione della società l’autorità stessa sia solo mediatrice e quindi non possa essere assolutizzata, conclude Bourgeois.
La tensione tra auctoritas e potestas è tanto più esposta a fraintendimenti e abusi quando si parla e si agisce – e quindi si esercita il potere – in nome di Dio. L’articolo di Thomas Söding ci ricorda che, mentre gli evangelisti mostrano la necessità di un “trasferimento di autorità” da Gesù ai Dodici e ai loro successori affinché l’exousia del Figlio possa continuare a essere esercitata concretamente per tutti i cristiani, essi prevedono immediatamente le tentazioni di coloro che ricevono la missione di partecipare a questa autorità del Figlio. Quest’ultima può essere vissuta solo nell’obbedienza al Figlio e, perciò, essa richiede un distacco più radicale. Solo in questo modo lo Spirito del Crocifisso ci trasforma.
Su questo punto, bisogna evitare d’interpretare la vita della Chiesa secondo un modello puramente politico o sociologico, cioè puramente umano. Puntualizza Bourgeois: “La potestas al suo interno è innanzitutto legata alla celebrazione dei sacramenti da cui deriva: contrariamente a quanto si sente dire qua e là, il legame intrinseco tra le funzioni di governo e il sacerdozio ministeriale non mira dunque a stabilire e perpetuare il dominio, ma piuttosto, al contrario, a far dipendere ogni potere dal Servo crocifisso, la cui grazia si diffonde attraverso l’attualizzazione del Mistero pasquale nella liturgia”. Ne consegue che il sacerdozio ministeriale non mira a stabilire e perpetuare il dominio, ma piuttosto, al contrario, a far dipendere ogni potere dal Servo crocifisso, la cui grazia si diffonde attraverso l’attualizzazione del Mistero pasquale nella liturgia. Analogamente, l’auctoritas diun vescovo o di un papa presuppone un legame con le auctoritates che lo precedono, nonché la conformità dei suoi atti e delle sue parole alla regula fidei, che il sensus teologico dei fedeli può percepire e verificare. La permanenza di un principio di autorità nella Chiesa, che in Occidente è (a torto) considerato un’incomprensibile vestigia del passato, garantisce paradossalmente l’uguaglianza di tutti i fedeli nella comunione.
Un certo grado di tecnicismo è inevitabile nell’esaminare concretamente queste questioni all’interno della struttura e della vita della Chiesa. Gli attuali dibattiti sulla sinodalità, a cui rispondono due articoli in questo numero, lo rendono necessario.
Bertram Stubenrauch rivisita il significato del magistero ecclesiastico, la cui autorità è stata talvolta messa in discussione dal cammino sinodale tedesco. L’autorità del magistero, egli scrive, attesta che “la Chiesa non deve nulla a se stessa e non insegna se stessa”. Esso garantisce anche la creatività dei battezzati, che si appropriano e attualizzano personalmente i doni ricevuti. Resta da comprendere il significato e le condizioni del suo esercizio: Bertram Stubenrauch difende così l’idea di una forma di “separazione dei poteri”, o quantomeno di una divisione del lavoro tra ricerca teologica personale e pronunciamenti magisteriali. Né i vescovi né i papi sono lì per “elevare il proprio punto di vista teologico […] al rango di dottrina indiscutibile e fondamentale per tutti”. Al contrario, coloro che, con il pretesto di democratizzare la Chiesa, vorrebbero cedere il potere dottrinale a un organismo partecipativo svincolato dal sacramento dell’Ordine rischiano di ridurre la comprensione della fede a una mera lotta di potere tra scuole teologiche.
Seguendo Eugenio Corecco, Libero Gerosa, da parte sua, esamina l’uso dell’espressione sacra potestas nel nuovo Codice di Diritto Canonico, per mostrare come la struttura sacramentale della Chiesa possa stabilire e garantire la cooperazione di tutti i fedeli nell’esercizio della potestas e quindi la comunione della Chiesa.
Anche i cattolici non si sottrarranno a un serio esame di coscienza a riguardo. Fratel Thierry-Dominique Humbrecht lo sollecita con forza. Le indagini, passate e in corso, sugli abusi sessuali ci ricordano che questi crimini possono essere perpetrati sotto la copertura di situazioni di controllo e posizioni di autorità di cui i predatori abusano. Esse ci esortano a prendere posizione oggi di fronte agli abusi di potere e di autorità che, al di là dei crimini sessuali, violano la libertà dei figli di Dio e deturpano la virtù dell’obbedienza, in particolare tra coloro che ne hanno fatto voto o promessa. L’autore evita qualsiasi attacco ad personam, ma parla di situazioni in cui ogni lettore può riconoscersi. È inutile cercare di eludere quest’esigenza di verità con il pretesto di salvare la faccia per preservare l’autorità: essa verrà solo maggiormente rovinata. Il significato stesso dell’autorità richiede questa radicale purificazione. Esige che si possa rendere conto dell’esercizio dell’autorità nella Chiesa: lì come altrove, lì più che altrove, l’esigenza di verità, a qualunque prezzo, permette di verificare che nessuno si appropri dell’autorità conferita.
Questo, in sintesi, l’editoriale di Bourgeois al quaderno di Communio, dedicato a “Potere e autorità”. Certamente i singoli contributi possono illustrare meglio e più dettagliatamente il pensiero dei rispettivi autori e, così facendo, potremmo comprendere meglio o anche, talora, dissentire dalle loro tesi. Il filo rosso che il caporedattore ci pare raccogliere e offrire come chiave di lettura dell’intero numero della rivista, altro non è che il fondamento della Chiesa cattolica: Gesù Cristo è Via, Verità e Vita ed è Lui, casto, povero e obbediente, il modello di ogni autorità sulla terra e nella Chiesa. L’autorità è perciò trascendente e sulla terra è partecipazione per grazia a quella divina, partecipazione voluta o permessa da Dio: come dice Nostro Signore a Pilato, Non haberes potestatem adversum me ullam, nisi tibi datum esset desuper (Gv 19,11), “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto”.
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[1] laico, classe 1975, sposato, padre di famiglia, insegnante di lettere nelle classi preparatorie a Sainte Marie de Neuilly ed autore, nel 2006, del volume Théologies poétiques de l’âge baroque, la Muse chrétienne (1570-1630).
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