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Credere nel progetto di Dio su un figlio

Credere nel progetto di Dio su un figlio

Dopo gli scandali degli abusi, è diventato molto difficile parlare di paternità e maternità nello spirito. Sembra quasi che queste parole, del tutto tradizionali e quasi bimillenarie nella storia del monachesimo, siano divenute sospette, sino a coinvolgere nel sospetto e far definire ambigua persino la Regola di San Benedetto (è capitato in qualificati ambienti monastici).

L’argomento abusi è grave, lungi da noi il prenderlo alla leggera; tuttavia non siamo disposte ad arrivare a questi estremi. Quello che dobbiamo ammettere, sì, certamente, è che in un’epoca in cui è difficilissimo essere autenticamente padri e madri e assumersi il peso di portare la vita, promuovere la vita, sostenere la vita, anche noi che dovevamo svolgere questo compito a livello spirituale abbiamo in tanti modi mancato.

E allora cerchiamo di riscoprire il compito in positivo, cerchiamo di capire cosa realmente è chiesto a un padre, a una madre nell’umile realtà quotidiana, cerchiamo di imparare di nuovo anche noi il compito che Dio ci affida. Abbiamo chiesto a una mamma:

Come credere nel progetto di Dio su un figlio, come crederci soprattutto davanti ad ostacoli e difficoltà?

Eccomi con un nuovo tema da sviluppare. Sono insegnante ma sono anche mamma ed è il compito più difficile. Sì, perché con mio figlio ho fatto errori educativi che non avrei mai fatto con i miei alunni. C’è un cordone ombelicale invisibile tra madre e figlio che a volte ci fa prendere decisioni di pancia e non razionali.

Con i miei alunni riesco a essere più obiettiva e distaccata con mio figlio, spesso emozioni come paura, preoccupazione e ansia offuscano decisioni razionali e ponderate.

Qui entrano in gioco i papà, il loro compito è proprio di tagliare questo cordone invisibile ogni volta che è necessario, a volte sembrano più duri e poco delicati, ma semplicemente sono più obiettivi.

Un altro metodo è aspettare che passi la tempesta delle emozioni prima di prendere qualsiasi decisione.

Ho affidato più volte mio figlio alla Madonna da quando è nato perché è sempre stato chiaro in me che non avrei sempre potuto proteggerlo o essergli a fianco, Lei Sì.

Nella preghiera ho spesso chiesto a Gesù di non smettere mai di chiamare a sé mio figlio e nel mio cuore ho dato la massima disponibilità per qualsiasi vocazione possa nascere in lui matrimoniale o Sacerdotale che sia. A mio figlio auguro di non si allontani mai troppo dal Signore perché conosco troppo bene cosa significa la lontananza da Dio e non la auguro a nessuno.

In alcuni momenti della mia vita non sono stata per niente una brava mamma; mamme non si nasce si diventa giorno dopo giorno, anno dopo anno.

I momenti più difficili sono quando i figli sono in difficoltà, quando soffrono si vorrebbe istintivamente togliergli la croce, ma sarebbe sbagliatissimo perché non crescerebbero e non maturerebbero. Il segreto è stare con Maria ai piedi della Croce pregare, esserci e fare tutto quello che è umanamente possibile affinché portino quella Croce, perché superino quella difficoltà specifica e quando non ci riescono aiutarli immediatamente a rialzarsi e a guardare avanti con Speranza, forza e coraggio.

Ognuno di noi, e quindi ogni figlio, ha una vocazione che deve scoprire progressivamente e non è così difficile.  Basta seguire i talenti che abbiamo, le passioni positive che abitano in noi e cavalcare l’onda. Non lasciarsi mai sfuggire le occasioni che a ognuno vengono date per realizzare pienamente la propria vita e allontanarsi da scelte egoiste o di ripiego.

“Allontanati dal male e fai il bene” è una dinamica che non deve mai cessare di essere presente dentro di noi è nelle persone vicine a noi anche nei figli.

Chi può dire di essersi definitivamente allontanato dal male, nessuno se siamo onesti con noi stessi; al massimo possiamo dire di essere allenati più di altri alla lotta Spirituale e come qualsiasi allenamento una volta capita la dinamica si può tramandare, si può aiutare qualcun altro ad allenarsi alla stessa lotta.

Se penso all’allenamento fisico intravedo alcune costanti che non cambiano: fatica, obiettivi da raggiungere, perseveranza, e il piacere di riuscire a “governare” il nostro corpo.

Si chiama propriocezione è quella percezione di avere ogni singolo muscolo del tuo corpo e ogni parte del tuo corpo sotto controllo per raggiungere un fine che ti sei dato. Può essere sciare, nuotare, ballare o qualsiasi altro gesto atletico. È una sensazione incredibile.

Sono i momenti in cui l’adrenalina è a mille e il tuo cuore scoppia e per pochi istanti superi la barriera del limite e vai oltre il possibile.

Pensiamo alla lotta Spirituale e al cammino spirituale: non si ha forse la stessa percezione di riuscire a “governare” i moti dell’anima per indirizzarli al Fine Ultimo e cioè all’Amore?

Certo un buon allenatore e una buona guida sono indispensabili per imparare queste arti…ma l’impossibile può diventare possibile per tutti anche per i figli.

Metilde

 

Che sorpresa…questa mamma ci ripropone persino l’ascesi, in versione di allenamento atletico come già san Paolo… Questa poi non ce l’aspettavamo.

«…In alcuni momenti non sono stata una brava madre maestra, una buona guida… In realtà da quando è entrata l’ho affidata alla Madonna perché ho sempre saputo che io non avrei potuto … Lei sì.»

Chissà se qualcuna di queste umili considerazioni materne non potrebbe fare anche al caso nostro?

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Pubblicato in Riflessioni

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