Nei monasteri benedettini è sempre stato di importanza fondamentale il Capitolo (discorso pronunciato nel Capitolo monastico) dell’Abate, o quotidiano o almeno settimanale. Più recentemente l’uso si è esteso anche alle Badesse. Questo genere di insegnamento è lo strumento formativo essenziale per la comunità monastica, in quanto pensato appositamente per quella comunità, quel tempo, quella circostanza. Contemporaneamente si deve trattare di un insegnamento solido, normalmente basato sia su fondamenti liturgici e scritturistici, sia sul grande magistero ecclesiale. A conclusione del mese del Sacro Cuore pubblichiamo parte di questo
Capitolo per il Sacro Cuore
di Madre M. Francesca Righi
Monastero di Valserena
Dal testamento spirituale di Francesco alla prima Esortazione apostolica di Leone XIV è come se l’amore del Cuore di Cristo fosse la grazia e l’annuncio ripetuto all’umanità in questi anni, dall’Anno del Giubileo della speranza.
Ritornare al cuore
Papa Francesco scrive:
In questo mondo liquido è necessario parlare nuovamente del cuore; mirare lì dove ogni persona, di ogni categoria e condizione, fa la sua sintesi; lì dove le persone concrete hanno la fonte e la radice di tutte le altre loro forze, convinzioni, passioni, scelte. Ma ci muoviamo in società di consumatori seriali che vivono alla giornata e dominati dai ritmi e dai rumori della tecnologia, senza molta pazienza per i processi che l’interiorità richiede. Nella società di oggi, l’essere umano «rischia di smarrire il centro, il centro di se stesso[1]. L’uomo contemporaneo, infatti, si trova spesso frastornato, diviso, quasi privo di un principio interiore che crei unità e armonia nel suo essere e nel suo agire. […][2]. Manca il cuore. (DN 9)
Ora, il problema della società liquida è attuale, ma la svalutazione del centro intimo dell’uomo – il cuore – viene da più lontano: la troviamo già nel razionalismo greco e precristiano, nell’idealismo postcristiano e nel materialismo nelle sue varie forme. Il cuore ha avuto poco spazio nell’antropologia e risulta una nozione estranea al grande pensiero filosofico. Si sono preferiti altri concetti come quelli di ragione, volontà o libertà. […] E non trovando un posto per il cuore, distinto dalle facoltà e dalle passioni umane considerate separatamente le une dalle altre, non è stata sviluppata ampiamente nemmeno l’idea di un centro personale in cui l’unica realtà che può unificare tutto è, in definitiva, l’amore. (DN 10)
Se il cuore è svalutato, si svaluta anche ciò che significa parlare dal cuore, agire con il cuore, maturare e curare il cuore. Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo. (DN 11)
L’enciclica Dilexit nos, pubblicata nel 2024, ci riporta dunque al centro della fede: l’amore di Cristo manifestato nel suo Cuore.
La tradizione del Sacro Cuore attraversa tutta la storia della Chiesa. Pensiamo a santa Lutgarda, santa Matilde di Hackeborn, santa Gertrude di Helfta, santa Angela da Foligno, Giuliana di Norwich; e poi a san Giovanni Eudes, san Francesco di Sales, santa Margherita Maria Alacoque e san Claudio de La Colombière. Santa Gertrude di Helfta racconta di aver appoggiato il capo sul Cuore di Cristo e di averne ascoltato il battito. E le dimensioni della spiritualità che da qui emergono: devozione, compunzione, consolazione, riparazione.
La povertà e il monachesimo
La Dilexi te di Papa Leone riprende questo tema con l’angolatura della povertà. Qui il monachesimo appare come il luogo in cui l’amore per i poveri si esprime come educazione dell’umanità, come luogo educativo.
In Occidente, San Benedetto da Norcia redasse una Regola che sarebbe divenuta la spina dorsale della spiritualità monastica europea. In essa, l’accoglienza dei poveri e dei pellegrini occupa un posto di primo piano: «Si usi sollecitudine soprattutto nell’accogliere i poveri e i pellegrini, perché è in loro che si accoglie maggiormente Cristo»[3].
Non erano solo parole: per secoli i monasteri benedettini sono stati luoghi di rifugio per vedove, bambini abbandonati, pellegrini e mendicanti. Per Benedetto, la vita comunitaria era una scuola di carità. Il lavoro manuale non aveva solo una funzione pratica, ma formava anche il cuore al servizio. La condivisione tra i monaci, l’attenzione ai malati e l’ascolto dei più vulnerabili preparavano ad accogliere Cristo che giunge nella persona del povero e dello straniero. L’ospitalità monastica benedettina rimane ancora oggi segno di una Chiesa che apre le porte, che accoglie senza chiedere, che guarisce senza esigere nulla in cambio.
Nel corso del tempo, i monasteri benedettini divennero luoghi che contrastavano la cultura dell’esclusione. I monaci coltivavano la terra, producevano cibo, preparavano medicine e le offrivano, con semplicità, ai più bisognosi. Il loro lavoro silenzioso era il lievito di una nuova civiltà, dove i poveri non erano un problema da risolvere, ma fratelli e sorelle da accogliere. La regola della condivisione, il lavoro comune e l’assistenza ai vulnerabili strutturavano un’economia solidale, in contrasto con la logica dell’accumulo. La testimonianza dei monaci mostrava che la povertà volontaria, lungi dall’essere miseria, è un cammino di libertà e di comunione. Essi non si limitavano ad aiutare i poveri: si facevano loro vicini, fratelli nello stesso Signore. Nelle celle e nei chiostri si è formata una mistica della presenza di Dio nei piccoli. […] L’abate era sia maestro che padre e la scuola monastica era un luogo di liberazione attraverso la verità. Infatti, come scrive Giovanni Cassiano, il monaco deve essere caratterizzato da «umiltà di cuore […], la quale conduce, non alla scienza che gonfia, ma alla scienza che illumina per mezzo della completezza della carità»[4]. Formando le coscienze e trasmettendo sapienza, i monaci contribuirono a una pedagogia cristiana dell’inclusione. La cultura, segnata dalla fede, veniva condivisa con semplicità. La conoscenza, illuminata dalla carità, diventava servizio. Così, la vita monastica si rivelava uno stile di santità e una via concreta per trasformare la società.
La tradizione monastica insegna in questo modo che preghiera e carità, silenzio e servizio, celle e ospedali, formano un unico tessuto spirituale. Il monastero è un luogo di ascolto e di azione, di culto e di condivisione. San Bernardo di Chiaravalle, il grande riformatore cistercense, richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri[5]. Per lui la compassione non era una scelta accessoria, ma il vero cammino della sequela di Cristo. La vita monastica, quindi, se fedele alla sua vocazione originaria, mostra che la Chiesa è pienamente sposa del Signore solo quando è anche sorella dei poveri. Il chiostro non è solo un rifugio dal mondo, ma una scuola dove si impara a servirlo meglio. Là dove i monaci hanno aperto le loro porte ai poveri, la Chiesa ha rivelato con umiltà e fermezza che la contemplazione non esclude la misericordia, ma la esige come suo frutto più puro»[6].
Magnifica humanitas: Il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano
Papa Leone, nella Magnifica humanitas, riprende il tema del limite, del cuore e della grandezza dell’essere umano.
Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che «l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio»[7].
È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio. Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente, proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore. Anche quando il limite si manifesta come dolore interiore, l’umana saggezza insegna a non rimuoverlo né a sopprimerlo, ma a integrarlo. […]»[8]
In conclusione
Questi tre testi del Magistero uniscono la grandezza dell’amore di Cristo attraverso la ferita del suo Cuore e la grandezza dell’essere umano attraverso l’esperienza della ferita che porta dentro di sé, l’esperienza del limite. E noi abbiamo bisogno di crescere in questo.
Vorrei concludere con una preghiera che il santo Padre a proposto ai vescovi spagnoli (8 giugno 2026) al temine del loro incontro:
Concludiamo questo viaggio spirituale con una preghiera del santo dottore [ndr. san Giovanni D’Avila] che ci ricorda che ogni rinnovamento ecclesiale nasce da un cuore configurato con Cristo: «Se mi mandate, Signore, a fare ciò che voi avete fatto, datemi il vostro cuore» (Sermone 57,20). Sia anche questa la nostra preghiera:
«Signore, dacci il tuo cuore, un cuore capace di alzare lo sguardo verso di te, di mettersi in cammino, di ascoltare, di discernere, di servire, di correggere con carità, di attendere con pazienza e di annunciare con gioia. Perché la Chiesa che riceve il cuore di Cristo porta con sé la colonna di fuoco che la guida, la sostiene, la difende e la conforta, il patrimonio necessario per affrontare qualsiasi sfida».
[1] San Giovanni Paolo II, Angelus, 2 luglio 2000: L’Osservatore Romano, 3-4 luglio 2000, p. 4.
[2] Ibid., Catechesi, 8 giugno 1994: L’Osservatore Romano, 9 giugno 1994, p. 5.
[3] Regula Benedicti, 53, 15: SCh 182, Parigi 1972, 614.
[4] Giovanni Cassiano, Collationes, XIV, 10: CSEL 13, Vienna 2004, 410.
[5] Benedetto XVI, Catechesi (21 ottobre 2009): L’Osservatore Romano, 22 ottobre 2009, 1.
[6] Leone XIV, Dilexit te, 55-58.
[7] Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano (9 febbraio 2026), 3.
[8] Cfr. Leone XIV, Magnificat Humanitas, nn. 118-120.
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