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Dom Columba Marmion, “dottore dell’adozione divina”

Paternità divina e adozione filiale nella sua dottrina spirituale.

Sr. Patrizia Girolami (OCSO)

Nel corso degli ultimi anni, se non decenni, il ruolo genitoriale si è radicalmente modificato nella nostra società e nelle nostre famiglie. In particolare il ruolo paterno è quello che più risente dei cambiamenti e del sovvertimento degli assetti familiari. Stiamo di fatto assistendo ad una lenta e progressiva disgregazione del nucleo familiare tradizionale e al lento declino del padre, al punto che, spesso, i figli si trovano a crescere senza la figura paterna.

Padre in crisi o padre assente, viviamo, dunque, ormai, in una società senza più padri. Eppure la completa assenza di un padre equivale a una catastrofe, con drammatiche conseguenze a livello psicologico, educativo, relazionale, identitario. Perché se non ci sono “padri”, non ci sono nemmeno “figli”, a meno di delegare la funzione genitoriale esclusivamente, ma in maniera insana, soltanto alla madre. I termini padre-figlio sono correlati. Avere un padre ed essere figlio vuol dire essere generato da, ricevere/riceversi da qualcuno con cui rimane una relazione fondamentale, primaria, fonte di ogni altra relazione. Vuol dire che prima di me c’è un “altro”, da cui provengo e con il quale rimango in relazione. Il “padre” rappresenta il misterioso senso dell’Origine che strappa all’autoreferenzialità e alla pretesa autonomia.

La perdita del padre ha conseguenze, lo sappiamo bene, anche dal punto di vista religioso, con la perdita anche di quel volto personale che Dio possiede in tutta la tradizione giudaico-cristiana, il volto del Padre.

Agli inizi del secolo scorso, invece, l’Abate benedettino di Maredsous, dom C. Marmion (1858-1923), maestro di spiritualità per generazioni e generazioni di uomini e donne, seminaristi e sacerdoti, religiosi e religiose, fino al Vaticano II, con la sua celebre trilogia di scritti – Cristo vita dell’anima (1917), Cristo nei suoi misteri (1919) e Cristo ideale del monaco (1922) – pone al centro della sua dottrina proprio un duplice, ma, in verità, unico tema: la paternità di Dio e la nostra adozione filiale in Cristo.

Qual è il nocciolo e l’essenza della vita cristina per Marmion? Partecipare da figli alla vita divina del Padre, essere figli di Dio nel suo unico Figlio, Gesù Cristo.

«Non comprenderemo mai niente – scrive Marmion in Cristo nei suoi misteri – non solo della perfezione e della santità ma neppure del semplice Cristianesimo se non ci persuadiamo che il fondo più essenziale è costituito dallo stato di figlio di Dio, dalla partecipazione, per mezzo della grazia santificante, alla figliazione eterna del Verbo incarnato. Tutti gli insegnamenti di Cristo e degli Apostoli si riassumono in questa verità, tutti i misteri di Gesù tendono a determinare questa realtà nell’anima nostra. Non dimentichiamolo dunque mai: ogni vita cristiana, come ogni santità, si riduce a questo: essere per grazia ciò che Gesù è per natura: il Figlio di Dio. In ciò è il sublime della nostra religione. La sorgente di tutte le grandezze di Gesù, del valore di tutti i suoi stati, della fecondità di tutti i suoi misteri è la sua generazione divina, la sua qualità di figlio di Dio. Allo stesso modo il santo più sublime del cielo è colui che quaggiù è stato figlio di Dio nel modo più perfetto e che meglio ha fatto fruttificare la grazia della sua adozione soprannaturale in Cristo. In conseguenza tutta la nostra vita spirituale deve posare su questa verità fondamentale e ogni nostra fatica per raggiungere la perfezione deve ridursi a custodire fedelmente e a far sbocciare nella misura più abbondante la nostra partecipazione alla figliazione divina di Gesù».

L’economia dei divini disegni, come vediamo fin dal 1° cap. di Cristo vita dell’anima, consiste per Marmion, nella nostra predestinazione a essere figli adottivi di Dio per mezzo di Gesù Cristo.

Secondo l’Abate di Maredsous la rivelazione ci insegna prima di tutto che «Dio è padre» e «dall’eternità, quando non splendeva ancora la luce creata sul mondo, Dio genera un Figlio, al quale comunica la sua natura, le sue perfezioni, la sua beatitudine, la sua vita» (Cristo vita dell’anima). Ma «ecco che Dio, non per aggiungere qualche cosa alla sua pienezza, ma per arricchire per suo mezzo altri esseri, estenderà, per così dire, la sua paternità. Questa vita divina, così trascendente, che Dio solo ha il diritto di vivere, questa vita eterna, comunicata dal Padre al Figlio unico, e, per loro mezzo, al loro Spirito comune, Dio decreta di chiamare delle creature a dividerla. Per un trasporto d’amore, che ha la sua sorgente nella pienezza dell’Essere e del Bene, che è Dio, questa vita traboccherà dal seno della divinità per raggiungere e beatificare, elevandoli al disopra della loro natura, degli esseri tratti dal nulla. A queste creature pure, Dio dà la qualità e farà sentire il dolce nome di figli. Per natura, Dio non ha che un Figlio; per amore, ne avrà una moltitudine innumerevole: tale la grazia dell’adozione soprannaturale (ibid).

L’adozione filiale è strettamente connessa al ruolo e alla figura di Cristo nel suo status di Figlio. Nel Figlio, che, con l’Incarnazione ha assunto la nostra umanità, anche noi diventiamo figli, partecipi di quella relazione d’amore e di quella piena di vita che il Figlio ha con il Padre. Siamo, infatti, oggetto della comunicazione d’amore divina: «Dio pretende darsi a noi non soltanto come bellezza suprema, oggetto di contemplazione; ma unirsi a noi, per essere, per quanto è possibile, una cosa sola con noi» (ibid). E «come effettua Dio questo disegno magnifico, pel quale egli vuole farci partecipi di questa vita, che eccede le proporzioni della nostra natura, che oltrepassa i suoi diritti e le sue energie, che non è reclamato da nessuna delle sue esigenze, ma che, senza distruggere questa natura, la colmerà di una felicità non sospettata dal cuore umano? Come Dio ci farà “entrare nella società ineffabile” della sua vita divina per farcene condividere l’eterna beatitudine? Adottandoci come suoi figli. Dio, per mezzo di una volontà infinitamente libera, ma piena di amore, ci predestina a non essere più soltanto delle creature, ma figli suoi, a partecipare così alla sua natura divina. Dio ci adotta per suoi figli» (ibid).

Un Dio “Padre”, dunque, che ci vuole “figli” per condividere con noi la sua vita divina. Vale la pena di rimeditare (o riscoprire) il messaggio di Marmion nel contesto socio-culturale in cui viviamo, per riscoprire la bellezza del mistero della paternità divina e della nostra adozione filiale e per lasciarcene illuminare anche nelle nostre relazioni umane.

Di paternità e figliolanza, però, C. Marmion non parlò soltanto a parole, ma anche con i fatti, fecendone il suo ideale di vita. Non solo nella preghiera si rapportò da “figlio” al Padre dei cieli, ma egli stesso fu anche “padre” per i suoi numerosi monaci (durante il suo abbaziato il monastero di Maredsous ne contava circa 120) e per tutti i figli e le figlie spirituali che si affidarono alla sua sapiente direzione spirituale, come testimonia il suo ricco e “paterno” epistolario.

Un esempio. Quando, con la promulgazione del Codice di diritto canonico (1917), fu impedito al superiore di una casa religiosa di confessare abitualmente i suoi confratelli, i monaci di Maredsous ne furono sconcertati, dal momento che tutti o quasi si confessavano dall’Abate, e questo dimostra quale fosse il ruolo di paternità da lui rivestito nella loro vita spirituale. Ma un padre per la sua comunità Marmion lo fu sempre, nella formazione, di cui si prese cura, tenendo dai 2 ai 4 capitoli alla settimana, così come nelle vicende difficili degli anni della I guerra mondiale che interessarono anche la vita del monastero. Nonostante i molteplici impegni tanto della predicazione che del governo della casa e della Congregazione benedettina di Beuron (di cui faceva parte Maredsous), dom Columba Marmion era sempre disponibile per i suoi confratelli e per quanti si rivolgevano a lui, prodigandosi con generosità per le loro necessità spirituali e materiali.

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