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Dom Godefroy – Abate di Acey

Dom Godefroy

Il 4 Agosto 2023, dopo aver pubblicato una richiesta di preghiera per la scomparsa di dom Godefroy che stava riposando fra le montagne della Svizzera (si trovava nella abbazia di Hauterive e aveva fatto una escursione, da solo), il sito dell’OCSO pubblica questa notizia:

Dopo un giorno di ricerca, la polizia ha ritrovato il corpo di Dom Godefroy questo pomeriggio. Sembra che sia caduto da un’altezza di 51 metri ed è morto.

La morte di dom Godefroy è stato un fulmine a ciel sereno, pubblichiamo questa notizia e questa intervista non come fatto di cronaca ma perché stiamo cercando soprattutto di interrogarci:

Perché il Signore ha permesso questo incidente? Perché i suoi Angeli non hanno trattenuto il corpo? Quale parola è per noi questa morte, quale richiamo quale messaggio?

Nato nel 1970 a Versailles, entrato in monastero nella abbazia Cistercense OCSO di Aiguebelle nel 2001, nominato nel 2020 superiore e poi eletto abate dell’Abbazia di Acey, sempre in Francia.

Leggiamo quello che scrive di lui madre Martha Driscoll, l’ultima che ha avuto modo di collaborare con lui per un servizio all’Ordine, la Visita in uno dei nostri Monasteri:

Ho scritto a Dom Bernardus (Abate Generale) nei miei appunti dopo la Visita:

“Godefroy è un dono prezioso del Signore all’Ordine. Sa come parlare ai monaci di conversione, dialogo, riconciliazione e comunione. I monaci hanno bisogno di sentirlo dai monaci e non solo dalle monache. Sa anche che i monaci hanno bisogno delle monache, della presenza e dell’influenza delle donne. Gli ho detto di non esaurirsi rispondendo a troppe richieste, perché è prezioso”.

Con il permesso di Dom Joseph, vorrei condividere con voi alcune parti della Carta di Visita che abbiamo lasciato alla Comunità. Le frasi della sua penna e della mia si intrecciano e sarebbe difficile separarle completamente: sono parole che ci siamo detti per tutta la settimana. Ma è stato Dom Godefroy a scrivere la Bozza. Ci viene consegnata come una sorta di testamento….

«Vi incoraggiamo a continuare il cammino della comunione sinodale. La vostra comunicazione deve crescere e approfondirsi per cercare insieme la volontà di Dio nella verità e nella carità. Abbiamo raccomandato che l’Abate si incontri personalmente con ciascuno dei fratelli su base regolare. Anche il Consiglio dell’Abate dovrebbe riunirsi frequentemente (ogni quindici giorni ci sembra giusto) e i membri del Consiglio sono incoraggiati a partecipare attivamente e in modo creativo, anche suggerendo argomenti da discutere. Il Consiglio è il nucleo della vita comunitaria e non è chiamato solo a risolvere problemi o questioni specifiche, ma a cercare di rafforzare e stimolare la vita comunitaria e l’unità, a coinvolgere i fratelli nello sviluppo di una visione comune e nella rivitalizzazione della vita monastica, che è “semper reformanda”. La fonte principale rimane l’ascolto comune della Parola di Dio, e incoraggiamo la creazione di piccoli gruppi di condivisione».

In verità, la liturgia è la fonte e il culmine della nostra vita cristiano-monastica, come dice il Concilio Vaticano II; la fonte dove riceviamo l’infusione dell’Amore per poterci amare l’un l’altro, e il culmine dove i nostri tentativi e le nostre prove d’amore sono salvati e portati a termine con successo nell’offerta di Cristo. Ma non possiamo accontentarci del “sacrificium laudis”: la liturgia ci invia a vivere in comunità il mistero che stiamo celebrando: Cristo in mezzo a noi. Di conseguenza, ci riuniamo ogni giorno, sette volte al giorno, per diventare veri vicini, fratelli premurosi, assumendoci la responsabilità gli uni degli altri, compresi i nostri difetti e limiti. Questo dà alle nostre celebrazioni liturgiche il peso di verità che richiedono.

Il rischio è quello di dimenticare sempre il dovere di coltivare i nostri legami, di lasciare che l’indifferenza, il giudizio, la diffidenza e il pregiudizio occupino lo spazio tra di voi, tradendo così Cristo presente nel fratello. Come dicevano i nostri Padri cistercensi, siamo alla scuola dell’Amore, impariamo a vivere secondo lo Spirito, in una costante dinamica di conversione, verso Dio, certo, ma anche verso i nostri fratelli e sorelle, e verso il nostro vero io.

Ciò che uccide una comunità non è la sua diminuzione numerica, l’età o la fragilità: è la perdita della nostra volontà di conversione, dimenticando che siamo pellegrini, mendicanti di grazia.

Siamo chiamati a guardarci con occhi nuovi come membra dello stesso Corpo di Cristo, a riconoscere nell’altro una nuova creazione (2Cor 5,17), cioè un “lavoro in corso”. Possiamo fare nostro il desiderio di Christian De Chergé di “immergere il suo sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli […] come li vede, tutti splendenti della gloria di Cristo, frutto della sua Passione, ricolmi del Dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre quella di stabilire la comunione e di rimodellare la somiglianza, deliziandosi delle differenze”. (Testamento)

 

Dopo questo documento, quasi impronta del cuore di pastore di Dom Godefroy, approfondiamo qualche tratto della sua biografia prendendolo dal “Comunicato della Amicizia Nazionale degli Artiglieri Marins e Commandos” di Francia, a seguito della morte del tenente Godefroy Raguenet de Sain Albin, Padre Abate della Abbazia di Acey:

“Godefroy è entrato in Accademia Navale nel 1990. Dopo essersi imbarcato sulla Jeanne D’Arc … ha scelto la specializzazione di fuciliere di marina. Godefroy è diventato un Commando e poi un sommozzatore da combattimento. Chi di noi lo ha conosciuto in Marina è rimasto colpito dalle sue straordinarie capacità fisiche, dalle sue eccezionali qualità intellettuali, dal suo notevole senso di umanità e dalla sua grande modestia.

Sensibile al messaggio di Tibhirine, ha scoperto la sua vocazione monastica e ha lasciato la Marina come Tenente, dopo essere stato inviato negli Stati Uniti come ufficiale di scambio.

Specialista del dialogo con l’ISLAM, ha trascorso diversi periodi in Marocco prima di essere chiamato, alla fine di maggio 2014, a fare il cappellano ad Azeir, in Siria, al confine con il Libano. Vi è rimasto per tre anni.”

Abbiamo conosciuto dom Godefroy nel suo servizio in Siria, lo abbiamo apprezzato come Abate, abbiamo potuto costatare quanto i suoi monaci fossero felici del loro giovane Abate, quanto la Regione sperasse da lui, una personalità capace di dinamizzare e rinnovare realtà stanche.

Che cosa vuol dirci il Signore?

Certamente era stato una vocazione fuori dal comune, certamente rappresentava aspetti forti e particolari di questo nostro mondo e portava ideali non facili in questo nostro tempo.

Eppure sempre ci sono state in Trappa, fra i monaci, vocazioni di questo tipo, portate all’avventura, a sfidare le difficoltà, a dedizioni estreme.

Forse anche una attitudine alla sfida troppo noncurante del pericolo ha concorso all’incidente mortale che ce lo ha portato via.

Ma perché? La sua iniziazione alla vita monastica non era stata facile, il suo percorso verso la comunione di cui ci parla in questo ultimo testo era stato dolorosissimo. Ma nella sofferenza stava maturando un cuore di fratello e di Padre, e i suoi lo vedevano bene.

Dunque, perché? Forse per metterlo in evidenza davanti ai nostri occhi assonnati, come i suoi amati fratelli martiri di Tibhirine, che hanno travolto la gioventù di Francia col loro esempio?

Forse per farci comprendere quanto poco avevamo colto il dono prezioso di questo ragazzo difficile, quanta resistenza avevamo fatto al riconoscerne il dono?

Chissà; o forse per qualche altro motivo, che i nostri occhi sono oggi impediti dal vedere. Preghiamo lo Spirito, perché ci faccia capire, continuiamo a porci domande, soprattutto: non dimentichiamo il grido di questo giovane sangue dal fondo del precipizio.

Monica Della Volpe

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