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Giovani di domani

Giovani di domani

Le vocazioni scarseggiano, ma il Signore chiama sempre, chiama ancora. Ma chi chiama? Da dove suscita i suoi figli? Noi, chi siamo chiamate ad accogliere e formare? Siamo preparate? Per essere aiutate nella riflessione, abbiamo posto alla nostra amica Metilde, insegnante alle medie, una domanda impegnativa:

Il medioevo cristiano si è plasmato con l’apporto dei popoli nuovi che migravano nei Paesi dell’Impero romano. La fede cristiana, assieme al diritto romano e alla cultura greca che Roma aveva assorbita in sé, è stata la forza che ha plasmato i nuovi popoli e la civiltà europea. Ma oggi quale forza può plasmare e integrare i popoli nuovi che migrano in Europa? La fede sembra languire; esiste ancora una cultura a base cristiana capace di essere la matrice unitaria che forgerà un popolo nuovo? Di quali mezzi dispone per aggregare? Ascoltiamo la sua risposta.

 

Nelle nostre scuole all’interno delle classi convivono ormai alunni che provengono da diverse nazioni con culture e religioni differenti.

Come può avvenire l’integrazione tra loro?

Lo sport, i lavori di gruppo e i progetti di educazione civica aiutano progressivamente i ragazzi a valorizzare l’altro con le sue peculiarità e al rispetto reciproco.

La scuola è una comunità in cui i ragazzi insieme hanno dei traguardi da raggiungere con la mediazione degli adulti.

È un luogo in cui si condividono spazi e tempo.

Spazi che vanno rispettati e di cui bisogna imparare a prendersi cura.

Passare tante ore a stretto contatto con le stesse persone può creare tensioni, rivalità, invidie e gelosie come in qualsiasi comunità o luogo di lavoro. La bravura degli insegnanti sta nel formare i ragazzi al rispetto e alla valorizzazione delle differenze; quando attraverso la cultura e l’educazione nella sua accezione originale (educere, tirar fuori) si forma la persona e si semina un buon terreno affinché nascano comprensione, stima reciproca, a volte l’amicizia, si pongono le basi per la pace.

Si può educare alla solidarietà aderendo a progetti presenti sul territorio, la colletta alimentare per esempio o partecipando e collaborando a progetti come la corsa contro la Fame.

Si può educare al rispetto dell’ambiente: tutte le nostre classi a rotazione durante l’anno scolastico con gli insegnanti di educazione fisica fanno plogging in cortile e sono invitate a differenziare i rifiuti. Abbiamo delle vasche di terra dove con i docenti di scienze gli alunni seminano e si prendono cura di piante ortaggi o fiori durante tutto l’anno scolastico.

Tutti questi progetti alternativi toccano ambiti per tanti di noi scontati e appresi al di fuori dell’ambito scolastico ma per molti di loro non lo sono.

Queste occasioni di apprendimento destrutturato cioè al di fuori delle aule scolastiche favoriscono occasioni di amicizia perché richiedono collaborazione, perché Implicano il fare, il raggiungere un obiettivo comune o un risultato insieme. Perché ci si sporca le mani, ci si mette in gioco e si fa la fatica di confrontarsi positivamente. Perché si scoprono i talenti propri e altrui che non si immaginava esistessero e questo pone le basi per costruire insieme qualcosa che da soli non si riuscirebbe a fare.

Ho iniziato a lavorare in scuole paritarie cattoliche e ne sono grata perché mi hanno strutturata e formata. Oggi dopo un’immensa fatica, tanti dubbi e a volte il desiderio di tornare alla scuola paritaria Cattolica, nella scuola Statale mi sento al posto giusto. La scuola Statale di oggi è una sfida professionale e umana. È terreno di missione perché è un ambiente talmente difficile, a volte ostile e complesso che ti obbliga costantemente a interrogarti, metterti in discussione o a rafforzare te stesso, i metodi e il modo di relazionarti per trovare soluzioni a situazione inimmaginabili solo 10 anni fa. Insomma ti spinge alla conversione evangelicamente parlando.

Quando vedo i miei ragazzi giocare e praticare sport di squadra in palestra, quando li vedo ridere, arrabbiarsi, stringersi la mano dopo una divergenza di opinioni o esultare e abbracciarsi per un gol una schiacciata o un canestro; quando si incoraggiano e si aiutano a vicenda perché stanno perdendo, dentro di me sento che può esserci un futuro di integrazione, comprensione, rispetto e perché no di Amore.

E soprattutto quando ascolto il mio cuore ho la certezza che l’Amore supera ogni barriera sia essa linguistica, culturale, sociale o religiosa.

Si perché dentro di me sento Amore per ogni mio singolo alunno italiano, straniero, mussulmano, ateo o ortodosso che sia.

E l’Amore vince tutto.

Non crediate che non mi facciano arrabbiare, perdere la pazienza, preoccupare, spaventare e tanto altro ma come diceva il piccolo principe alla volpe: “Non si vede bene che col cuore. L’ essenziale è invisibile agli occhi”.

“Un buon musulmano e un buon cristiano si troveranno insieme in paradiso” è una frase attribuita a Charles de Foucauld.

È una frase che ho stampata nella mente e nel cuore in cui credo fermamente.

Non posso sperare o immaginare il Paradiso per me senza sperarlo insieme ai miei amati alunni.

L’Amore vince tutto.

Prof. Metilde

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Pubblicato in Riflessioni

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