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Guidata dal desiderio: una voce dal Carmelo

Guidata dal desiderio: una voce dal Carmelo
 

di Madre Eleonora, Carmelitane di Sassuolo

 

Stiamo parlando di guida spirituale e cercando di comprendere come guidare a Dio, o lasciarci guidare da Lui. Questa grande guida, punto di riferimento per generazioni e generazioni, che è Santa Teresa d’Avila, ci dà un suggerimento prezioso: ascoltare quel desiderio di Lui che Dio stesso ha messo nel nostro cuore, che si fa sentire spesso sin dall’infanzia, non metterlo a tacere, imparare a seguirlo. Anche una buona guida spirituale dovrebbe tenerne conto.

 

Il desiderio di Dio in Teresa viene da lontano, per capirlo bisognerebbe leggere di filato almeno i primi 4 capitoli della sua Vita (Il libro delle misericordie del Signore, come lo ha intitolato l’autrice), ma per motivi di tempo cerco qui di farne una sintesi, mettendoli integralmente in allegato insieme ad altri testi, per chi volesse approfondire.

Teresa ricorda di avere circa 6-7 anni quando sente la sua anima naturalmente “portata alla pietà” grazie all’educazione e all’esempio cristiano dei genitori. Già da piccola la madre la introduce alla preghiera; suo padre, oltre all’attenzione ai poveri, è anche molto amante di “buoni libri in volgare”, letture a cui inizia anche i figli. In Teresa due sono le costanti che torneranno lungo tutta la vita sulle quali corre il desiderio o la dimenticanza di Dio, a seconda che tali costanti siano buone o cattive: la lettura dei libri e le amicizie. Non è un caso che il primo innamoramento ai “beni del cielo” Teresa lo registri proprio in seguito alla lettura del Flos Sanctorum, il libro dei santi dell’epoca, fatta non da sola, ma insieme al fratello preferito Rodrigo di poco più grande di lei, che un giorno coinvolge perfino in una fuga verso la “terra dei mori” in cerca del martirio “non tanto per amore di Dio, quanto per aver presto quei grandi beni che leggevo essere in cielo”, annota ironicamente l’autrice. I due bimbi vengono presto ripescati a pochi chilometri da Avila da uno zio e rispediti a casa. “Desideravo molto di morire anch’io come loro (i martiri)… E cercavamo insieme il mezzo per realizzare i nostri desideri. Era grande la nostra impressione quando ci capitava di leggere che le ricompense e le pene dell’altra vita sarebbero state senza fine. Ci fermavamo spesso in questo pensiero, e godevamo di ripetere frequentemente: Sempre! Sempre! Sempre! E così piacque al Signore che ne rimanessi tanto impressionata da concepire fin d’allora il più fermo proposito di non mai abbandonare il sentiero della verità. Essendoci impossibile andare ove morire martiri per Dio, pensammo di far vita da eremiti, e nel giardino di casa nostra facevamo del nostro meglio per costruire certi romitorietti con delle piccole pietre messe insieme, che cadevano quasi subito, per cui neppure in questo trovavamo di soddisfare i nostri desideri” (Vita 1,4-5).

Non solo la ricerca dei beni del cielo in compagnia di altri, ma anche lo scarto tra il desiderio e la sua realizzazione sarà una costante fino alla maturità di Teresa: celebri e numerosi sono i passi in cui si lamenta col Signore per queste nostalgie terribili di Lui che a noi possono anche sembrare esagerate [1]), ma che aprono uno scorcio sull’intensità anche fisica del desiderio prodotto da Dio stesso in tutta la sua persona. “L’effetto che ne risulta – sta parlando della trafittura d’amore – è che l’anima si va struggendo in desideri, pur senza sapere cosa brami, perché vede d’avere Dio con sé. Voi mi direte: Ma se l’anima ha questa conoscenza, che altro desidera? Di che si affligge? Che cosa vuole di più? Non lo so. Ecco ciò che mi vien da pensare. Non potrebbe essere che dal fuoco dell’acceso braciere che è il mio Dio, fosse spiccata una scintilla e fosse venuta a toccare l’anima facendole sentire l’ardore di quell’incendio?” (Castello Interiore 6M 2,4).

Tornando ai primi inizi di attrazione verso Dio, Teresa annota quasi subito: “grande è il mio dispiacere quando penso ai motivi per cui non rimasi fedele ai buoni desideri della mia fanciullezza” (Vita 1,8). I motivi, guarda caso, sono proprio gli stessi che hanno fatto scoccare la scintilla, ma cambiati di segno: la frequentazione di “cattive compagnie” (una sua parente particolarmente vanitosa, una cotta per un suo cugino un po’ scanzonato che frequentavano casa sua) e la passione per i romanzi cavallereschi ereditata della madre (gli “Harmony” dell’epoca!) la raffreddano e le fanno dimenticare, ormai adolescente, le “verità che mi avevano colpita da bambina, cioè, il nulla delle cose, la vanità del mondo, la rapidità con cui tutto finisce” (Vita 3,5). In una parola il: “sempre-sempre-sempre” dei beni di Dio.

Preoccupato per la honra di Teresa, il padre decide di rinchiuderla per un anno in un collegio di Agostiniane, dove la ragazzina, che allora ha circa 15 anni, dopo una prima settimana di sgomento e di fatica, finisce per ammettere con sua grande meraviglia di essere più felice lì che non a casa sua. Proprio grazie alla “buona conversazione con una santa religiosa” che le va molto a genio e alle monache dell’educandato che le fanno un po’ invidia e tornare la voglia di pregare, si risveglia il lei “il desiderio delle cose eterne” (Vita 3,1), insieme ad una certa altalenante attrazione per la vita monastica per la quale si deciderà, non senza una certa violenza, in seguito alla lettura delle Lettere di san Girolamo. Una mattina, a 21 anni, nonostante la contrarietà del padre e tirandosi dietro un altro suo fratello più piccolo di lei che conquista temporaneamente alla vita religiosa, scappa di casa per entrare al Monastero de la Incarnaciòn, dove si trova già una sua cara amica, motivazione che per lei sarà abbastanza determinante per fare il passo, insieme alla convinzione che tutto sommato, anche se quella del chiostro era una vita da purgatorio, dato che lei era certa di meritare l’inferno, poteva ben valere l’andarsene poi “subito dritta in cielo”! Rileggendo a ritroso la sua vocazione iniziale, consapevole di tutte le incongruenze (o inconsistenze…) commenta non senza un pizzico di ironia: “Mi pare che a dispormi a prendere l’abito agisse di più il timore servile che l’amore. Benedetto sia Dio! Per quali vie mi ha condotta in questo stato dove era suo desiderio servirsi di me. Mi ha quasi costretta a vincere me stessa!(Vita 3,4).

Già qui si capisce la chiave di lettura di tutta la sua vicenda: Teresa che fin da bimba desidera Dio è, a ben guardare, Dio che desidera Teresa. “Qual è la sorgente teologica della Chiesa? – Si chiedeva il nostro P. Saverio Cannistrà in una conferenza al Monastero. Il desiderio di Dio. La Chiesa nasce dalla ferita del costato di Cristo, dicono i Padri: il cuore trafitto rivela il desiderio di Dio. La Chiesa esiste perché Dio la desidera”.

Allo stesso modo possiamo dire che Teresa esiste perché Dio la desidera. E non solo esiste, ma esiste-per-Lui, perché Lui la vuole, la chiama, la cerca e la ricrea: “Vostra sono, mi creaste, vostra che mi riscattaste, vostra che mi sopportaste, vostra, che mi chiamaste, vostra che mi attendeste, vostra che mi trovaste”, scrive in suo celebre poema (Vuestra soy). Dopo 20 anni travagliati di tira e molla in monastero tra parlatorio e cella, tra il Signore Gesù che la prende da una parte e tutto il resto di mondo che lei non riesce a godere dall’altra, Teresa si rende conto, davanti alla statua del Cristo piagato determinante per la sua conversione, del desiderio del Cristo di entrare in relazione con lei e la sua mancata corrispondenza.

Anche da un punto di vista teologico e spirituale Teresa ci ricorda che il fondamento della relazione lo pone il Signore, non noi. È Lui che per primo ci chiama all’essere, ci rivolge la Parola, ci chiama, ci vuole. All’origine del nostro desiderio c’è un desiderio di Dio che ci ha attratto (cfr. CCC 27), a cui segue la nostra risposta (libera), il nostro “afferrare la mano che ci afferra” direbbe Edith Stein. In questa dinamica si traduce tutta la dinamica della fede, della vocazione, della preghiera… Il Dio di Teresa è anzitutto il Gesù vivente nella sua umanità, cioè nel suo corpo, il Cristo piagato e risorto che c’è, che si rende presente di volta in volta sotto le sembianze di Maestro, Sposo, Amico, Fratello, Signore, Padre.

La questione, secondo Teresa, è anzitutto rendersi conto di questo desiderio del Cristo vivo di trattare con noi, della sua offerta di amicizia nei nostri confronti, per poi fargli fattivamente spazio nella vita, cioè: nella testa, nel cuore, nel corpo, nelle relazioni… Fino a che il desiderio di Dio, questo Dio che è fuoco divorante, si prenda in noi tutto lo spazio. Per questo esiste l’orazione, per rendersi conto, giorno dopo giorno, del suo desiderio per noi. Per accorgerci che Lui ci ama, prendendo mille volte l’iniziativa con noi. “Mira que te mira!”, raccomanda spesso Teresa alle sue figlie. Le due ore di orazione, questo “intrattenerci in amicizia molte volte da sole a solo con Colui dal quale sappiamo di esser amate” (Vita 8,5) sono in fondo solo un “pretesto”, un esercizio, perché si tratta della punta dell’iceberg di un’esposizione al rapporto con Cristo che attraversa tutto il corso della giornata che riempie di senso le attività e le relazioni. “Animo figlie, vi mettessero pure in cucina, il Signore verrebbe ad aiutarvi anche tra le pentole. Se vi abituerete a tenervelo vicino, non solo vedrete che un amico così buono non vi mancherà mai e che vi aiuterà in ogni vostro travaglio, ma l’avrete con voi dappertutto e non potrete più togliervelo di torno!” (Fondazioni 5,8 e Cammino di perfezione 26,1).

Ovviamente la richiesta di amicizia di Dio non è la richiesta di amicizia di facebook… Orazione non fa rima con comodità, dice Teresa. Lui ci partecipa dei suoi stessi desideri di fare Pasqua con noi, ci rende determinati nel battere la sua stessa strada… fino ad essere “naturalizzati con la sua stessa vita divina” (Esclamazioni dell’anima a Dio 17,4). Cioè fino a diventare ad immagine di quel “Dio così grande che tanto è amico del donare” (Pensieri sul Cantico 6,12). Dunque il Dio sempre in atto di donarsi desidera trasformare la persona ad immagine del Dio che si dona.

Di fatto questa trasformazione la vediamo dall’epilogo della santa: la finale di Teresa non è per niente una finale gloriosa, nel senso mondano del termine. Specialmente gli ultimi anni della sua vita non furono segnati dalle estasi, che di fatto cessarono, ma da incombenze, tribolazioni, malattie, viaggi estenuanti per fondazioni anche azzardate che le venivano imposte, incomprensioni coi frati (al punto che arrivò a dire di essersi pentita di averli fondati!), e non da ultimo, cosa ancor più dolorosa, da rotture e rifiuti proprio da parte di alcune monache che facevano di testa loro imponendo già uno stile diverso da quello avviato dalla fondatrice. Di ritorno dal suo ultimo viaggio per la fondazione di Burgos, quello in cui morì, facendo tappa al Carmelo di Valladolid, fu praticamente cacciata a digiuno dalla priora dopo una notte insonne, e nonostante questo lo lasciò con queste precise parole: “Sono meravigliata di quanto Dio ha fatto in quest’Ordine. Ognuna stia attenta che non decada per causa sua. Non fate le cose solo per abitudine, ma facendo atti eroici di maggior perfezione. Dedicatevi a coltivare grandi desideri, che, anche se non potrete realizzarli, se ne ricava sempre un grande profitto. Parto molto consolata da questa casa, dalla povertà e dalla carità che avete le une verso le altre. Fate in modo che sia sempre così”.

Non ci viene qui consegnata l’immagine trionfante e fiera della Teresa doctora con la piuma in mano di Filippo Valle della Basilica Vaticana, ma la Teresa di Gesù debole, impotente, perdente, a mani vuote, ferita a morte proprio dai suoi… ma divenuta così somigliante al suo “Gesù di Teresa”. Anche nel generare e trasmettere vita, a proprie spese. Non è questo il vero termine di “successo” del cammino di sequela cristiana? L’arrivo alla vetta del monte Carmelo coincide inaspettatamente con quella che Teresa chiamava “la valle dell’umiltà” (cfr. Vita 35,14). Con San Giovanni della Croce Teresa ci ricorda che l’ascesa al Carmelo consiste essenzialmente nel lasciarsi spogliare di tutto ciò che non è desiderio di Dio [2].

___________

[1] Cfr. ad es. Castello Interiore, VIM, 11; Relazioni 15; Poesie e “Vivo ma in me non vivo”, di cui riporto in antologia alcune strofe.

[2] A proposito rimando al bellissimo articolo del gesuita francese Michel Rondet, Dalla santità desiderata alla povertà offerta, in: “Christus” n° 137, gennaio 1988, pp. 50 e ss.

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Pubblicato in Monasteri, Vita consacrata

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