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Il beato Simeone Cardon

Il beato Simeone Cardon

di Rita Bettaglio

Volentieri pubblichiamo questo articolo che ci fa conoscere uno dei monaci martiri Cistercensi di Casamari, da poco celebrati nella memoria liturgica del 16 maggio, beatificati nel 2021. Certamente un tipo di storia che non abbiamo imparata sui banchi di scuola.

 

“Figli miei, questo non è niente”, disse padre Simeone Maria Cardon che giaceva ferito a morte da numerosi fendenti di spada al capo e alla mano con cui aveva tentato inutilmente di difendersi dai brutali colpi. Chi lo aveva ridotto così e perché?

Abbazia di Casamari, frazione del comune di Veroli, Frosinone, 13 maggio 1799: sei religiosi cistercensi della Stretta Osservanza, cadono martiri della cieca violenza delle truppe rivoluzionarie francesi in fuga da Napoli, il monastero derubato, la chiesa e la santa Eucarestia orribilmente profanati.

Le truppe francesi, come fameliche fiere infernali assetate del sangue dei cristiani, fuggendo da Napoli non avevano risparmiato alcun tipo di atrocità alle località che avevano incontrato sul loro cammino. Tra le tredici e le quindicimila unità, agli ordini dei generali Vetrin e Olivier, il 10 maggio assalirono Cassino e l’arcicenobio di Montecassino fu devastato e profanato.

Il giorno successivo, 11 maggio, fu la volta di Aquino, Roccasecca e Arce: ovunque lo stesso raccapricciante copione di profanazioni e ferale violenza contro le popolazioni, i religiosi, le religiose, le chiese e il Santissimo Sacramento.

L’orrore sommo fu riservato a Isola del Liri, che divenne una città martire. Annota il canonico-vicario Giuseppe Nicolucci nel registro dei morti della chiesa di San Lorenzo: «12 maggio 1799. È degno di memoria, né mai da dimenticarsi questo giorno di Pentecoste, in cui il pazzo impeto dei Francesi travolse nella rovina noi e le nostre case, facendone strage. Tutto devastò, tutto rapì il nemico: non scamparono al bottino né greggi, né armenti; non sopravvisse uomo; non vi fu donna, ancorché fanciulla, non contaminata dalla violenza dei soldati; quegli empi profanarono gli altari e le cose più sacre. Chi vuol saperne di più, legga a pag. 263 di questo libro la dolorosa nota, e vedrà perché un solo medesimo giorno registri la morte di cinquecento e più persone».

Da ultimo, il 13 maggio, lunedì dell’ottava di Pentecoste, i rivoluzionari giunsero a Casamari sul far della sera: i monaci erano riuniti per il canto della Compieta quando le truppe giacobine fecero irruzione. L’abate, Romualdo Pirelli, era assente e il priore, Padre Simeone Maria Cardon “ordinò ai religiosi di rifocillare i soldati, dando loro ciò che chiedevano”[1].

Non paghi, i soldati, indegni persino di questo nome, pretesero denaro e cominciarono a metter sottosopra l’abbazia. La mitezza dei monaci, lungi dal calmare gli animi, accese in loro l’odium fidei, tanto più violento quanto più erano trattati con cristiana carità: i rivoluzionari si diedero non solo al saccheggio, ma alla profanazione degli altari e delle Sacre Specie, secondo il copione già visto nelle altre località della zona.

Il padre Priore con altri cinque, il maestro dei novizi, un monaco di coro, due conversi e un oblato regolare, tentarono di difendere la santa Eucarestia dalle reiterate profanazioni e vennero barbaramente uccisi. Due di loro, p. Domenico Zawrel, maestro dei novizi, e fra’ Albertino Maisonade, corista, all’arrivo dei francesi si ritirarono in adorazione del Santissimo Sacramento nella cappella dell’infermeria: lì furono raggiunti e trucidati.

Dei sei martiri quattro erano francesi, uno ceco e uno italiano. Uno dei francesi, fra’ Maturino Maria Pitri, di Fontainbleau, era stato arruolato contro la propria volontà nell’esercito rivoluzionario e mandato a Napoli. Nel gennaio 1799, giunto a Veroli ebbe una gravissima crisi d’asma e fu ricoverato nel locale ospedale della Passione in pericolo di vita. Chiese di confessarsi e, poiché parlava francese, venne chiamato p. Simeone che quel giorno si trovava lì. Maturino confessò a p. Simeone che aveva messo tutto il suo impegno del mantenersi casto nel corpo e nell’anima e promise che, se fosse guarito, avrebbe vestito l’abito cistercense. Così avvenne: dopo soli tre giorni era perfettamente guarito e poté, dopo essere stato nascosto nella casa del curato dell’ospedale, vestire l’abito di oblato regolare.

Tra questi sei testimoni delle fede usque ad effusionem sanguinis, la storia più emblematica è quella di p. Simeone Maria Cardon: essa ci mostra la veridicità delle parole del Signore al profeta Isaia: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve” (Is 1, 18).

Chi era questo monaco francese? Ignace-Alexandre-Joseph Cardon nacque a Cambrai il 13 marzo 1759, figlio unico di una famiglia agiata. A 22 anni entrò nell’abbazia benedettina di Saint-Faron a Meaux, appartenente alla Congregazione di Saint Maure, prendendo il nome di Simeone Maria, secondo la bella usanza di donare ai religiosi anche il nome della SS. Vergine.

Per gli studi teologici fu inviato a Parigi, nel quartier generale della sua gloriosa congregazione, Saint Germain des Prés. Ordinato sacerdote nel 1787, fu in breve destinato all’insegnamento delle materie umanistiche presso l’abbazia di Saint Denis, vicino a Parigi.

In otto anni visse cinque cambi d’abbazia e d’incarico e ciò indebolì il giovane monaco e ne minò la stabilità nella vocazione.

La prima riflessione riguarda la formazione e la custodia della vocazione, specie nelle comunità maschili, dove gli studi teologici e il ministero sacerdotale portano sovente i giovani monaci fuori del loro monastero. Come custodire, nutrire e proteggere dalle intemperie il delicato seme della vocazione quando esso germina e produce i primi germogli? Scrive san Paolo ai Corinzi: “”Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova” (1Cor 6, 12). È il tema del discernimento.

In Francia si preparavano anni turbolenti, la situazione sociale era travagliata e il giovane benedettino si smarrì completamente. Nel febbraio 1790 l’Assemblea soppresse tutti gli Ordini e le Congregazioni che non gestivano opere ‘sociali’, tipo scuole od ospedali.

Simeone Maria fu galvanizzato dalle idee rivoluzionarie e, nel 1791, prestò giuramento alla Costituzione e il 23 Nevoso, 21 gennaio, rinunciò al culto cattolico della Chiesa di Roma.

Il Nostro divenne quindi un ‘prete giurato’ e venne a lavorare per la chiesa costituzionale che faceva capo allo Stato francese: un’organizzazione che intendeva sostituirsi alla Chiesa cattolica, con identica organizzazione ma gerarchie nominate dal (mutevole) potere civile, i cosiddetti vescovi e sacerdoti intrusi. Sappiamo che la reazione del clero e dei cattolici fu forte e che le popolazioni, specie rurali, non ne volevano sapere dei ‘preti giurati’.

“La nuova Chiesa costituzionale, evidentemente, era scismatica ed eretica, tutti i veri cattolici compresero che era meglio stare lontani dalle liturgia celebrate dai Vescovi e dai Curati di questa Chiesa”, scrive p. Pierdomenico Volpi, postulatore della causa di beatificazione dei sei Martiri di Casamari[2].

Il Papa, Pio VI, il cesenate Giannangelo Braschi (1717-1799), dopo lungo e attento esame, emanò un primo e poi un secondo Breve (10 marzo e 13 aprile 1791), entrambi improntati a profonda saggezza e moderazione. Egli dichiarò che la Costituzione civile del clero era un’unione di scisma ed eresia, sospese dalle loro funzioni tutti gli ecclesiastici ‘giurati’ ed annullò le elezioni dei nuovi Vescovi. Tuttavia, conoscendo le difficoltà in cui versava la Chiesa e il popolo francese, e conscio della debolezza umana, non comminò a nessuno la scomunica. Questa si rivelò poi una misura di grande paternità e saggezza, perché molti poi rientrarono in sé e tornarono, come il Figliol prodigo e lo stesso Ignace Cardon, alla casa del padre.

La seconda riflessione che questa vicenda suscita è la constatazione, ancora una volta che veramente il demonio è la scimmia di Dio, scimia Dei. I rivoluzionari, non solo per ragioni d’interesse, per non scatenare ribellioni troppo grandi, approntarono il sistema della chiesa costituzionale: lo fecero riconoscendo in qualche modo l’unicità e la preziosità della Chiesa di Dio, quella cattolica, lo fecero per invidia, pronunciando il loro sanguinario non serviam e volendo permicamente non distruggere la Chiesa ma ‘essere’ la Chiesa, sostituirsi a Lei, come Lucifero voleva essere Dio.

Ma la latta resta latta anche se la si colora d’oro e ben presto sorsero i problemi, per i soliti motivi: ambizione, sete di potere, soldi.

Ne fece le spese lo stesso Cardon, parroco intruso di Sommiéres nel dipartimento di Gard, diocesi di Nimes. Il primigenio zelo, che lo aveva portato dichiararsi, in una lettera del 10 giugno 1791 al sindaco di Sommiéres, “desideroso di servire la patria”, svanì ben presto e sorsero i primi contenziosi con le autorità comunali per l’esosità delle tasse imposte al parroco. Inoltre molti cattolici erano rimasti fedeli al loro vecchio parroco, l’abbé di Canterelle, prete refrattario che viveva nascosto presso una famiglia e usciva la notte per svolgere il suo ministero.

Nel frattempo il cittadino-prete Ignace Cardon, il 31 maggio 1792, sposò madame Marie Théodore Legrand Ferriol, ex suora del locale convento delle Orsoline, come risulta dal registro parrocchiale di Sommiéres. Fu un vero matrimonio o, come in molti casi in quel periodo, un escamotage per evitare sanzioni? Si può ritenere, afferma p. Volpi, che dato lo zelo rivoluzionario del Cardon, la sua sia stata un’unione reale.

Terza considerazione, piuttosto ovvia, questa volta dello stesso padre Volpi: “l’inizio di una valanga, spesso, è costituito da poca neve, ma si accresce col cammino, e così il nostro Ignace non parve fermarsi sulla via intrapresa”[3].

Avanzando di gran carriera sulla china del precipizio, Cardon, nel 1793, aderì alla rivolta federalista dei Montagnardi e venne denunciato come sobillatore del popolo contro il governo di Parigi. Egli allora si dimise da parroco, rinunciò alla sua professione e a ogni culto pubblico (sono parole sue) per riconoscere solo quello della ragione e divenne un intransigente Agente nazionale, firmando, il 2 marzo 1794, il decreto per trasformare la chiesa parrocchiale in Tempio della Ragione.

Da allora egli lasciò Sommiéres, da solo, senza la moglie e se ne perdono le tracce fino a ritrovarlo a Nizza, dove cominciò una nuova fase della sua vita, quella di emigrato pellegrino, e poi in Liguria, a Finale, Albenga, Laigueglia e Genova e, infine, a Roma e a Casamari.

Tra Sommiéres e Nizza si colloca un episodio che costituisce una pietra miliare nel lungo cammino del nostro Beato. Un prete giurato stava predicando cose contrarie alla fede cattolica da un palco. Il pubblico era numeroso. Cardon, forse stupendo anche se stesso, prese la parola e si scagliò contro di lui e le sue idee blasfeme, confutandole una per una. Egli dovette tener testa anche al pubblico che chiedeva che fosse messo a tacere.

Non restava altro che la fuga a Nizza dove, sotto mentite spoglie, fece il marinaio, preludio del ritorno a casa, come il Figliol Prodigo o un novello Ulisse.

L’estate del 1795 sorprende Ignace a Laigueglia, borgo marinaro del Savonese, dove cadde malato e fu costretto all’immobilità per oltre due mesi. In quel riposo forzato (le malattie sono spesso appuntamenti col Signore, come fu per sant’Ignazio) maturò il pentimento e la decisione di andare a Roma. Il viaggio fu pieno di difficoltà, pericoli, fame e sofferenze, ma, alfine, egli giunse alla Città Eterna, senza documenti.

Nelle carte di mons. Caleppi, incaricato fin dal 1792 da Pio VI di accogliere gli ecclesiastici esuli dalla Francia rivoluzionaria, troviamo la richiesta di Ignace Cardon: Chiede di entrare alla Trappa.

Ciò che finalmente chiedeva gli fu dalla Santa Sede accordato e giunse a Casamari, il luogo del suo riposo: lì, nel maggio 1796 iniziò il noviziato riprendendo (fine delicatezza dell’abate) il suo nome benedettino di Simeone Maria.

Il suo abate. p. Romualdo Pirelli, scriverà a mons Caleppi: “Non lascio di vegliare sopra di lui, e di prestarmi quanto posso al di lui bisogno; e spero che il Signore compirà in lui l’opera di Misericordia che vi ha cominciata”.

Quest’opera giunse a compimento proprio quel 13 maggio 1799, lunedì dell’ottava di Pentecoste, in cui P. Simeone Maria e compagni colsero la palma del martirio.

Ultima considerazione tra le moltissime che si possono fare: ammirevole fu la premura e la paterna sollecitudine della Chiesa per quei suoi figli prodighi dalla Francia, di cui Pio VI, anch’egli esule e prigioniero in Francia (morirà in esilio proprio in quel 1799) affidò l’accoglienza a mons. Caleppi. Ugualmente ammirevole lo zelo buono dell’abate Pirelli. Tutto questo è un’alta lezione della misericordia che Dio amministra tramite la Sua Chiesa.

Padre Simeone Maria e gli altri cinque martiri di Casamari furono beatificati il 17 aprile 2021, sotto il pontificato di papa Francesco, nell’abbazia di Casamari, dove sono venerate le loro spoglie mortali.

La memoria liturgica è stata fissati il 16 maggio, nascita al cielo di fra’ Zosimo Brambat, converso milanese, ferito insieme agli altri, che morì cercando di raggiungere Boville per ricevere gli ultimi sacramenti. pontificato

 

[1]     PierDomenico Volpi, Il beato Simeone Maria Cardon, Edizioni Casamari 2025, pag. 76

[2]     PierDomenico Volpi, op. cit., pag. 14.

[3]     PierDomenico Volpi, op. cit., pag 30.

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Pubblicato in Martiri, Protagonisti, Santi e Beati

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