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Il contagio dei vizi

Quaresima 2020

 

L’essenza del nostro digiuno non consiste nella sola astinenza dal cibo, né costituisce un vantaggio sottrarre l’alimento al corpo, se non si allontana l’anima dal peccato, e non si impedisce alla lingua di fare delle maldicenze. Perciò dobbiamo regolare la nostra libertà nel cibo in modo che anche le altre brame siano domate in forza della medesima legge. Questo è   tempo di mansuetudine e di pazienza, di pace e di tranquillità, durante il quale, una volta eliminato il contagio di tutti i vizi, dobbiamo raggiungere lo stabile possesso delle virtù. Ora, la fortezza delle anime buone deve abituarsi a perdonare le colpe, a non raccogliere oltraggi e a dimenticare le offese.

Dal Sermone 29 sul digiuno quaresimale, di San Leone Magno, Papa

Passiamo dalla memoria di Santa Scolastica, 11 febbraio, a quella del Transito al Cielo di San Benedetto, 21 marzo, attraverso il severo portale delle Ceneri e il lungo percorso della Quaresima.

La teologia del nostro tempo tende a liquidare il peccato originale. Senza peccato la Quaresima non ha più un senso, e la vita tende a configurarsi come carne-vale.

È però arrivato il coronavirus e diviene più evidente che la nostra povera carne si trova in difficoltà.

Si tenta di rimediare chiudendo le chiese.

Apriamo allora i libri della memoria e leggiamo nel IV libro dei Dialoghi del grande Biografo di San Benedetto:

Postquam de paradisi gaudiis, culpa exigente, pulsus est primus humani generis parens, in huius exilii atque caecitatis quam patimur aerumnam venit, quia peccando extra semetipsum fusus iam illa caelestis patriae gaudia, quae prius contemplabatur, videre non potuit. In paradiso quippe homo adsueverat verbis Dei perfrui, beatorum Angelorum spiritibus cordis munditia et celsitudine visionis interesse. Sed postquam huc cecidit, ab illo quo implebatur mentis lumine recessit. 

Il progenitore del genere umano, scacciato dalle gioie del paradiso a causa della colpa commessa, si trovò nella tribolazione di questo esilio e della cecità di cui noi tutti soffriamo. Infatti, alienatosi da sé con il peccato, non fu più in grado di vedere le beatificanti meraviglie della patria celeste, che prima erano l’oggetto della sua contemplazione. Nel paradiso l’uomo era solito assaporare con gioia le parole di Dio e stare alla presenza degli spiriti angelici, grazie alla purità del suo cuore e alla straordinaria acutezza del suo sguardo interiore. Ma, dopo la cacciata dal paradiso, si trovò privato di quella luce spirituale che prima lo colmava. (Gregorio Magno, Dialoghi, IV, Benedetto Calati OSB Cam.)

Che strano. Sapevamo che con il peccato – posto che ci si creda – Adamo era stato scacciato dal Paradiso. Da questo testo, sembra che questo equivalga all’essere stato scacciato da se stesso: Extra semetipsum fusus … recessit. Peccando è uscito da se stesso, dalla luce del suo cuore puro, nel quale vedeva ed ascoltava Dio. E’ uscito nelle tenebre esteriori. È divenuto cieco. Brancola. Non può più avere l’esperienza consolante e beatificante del lume spirituale che gli faceva conoscere Dio, la sua Sapienza, il senso e la consistenza di ogni cosa e di se stesso: Eva, Adamo. L’uomo, paradiso al centro della creazione, vertice che realizza tutte le realtà della vita umana: la famiglia, la patria, la comunione con Dio.

È rimasto il carne-vale. Poverissime donne, poverissimi uomini, bestemmiano il nome di queste realtà e sfilano passando e ripassando sulle loro giostre dai colori sgargianti.

Con la guida dei nostri Santi, ritroviamo le strade del cuore. Ricerchiamo il luogo della Luce. Ritroviamo il filo d’argento della nostra Fede.

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