Md. Eleonora Andreoli OCD
“Figlie mie, sono tempi questi in cui non dobbiamo sprecare tempo in questioni di poca importanza”
(Teresa di Gesù, Vita 1,5)
Non è sicuramente un caso, o almeno è un caso guidato da Dio, se questo libretto mi sia venuto più volte alla mente e capitato tra le mani. Non lo conoscevo, ma l’ho trovato di un’utilità enorme e anche di grande conforto per mettere a fuoco almeno un po’ di quello che sta succedendo soprattutto a livello ecclesiale, e di conseguenza provare a capire come noi siamo chiamate, in modo credente, a farvi fronte.
Balthasar, che non è di certo un “teologo di corte”, scrive questo libretto (1966) insieme ad altri come ad esempio “Solo l’amore è credibile” o “Chi è il cristiano” (1963) per rispondere soprattutto allo stato di profondo smarrimento e confusione in cui versavano diverse comunità di cristiani nel contesto della chiesa post-conciliare in cui, insieme alle grandi riforme di cui tutti oggi beneficiamo, si mescolavano però aggiornamenti ambigui, demitizzazioni e smantellamenti acritici, entusiasmi molto facili che rischiavano di far fuorviare dal contenuto autentico della fede. Fatte le debite proporzioni (lui parla di modernità, noi siamo già nel post-moderno), è il quadro assai impietoso che ci ritroviamo a vivere oggi, dentro e fuori la Chiesa, spesso in modo acritico, magari non consapevole. Fatichiamo a renderci esattamente conto di quanto certe teorie, diciamo pure ideologie prese a prestito da un ambito estraneo alla fede, ci allontanino da una prospettiva credente e dunque da Dio.
La domanda di fondo che guida questo libro è: esiste un criterio, un criterio oggettivo, di fondo, un elemento essenziale (il “caso serio”) per cui il cristiano può dirsi davvero tale? Esiste uno “specifico” cristiano? In base a cosa fare discernimento quando si tratta di scelte da prendere o si sentono certe affermazioni che sembrano deformare, se non amputare i contenuti della fede? La buona notizia è che il criterio fondante, il metro di misura, la bussola per orientarsi e non perdere la rotta esiste, solo che il più delle volte è stato dimenticato, “messo tra parentesi”, anzitutto quando si leggono i testi del Concilio e si interpreta il suo spirito, spesso travisandolo. Lo stesso vale per noi, quando leggiamo le opere dei nostri santi e parliamo di carisma: come è facile far dir loro esattamente il contrario, prese come siamo da un malsano zelo intento a “epurare” ciò che non collima con la nostra mentalità che vorrebbe vedere suavidad teresiana ovunque, specialmente là dove non è. Il criterio esiste, nonostante tutta l’allergia che oggi esiste per ciò che oggettivo perché vincolante, e si può usare come una lanterna di Diogene per distinguere in modo chiaro l’ambiguità che si annida anche in ciò che sembra ovviamente cristiano (speriamo anche carmelitano!), pur con le migliori intenzioni.
Il criterio, che obiettivamente hanno vissuto anche i nostri santi, è la croce di Cristo, come luogo in cui si manifesta la gloria di Dio e l’amore smisurato, infondato, immotivato, insensato del Padre verso di noi nel sacrificio del Figlio. La fede è precisamente credere a questo amore, lasciarlo entrare, dirgli di sì, rispondergli con la nostra vita: con un amore disposto ad andare fino alla morte, il solo adeguato all’amore di Dio. “Chi comincia a servir davvero il Signore, il minimo che gli può offrire è la vita”, scrive Teresa (Cammino di Perfezione 12,2). E questo perché lo stesso Figlio di Dio ce ne ha dato per primo la misura. Questo definisce l’essenza del cristianesimo: l’oggetto della fede è la rivelazione sempre più grande di Dio per tutti e per me, in croce. Dunque ogni teologia, interpretazione o pensiero che sminuisce l’importanza della mediazione di Cristo, che riduce l’amore di Dio ad una filantropia o una solidarietà tra gli uomini, che svuota la croce considerandola una specie di simbolo da superare e la vita in Cristo in una morale… tutto questo è una negazione del cristianesimo. Lo si dovrebbe chiamare post-cristianesimo o post-teismo, appunto.
Ciò che dà forma alla vita del cristiano e lo definisce, è la croce di Gesù: questo è anche il criterio per la vita della Chiesa, quando essa rischia di venir interpretata – anche da se stessa! – come mera organizzazione umana, sociale o aziendale, secondo logiche puramente mondane. Oltretutto, ciò che la Chiesa ha stabilito come canone per la santità, corrisponde al criterio individuato in questo libro: tutti i santi non hanno fatto altro che conformare la propria esistenza come risposta all’amore trinitario e crocifisso di Dio, mettendosi a disposizione dell’opera di Gesù per l’avvento del suo regno tra gli uomini.
Da qui derivano per noi delle conseguenze precise: se il nostro proprio, la nostra forma, l’impronta ricevuta nel Battesimo è la croce, la Pasqua di Cristo, il cristiano non può immaginarsi di venire incamminato – proprio dallo Spirito, come ci diceva p. Rivas nel suo ultimo corso di esercizi da noi – su una strada diversa di quella percorsa dal Maestro: strada stretta, strettissima di espropriazione, inermità, solitudine, incomprensione. Mai come oggi il cristiano, non solo di nome, si sente solo in un mondo – anche “religioso” – che non lo capisce più e in un certo modo lo rende martire con una certa supponenza quando non anche con il disprezzo. Tuttavia, per Cristo con Cristo e in Cristo, egli continua in modo indifeso – modo che solo garantisce la vera protezione del Padre – a rimanere aperto allo Spirito e dunque anche al fratello e alla sorella, ad affondare le radici nel primato della contemplazione e della preghiera, dalle quali solo possono scaturire i frutti che gli sono propri: la gioia, la pace, la carità.. pur dentro un contesto che non lo capisce e lo marginalizza. E come potrebbe essere diversamente?
Viviamo in un tale pluralismo di opinioni anche rispetto alla fede e addirittura ai contenuti della Rivelazione, che non potrebbe essere altrimenti. La pluralità di opinioni, spesso prese a prestito da teologie molto alla moda e a portata di mano, sono ormai un dato di fatto, tanto che si fatica perfino a smentirle, considerato che tutto oggi deve essere tanto “inclusivo” da escludere ogni possibilità di scelta: tutto va bene, è solo una questione di linguaggio, “stiamo dicendo la stessa cosa!”. “Cristo è risorto? Non arrabbiatevi, l’importante è come lo si intende. In modo simbolico, analogico, questo è certo!”. Abbiamo a che fare con cristiani ormai abituati a “demitizzare”, a convertirsi al mondo piuttosto che a Dio (per il bene del Regno, s’intende!), che “hanno ormai soltanto una fede analogica in una Parola intesa in senso analogico, per la quale vale certamente la pena di vivere e morire soltanto in modo analogico”. E così, a forza di cambiare la forma verbale di espressione, di dire e ridire il Mistero con parole nuove fino a dimezzarlo, ognuno ha il diritto di intendere soggettivamente ciò che vuole anche a livello di contenuto e dunque di dogma. Se questa è la situazione odierna della Chiesa cattolica, essa dovrà, non senza fatica, sopportare questa situazione senza però accettarla.
Tutto questo è testimonianza e, in senso non troppo derivato, anche martirio: ecco perché il tema del martirio è così ricorrente in Balthasar, qui soprattutto attraverso il riferimento paradigmatico alla figura leggendaria di questa ragazza, Cordula, che secondo il racconto (IV o V secolo) si presentò solo l’indomani rispetto al martirio delle sue 11 o 11mila compagne (secondo un errore del copista). La stessa Teresa, che ne conosceva la leggenda, la cita nelle sue Fondazioni: “Quella delle undicimila vergini che si nascose, non fu per questo meno santa e martire. Anzi, presentandosi al martirio da sola, dovette soffrire più delle altre” (Fondazioni 18,9)[1].
Ecco perché per sostenere un compito tanto “sovrumano”, non c’è tanto o solo bisogno di teologi sanamente ancorati alla fede, di decreti o di commissioni di studio, quanto di santi, di persone a cui guardare come “fari”. Questo è il senso del libro, che di per sé suona come una sveglia e ancor più un allarme: “Dovremmo tentare una buona volta, anche se un po’ in ritardo, di diventare come Cordula. Meglio tardi che mai”. E Teresa aggiungerebbe: “perché ogni tempo è buono per Dio, che non tralascia di accordare le sue grazie, quando lo si serve per davvero” (Fondazioni, 4,5).
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[1] Il martirologio romano ricorda il 21 ottobre che, al tempo dell’imperatore Graziano (o Genesio), furono uccise dagli Unni, presso Colonia, undicimila vergini, compagne di S. Orsola, che soggiacquero alla morte per difendere la loro verginità. Una di esse, di nome Cordula, atterrita da tanto eccidio, fuggì e si nascose; ma poi, mossa dalla grazia, andò da sola a presentarsi ai carnefici che la uccisero come le altre.
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