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Il premio Ratzinger 2023 e i monaci

Talvolta una certa disistima per la vita monastica e in generale consacrata, peraltro facile in questi tempi di crisi, fa mostra di sé in dichiarazioni, articoli, battute – quasi quasi ne siamo contente, così condividiamo un po’ la sorte dei nostri amici sacerdoti. Tuttavia molti sono gli uomini di chiesa, uomini di fede e di pensiero, che hanno in materia un pensiero profondo e costruttivo, che può esserci di orientamento. Già abbiamo pubblicato alcuni articoli del Vescovo emerito di Reggio Emilia, Massimo Camisasca.

Volendo cercare altre voci, non possiamo per prima cosa non pensare a Benedetto XVI. Avendo il Padre Blanco Sarto, teologo e docente all’Università di Navarra, ricevuto il Premio Ratzinger 2023, pubblichiamo l’inizio di un suo articolo sul tema del monachesimo nel pensiero del papa recentemente scomparso. Qui ci ha tra l’altro colpite una descrizione dei tempi di San Benedetto da Norcia che richiama molto questi nostri tempi, accompagnata da considerazioni quanto mai ricche di speranza.

“Benedetto visse in un’epoca di profonda decadenza umana e religiosa: la crisi morale, che comprendeva aborto e infanticidio, aveva portato a un rapido declino della natalità; i giovani pensavano solo a divertirsi; il clero era corrotto e scisma ed eresia erano nelle strade. Il santo di Norcia sapeva coniugare ora et labora con “succisa virescit”, lavoro e preghiera con “ciò che è potato ritorna verde”: ciò che è stato purificato poi si rafforza, purché sia accompagnato dalla nostra preghiera e dal nostro lavoro. Grazie a Benedetto da Norcia e alla sua progenie spirituale, ciò che era stato potato e decaduto dall’invasione barbarica ricrebbe in una nuova e più nobile cultura: la nascita dell’Europa cristiana.”

La dimensione monastica nel pensiero di Benedetto XVI

Pablo Blanco Sarto

(…) Il giorno della sua elezione a successore di Pietro, sibi nomen imposuit Benedictum. Sul nome scelto e sulla missione che il nuovo Papa avrebbe dovuto svolgere, si sono scatenate le interpretazioni più disparate. Alcuni potevano raccontare ricordi particolarmente vicini, quasi premonitori.

Durante una passeggiata pochi giorni prima del conclave”, ha ricordato un giornalista della Frankfurter Allgemeine, “il cardinale Ratzinger fece riferimento al suo nome papale preferito. Gli sarebbe piaciuto “Benedetto”, disse. Suona bene, anche in tedesco. E quante belle melodie sono state composte per il Benedictus della Messa, ha aggiunto. Per non parlare di San Benedetto, il padre del monachesimo occidentale, vissuto 1.500 anni fa. Inoltre, il nome avrebbe un bel significato teologico.

Chiunque venga scelto dai cardinali, dopo aver invocato lo Spirito Santo, dovrà subito chiedere di essere “benedetto”, altrimenti farebbe meglio a dimettersi”, ha detto il cardinale. Tale papa sarebbe il sedicesimo con questo nome, dopo Benedetto XV, eletto all’inizio della Prima guerra mondiale e morto nel gennaio 1922. Sarebbe anche – e con tutto il rispetto – una partenza dopo un Giovanni, un Paolo, due Giovanni Paolo e molti Pio del XIX e XX secolo. Un Benedetto XVI sarebbe bello, ha detto. Ma il cardinale non parlava di sé”.

  1. BENEDETTO

Benedetto XVI (2005-2013) pensava soprattutto a San Benedetto (480-547), il primo patrono d’Europa nominato da Paolo VI (1963-1978) nel 1964. In seguito sono emerse interpretazioni ed esegesi di questo nome pontificio. Come ha dichiarato alla stampa il cardinale George di Chicago (1937-2015), Benedetto XVI ha detto qualcosa del genere in un incontro dopo la sua elezione:

“Benedetto ha vissuto quando l’Impero romano stava crollando, e ha percepito il ruolo della Chiesa nel preservare un’intera cultura nel corso dei secoli. Il mondo intero stava crollando e Benedetto ha contribuito alla sopravvivenza di un’intera civiltà. [Il rapporto del nuovo Papa [Benedetto XVI] con Benedetto”, ha detto, “non era casuale. Da giovane seminarista aveva considerato la possibilità di entrare in un’abbazia benedettina.

“Per molti anni, l’allora cardinale Ratzinger ha fatto il suo ritiro annuale nell’abbazia benedettina di Scheyern, situata tra Monaco e Ratisbona. Il ricordo e l’esempio di San Benedetto, e l’impronta che Benedetto ha lasciato nel suo tempo, hanno avuto una grande influenza sull’immaginazione e sulla spiritualità del nuovo Papa”.

1.1. Benedetto evangelizzatore

Fondando l’ordine benedettino in Italia, San Benedetto da Norcia creò anche un mondo di bellezza, ordine e amore che avrebbe lasciato il segno in tutta Europa: da lì nacque un movimento di evangelizzazione in tutto il continente. Secondo il santo fondatore, uno dei grandi promotori della vita monastica in Occidente, tutto nasceva dalla conversione interiore e, nel caso dei monaci, dalla separazione dal mondo: la solitudine e il silenzio avrebbero fatto il resto. Il culto era strettamente legato alla cultura. Tra i popoli germanici, che allora dominavano la vecchia Europa, essi suscitavano stupore e ammirazione, ma creavano anche un nuovo stile di vita. Il ritmo della giornata era diviso tra preghiera, lavoro e riposo. Ora et labora era il motto che riassumeva il loro messaggio: la liturgia intesa come opus Dei – come compito divino – e il lavoro visto come perfezionamento del mondo: dietro c’era anche un nuovo progetto dell’uomo. Di conseguenza, secondo il santo fondatore, ogni persona e ogni opera saranno ugualmente degne. I benedettini conservarono – in mezzo alla presenza germanica – la cultura classica pagana in chiave cristiana, copiando libri e costruendo biblioteche, e inventando prodotti prosaici come le fattorie, la birra, il whisky o lo champagne, in una curiosa miscela di ascetismo e ottimismo vitale. Anche l’arte e la musica giocarono un ruolo importante in questa evangelizzazione, perché bisognava costruire una cultura cristiana. In un panorama politico piuttosto disperso, San Benedetto ha creato un’unità superiore per l’Europa, al di là dei confini visibili. Tuttavia, ci sarà sempre una chiara priorità:

“Ci viene in mente la frase con cui San Benedetto riassumeva la quintessenza della sua Regola: operi Dei nihil praeponatur: nulla deve venire prima del servizio di Dio”, ricordava Ratzinger in un’omelia del 1993. Deve essere sempre la prima cosa. […] Nello spirito di San Benedetto, questa idea ha anche un carattere del tutto pratico nei casi in cui possono sorgere dei dubbi. Potremmo porci la domanda: “Non c’è qualcos’altro che ha la priorità? La sua risposta sarà sempre: no. Non ci sarà mai nulla di più urgente che dedicare tempo a Dio e dedicarsi a servirlo. Tutto il resto avrà il suo ritmo. Il tempo per Dio sarà sempre il criterio prioritario rispetto a tutto il resto.”

Benedetto visse in un’epoca di profonda decadenza umana e religiosa: la crisi morale, che comprendeva aborto e infanticidio, aveva portato a un rapido declino della natalità; i giovani pensavano solo a divertirsi; il clero era corrotto e scisma ed eresia erano nelle strade. Il santo di Norcia sapeva coniugare ora et labora con succisa virescit, lavoro e preghiera con “ciò che è potato ritorna verde”: ciò che è stato purificato poi si rafforza, purché sia accompagnato dalla nostra preghiera e dal nostro lavoro. Grazie a Benedetto da Norcia e alla sua progenie spirituale, ciò che era stato potato e decaduto dall’invasione barbarica ricrebbe in una nuova e più nobile cultura: la nascita dell’Europa cristiana. Tutto questo è stato di profonda ispirazione per Benedetto XVI. Nihil a Christo praeponatur era un’altra delle sue massime: nulla venga prima dell’amore di Cristo. Se dovessimo individuare un insegnamento centrale nella dottrina di Benedetto, sarebbe – senza dubbio – il cristocentrismo: la preghiera, la liturgia e il lavoro devono sempre condurre a Cristo.

“Per quattordici secoli”, ha scritto il romanziere Louis de Wohl, “essi [i benedettini] hanno continuato l’opera iniziata dal loro padre spirituale, riempiendo la terra di cittadelle di Dio, proiettando verso il cielo la limpida fonte della loro preghiera, salvaguardando l’antica cultura greco-romana, base della civiltà occidentale, e convertendo i popoli barbari alla fede di Gesù Cristo”.

“Cittadelle di Dio”: un buon nome per i monasteri benedettini. Piccole città dove Dio vive e si rende presente in un mondo che a volte è lontano dai suoi disegni. Un’oasi in mezzo al deserto. Il filosofo americano Alistair McIntyre (nato nel 1929), nel suo famoso libro After virtue, aveva scritto che più che “aspettare Godot” – come ci ricorda la famosa opera teatrale di Samuel Beckett (1906-1989) – l’Occidente sta ora aspettando un nuovo San Benedetto che lo aiuti a ricordare le sue radici cristiane. Pochi giorni prima, nel 2005, nella Subiaco benedettina – la grotta in cui visse San Benedetto – il cardinale Ratzinger aveva detto, quasi profeticamente, un giorno prima della morte di Giovanni Paolo II:

«Ciò di cui abbiamo più bisogno in questo momento della storia sono persone che, attraverso una fede luminosa e vivace, rendano Dio credibile nel mondo. Abbiamo bisogno di persone il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e il cui cuore sia aperto da Dio, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri”.
“Solo attraverso uomini che sono stati toccati da Dio, Dio può tornare tra gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia, che – in un’epoca di dissipazione e decadenza – penetrò nella più profonda solitudine e riuscì – dopo le varie purificazioni che dovette subire – a risalire alla luce e a tornare.»

Succisa virescit: ciò che è potato rinverdisce, era il motto benedettino; era necessario tornare alle radici spirituali, eliminando tutto ciò che è accessorio e superfluo. È ciò che si chiama riforma dalle radici, nella testa e nelle membra, intesa come potatura o purificazione. (…)

Pablo Blanco Sarto

Università di Navarra, Teologia sistematica, Faculty Member
La dimensión monástica en el pensamiento de Benedicto XVI CIUD-RA 234-2 (2021) 519-554

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Pubblicato il Riflessioni, Vita consacrata

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