Monaci e Monache nel cambiamento
sr. Monica Della Volpe
Ricchissima la Tavola rotonda che giovedì 19 giugno ha concluso la serie di incontri sul tema: “Monaci e Monache nel cambiamento”.
Ringraziamo ancora una volta sr. Fernanda Barbiero che ha organizzato questi incontri ed esprimiamo la nostra sincera vicinanza a Madre Ignazia Angelini che non ha potuto partecipare perché infortunata.
I tre relatori, Mauro Giuseppe Lepori OCist, Sr. Mirella Soro OP, Madre Cristiana Dobner OCD, si presentano da sé e hanno offerto alle ascoltatrici un ricco materiale.
Padre Lepori ha centrato le sue osservazioni su una parola del tema assegnato: “Nella concretezza della realtà presente, a quale cambiamento di qualità sono chiamati i monasteri?” Mettendo a confronto l’espressione “la REALTÀ presente” con quella della Regola di san Benedetto che ci chiede di verificare si RE-VERA, se è cosa vera che il postulante cerchi Dio, denuncia una certa incapacità odierna di coniugare realtà e verità. La fedeltà è possibile solo se ci fondiamo su una realtà vera e su una verità reale. Si interroga quindi sulla vera realtà della vita dell’uomo, ravvisandola nel bisogno di salvezza che si avverte solo davanti a Cristo. Questa coscienza ci riporta alle vie del nostro carisma per una reale conversione a Lui.
Madre Cristiana Dobner nel suo incisivo intervento parte dalla costatazione del danno odierno della esculturazione. Di fronte a questo e alle sue conseguenze, non basta denunciare il male ma occorre parlare con cuore carico di amore compassionevole per irradiare la bellezza di ciò che è giusto e vero. A questo scopo ci addita le antiche Ammas del deserto, pneumatofore. Così anche oggi, dimorando nella Parola, la teofania della vita carmelitana potrà risplendere e irradiare. “Viviamo da eremite, sempre tese al Signore Gesù”. Ci richiama a non deturpare il carisma lasciandoci trasportare da mode di “Chiesa in uscita”, ma semplicemente ad adorare la Presenza e ad accogliere chi arriva nella sua unicità, alla Presenza del Risorto. Tutto il mondo è in fiamme, ma sopra le fiamme si eleva la Croce, cammino dalla terra al cielo.
Con queste poche parole rimandiamo, per chi può, all’ascolto degli interventi, che vale la pena più attentamente meditare.
Sr. Mirella O.P. ci ha proposto, fra questi due richiami forti ed essenziali, un intervento molto più lungo e dettagliato, forse più adatto per una conferenza che per una tavola rotonda, ma che merita di essere ripreso per non perderne la grande ricchezza, che l’esposizione forzatamente veloce non poteva mettere in risalto. Ci soffermeremo dunque con qualche commento su questa esposizione densa e ricca di spunti, non per riassumerla, ma per raccogliere e rilanciare qualche tema che ci tocca più da vicino.
Anzitutto notiamo il tono generale: sr. Mirella crede fortemente in quello che dice e perciò lo rende autentico e vivo. Non è secondario: nell’aria di morte che spesso aleggia attorno alla vita consacrata, l’impressione che sempre più riportiamo è che vivrà soltanto chi ci crede davvero; e il merito di questi incontri è proprio quello di averci dato dei testimoni di vita.
La conferenza tocca tutti i punti oggi importanti, in particolare quelli formativi. Il dono dello Spirito che anima i carismi è visto soprattutto come Amore, una carità che ci permetta di accogliere e valorizzare anche le vie diverse dalla nostra.
Il compito dell’Autorità è visto soprattutto come quello di far fiorire i doni, anziché schiacciarli. In un mondo dove esiste tanta competizione occorre la gioia trinitaria: il dono di uno è per tutti.
Sr. Mirella ci dice che le grandi donne domenicane vivevano la minorità: anche se sei il maggiore sii il minore di tutti, sottomettiti all’obbedienza, a Dio e a tutti.
Ascoltando, ci chiediamo: come far sì che la minorità femminile non sia perennemente schiacciata e neppure, come oggi accade, stravolta in potere competitivo?
Arriva la risposta: Caterina e Raimondo da Capua erano reciprocamente obbedienti, occorre questa capacità di fiducia, affidamento reciproco, nella consapevolezza che non abbiamo da noi stessi la sapienza, ma in Cristo, che è presente nella Comunione.
Occorre imparare a difendersi dai direttori spirituali abusanti e vivere l’obbedienza in una comunione autentica, condividendo gli uffici che comportano una responsabilità sulle persone. Nella collaborazione si possono evitare molti errori.
Sottolineiamo la preziosità di queste osservazioni, che riportano il tema dell’autorità e dei relativi possibili rischi e rimedi all’interno del carisma, nel bene e alla luce della collaborazione; laddove oggi si tende a porre non collaboratori ma controllori, esperti, tecnici, ovvero psicologi, laici ed esterni, sulla testa delle guide spirituali che dovrebbero introdurre alla via particolare di ogni carisma.
Altra osservazione di sr. Mirella è che dobbiamo curare le relazioni in comunità e convertirci a una carità fraterna non formale. Le nostre periferie sono accanto a noi, sono le sorelle. Dobbiamo conoscerci più in profondità, dialogare, senza lasciarci travolgere da una vita frenetica: la comunione non è opzionale.
Ognuno di questi temi, di cui si percepisce lo spessore esperienziale, è di grande peso. Riconosciamo proprio qui, in questa comunione fatta di collaborazione che unisce tutta una comunità e che per dono di Dio può arrivare all’amicizia e all’affidamento reciproco, qui riconosciamo l’unico vero antidoto alla piaga dell’abuso in tutte le sue forme, senza bisogno di eliminare o ridurre l’autorità ma in una reale e costruttiva unione attorno ad essa. Il contrario dell’abuso sta nella comunione vera e nell’autorevolezza vera.
Uno dei temi in cui la conferenziera si esprime di più è quello della formazione:
Le nuove vocazioni portano con sé nuove sfide: da una parte sono in ricerca, pongono domande, hanno una grande sete; dall’altra le aspiranti già adulte di oggi sono egocentriche, al centro c’è l’io e il suo benessere. Sanno tutto e insieme non sanno niente, ci mettono in crisi. Nonostante questo, dobbiamo imparare a scoprire il dono di ogni persona, amarle ed accoglierle senza giudizio, testimoniando loro il Vangelo. Partendo dal loro desiderio vago portarle all’incontro con Cristo.
Interroghiamoci: cosa Cristo ci sta dicendo attraverso di loro? Mettiamoci in discussione per prime, senza paura. Poi facciamo tesoro dell’esperienza e riflettiamo sull’esperienza: dobbiamo studiare il mondo e studiare profondamente il carisma. I frati predicatori nascono nel tempo in cui i Catari volevano una chiesa perfetta. San Domenico vide nella umanità ferita e in errore la sete del Signore; non creò un ordine di puri, ma di redenti.
I nostri monasteri possono oggi rispondere nello stesso modo a questo stesso grido? Sì, se faremo esperienza della Grazia per divenirne testimoni. Arrivano giovani instabili e ferite: ma sono vocazioni! Se troveranno testimoni di vita, luoghi non di catarismo, ma di esperienza della grazia, non potremo più contenere le vocazioni.
Oggi affidiamo le persone ferite a psichiatri che le incasellano. Non possiamo affidare alle scienze umane il discernimento che non compete loro.
Un’altra preziosa serie di osservazioni che questo intervento ci offre riguarda il campo della riflessione – dello studio come ricerca della verità – del parlatorio come Missione
Proprio dalla difficile esperienza formativa con le vocazioni che provengono dal mondo attuale può nascere in noi una nuova capacità di riflessione e di pensiero:
Che cosa Dio ci sta dicendo attraverso di loro?
Dobbiamo riflettere sull’esperienza che facciamo con loro e metterci in discussione, senza paura.
Facciamo tesoro di questa esperienza e riflessione: studiamo il mondo, studiamo il nostro carisma.
La riforma del carisma nasce nel confessionale, nei sacramenti, nella vita penitente; negli spazi di conversione e di comunione.
Le giovani, con le difficoltà che ci pongono, ci riporteranno al nostro carisma.
Tornare al carisma e tradurlo nel linguaggio di oggi è una ricerca lunga, faticosa, difficile; non subito appagante. Richiede pazienza, preghiera, e affrontare le difficoltà del cognoscimento di sé.
Lo studio vero rende sempre più piccoli: riconosciamo l’eredità ricevuta dagli altri. Lo studio serve per rimanere piccoli e capire che il mondo lo abbiamo ricevuto e lo dobbiamo restituire.
Da questo tipo di studio e da questo tipo di coscienza (niente affatto scontati) potrà derivare un parlatorio vissuto non come elemento di dissipazione, ma come un mezzo per portare Cristo al mondo.
Come commento nostro, ci viene da dire che questa conclusione di questa serie di incontri ci dona uno slancio per il lavoro futuro: ci aiuti il Signore a proseguire il cammino! Ciascuna monaca, ciascuna comunità e, se Dio vuole, anche tutte insieme.
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