di Monica Della Volpe
“Un Giubileo nel Giubileo”, con queste parole l’arcivescovo, il Card. Augusto Paolo Lojudice ha salutato domenica scorsa la Comunità delle monache Benedettine Vallombrosane di san Girolamo a San Gimignano, che celebrano i 950 della fondazione. Gremitissima la chiesa del monastero, amici, parenti, sacerdoti, suore si sono stretti alla piccola comunità per testimoniare il loro affetto e la loro presenza significativa in quella cittadina. L’arcivescovo ha tenuto a sottolineare l’importanza dell’essere membra effettive dell’intera Comunità ecclesiale diocesana che ha appena avviato l’Anno giubilare “Pellegrini di Speranza” come in tutto il mondo cattolico domenica 29 dicembre.
Madre Roberta, badessa conosciutissima in diocesi, nel ringraziare tutti i convenuti ha detto che questa non è stata una messa di requiem, sono appena in tre le monache ora, ma di riavvio, “una piccola comunità che vive senza clamore, testimoniando la fedeltà di un Dio Padre e Madre che si prende cura chiedendo solo di confidare in lui”.
Sin dalle origini, ricostruendo un po’ le sue radici, la comunità fu caratterizzata da un numero esiguo di monache, anche nel 1246 erano solo in tre. Allora si può ben Sperare anche oggi.
(Diacono Renato Rossi) *
Quando, nel 1994, sono arrivata a Valserena, comunità Cistercense situata in Diocesi di Volterra, sulla collina fra la cittadina di Cecina e il comune di Guardistallo, sono stata emozionata nell’apprendere che nella non lontana san Gimignano si trovava un monastero di Vallombrosane. Si trattava delle eredi più dirette di Cavriglia, la comunità di Santa Berta, prima discepola di San Giovanni Gualberto!
Valserena è nata nel 1968 come virgulto di un ceppo monastico, Citeaux, che risale al 1098; il monastero Vallombrosano di San Girolamo a san Gimignano ha festeggiato proprio recentemente i suoi 950 anni – che, se si risale a san G. Gualberto, diventano 1000)
Poco sappiamo di Santa Berta, capostipite delle Vallombrosane, così come pochino sappiamo di santa Umbelina, sorella del grande san Bernardo e iniziatrice del ramo femminile dei Cistercensi; ma molto sappiamo dei fondatori dei rispettivi ceppi maschili.
San Giovanni Gualberto, fiorentino o giù di lì, è una delle figure più affascinanti del monachesimo medievale italiano. Una giovane vita travolta dal dovere della vendetta con l’assassinio del fratello; il perdono dato all’assassino per l’incontro folgorante con il Cristo Crocifisso; la fuga nel monastero benedettino di San Miniato. Qui, lo scontro con corruzione morale e simonia, la lotta senza quartiere: se l’assassino del fratello poteva essere perdonato per amore di Cristo, non c’era pace possibile con questi traditori e nuovi assassini di Cristo. Gualberto lascia il monastero, si ritira nella solitudine dei boschi a Vallombrosa e, acquistati nuovi compagni e fondati nuovi monasteri (1039), da qui continua la lotta alla corruzione nella Chiesa di Firenze. Nel suo monastero di Badia a Settimo, abbiamo l’ordalia del monaco Pietro, poi detto igneo, che passa illeso nel fuoco dimostrando così la colpevolezza dei prelati accusati e la propria innocenza.
Una così accesa storia di carità, dal perdono allo zelo per la giustizia, non può che infiammare molti cuori. I monasteri si moltiplicano e Giovanni muore scrivendo ai suoi monaci una Lettera sulla carità che è il suo testamento spirituale e raccomanda che i suoi monasteri siano sempre uniti da questo legame.
E Citeaux? Nasce nel 1098 all’insegna di una ricerca di purezza della Regola e di carità: è una nascita comunionale, i suoi fondatori sono tre, Roberto, Alberico, Stefano; quest’ultimo prima di aderire all’ideale di riforma dell’Abate Roberto, lascia anch’egli il proprio monastero in Inghilterra, va pellegrino a Roma e sulla via si ritiene che incontri Vallombrosa e venga a conoscenza di questa Lettera sulla Carità.
Stefano a sua volta, quando Citeaux fonderà altri monasteri, scriverà la Carta di Carità, che viene oggi considerata come il primo documento giuridico fondativo del primo Ordine monastico. Il fondamento, è la carità.
Potevamo, con tali storie e una tale parentela, restare indifferenti alla presenza di queste sorelle?
In quella cristianità medievale, in cui certamente non mancavano discussioni e polemiche, come quella sorta dopo la nascita di Citeaux fra Cluniacensi e Cistercensi, c’era però una ricerca comune, un comune tentativo di tornare alla sorgente dei carismi, a Cristo presente nel mondo grazie alla sua Incarnazione, che poteva illuminare tutti. Pensiamo ai rapporti di amicizia fra Roberto di Molesme e Bruno di Colonia, alla loro comune ricerca, ai loro colloqui da cui poi scaturirono e Citeaux e la Certosa.
Questa amicizia fra carismi feconda di pensiero spirituale non sarà ancora accessibile a noi oggi? Si tratta di coltivarla.
Conoscendo le sorelle di San Gimignano, abbiamo subito sentito un’aria di famiglia, una comunione vissuta fra di loro che rimane come timbro carismatico di queste Benedettine Vallombrosane. Per il loro giubileo 950°, che scocca all’interno del Giubileo della speranza, si ritrovano in tre. In tre hanno incominciato, oggi nuovamente incominciano. La carità vissuta che le ha fatte amare nel loro paese attraverso le intricate vicende della storia, ritorni a dispiegarsi dalla brace ancora accesa di San Giovanni e santa Berta.
Monica della Volpe
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* Dal sito dell’Arcidiocesi di Siena Colle di Val D’Elsa Montalcino (https://www.arcidiocesi.siena.it/san-gimignano-il-giubileo-nel-giubileo-delle-monache-vallombrosane/)
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