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La paternità di San Benedetto sull’Ordine di Citeaux

La paternità di San Benedetto sull’Ordine di Citeaux

Trasmissione di una vita nuova nello spirito

Sr. Veronica Pellegatta

 

Consideriamo Dom Anselme Le Bail uno dei nostri Padri del XX secolo, grande abate e formatore, che ha molto contribuito allo strutturarsi dell’Ordine nel tempo di rinnovamento che ha preceduto il Concilio.

In un suo articolo, pubblicato su Collectanea, La paternità di san Benedetto sull’Ordine di Citeaux[1], dom Anselme proponeva un’esposizione, documentata con molte citazioni, ma anche riflessa e sintetica, dell’insegnamento dei Padri cistercensi degli inizi dell’Ordine circa il ruolo di san Benedetto nei confronti di coloro che scelgono la via tracciata dalla sua Regola. Questa dottrina faceva parte della necessaria riflessione sul Carisma da parte di chi desiderava tornare alle origini per verificare la propria adesione alla vocazione ricevuta. Essa porta in sé la coscienza che la vocazione è una chiamata a inserirsi in un flusso di vita spirituale che ci precede e che ha avuto un inizio in un momento determinato e ha dunque un Padre, un iniziatore che ha impostato un certo modo di vivere la fede. Questo Padre è padre per sempre e genera spiritualmente i suoi figli nel trascorrere dei secoli. Cioè il legame con san Benedetto è vitale per ogni monaco e monaca come lo è quello con il proprio padre naturale.

 

I primi abati cistercensi formularono una dottrina circa la paternità di san Benedetto non in trattati ma proprio trasmettendo come padri a figli quello che avevano a loro volta ricevuto, nella struttura tipicamente famigliare che la Regola di san Benedetto ha istituito: la Comunità costituita da un Padre che trasmette un insegnamento di vita ai suoi figli. Essi trasmettono ciò che vivono.

Dom Anselme attinge a piene mani a questi insegnamenti. Egli dice che questa dottrina non è propria di Cîteaux, ma i nostri Padri l’hanno fondata teologicamente, cioè hanno colto nella Parola della Scrittura, e segnatamente in san Paolo, il fondamento della paternità spirituale di chi trasmette le fede mediante la predicazione.

 

«San Benedetto è veramente nostro padre. Egli, infatti, ci ha generati in Cristo mediante l’annuncio del Vangelo»[2]. Così dice il beato Elredo di Riélvaux. Così dicono gli altri padri cistercensi. Così inizia dom Le Bail, ponendo subito il riferimento a san Paolo che esprime la sua coscienza nei confronti dei fedeli della Chiesa di Corinto che aveva fondato mediante la predicazione del Vangelo[3]. Ovunque san Paolo fondasse la Chiesa di Cristo, rivendicava il titolo di padre e assumeva tutte le funzioni della paternità: formare, guidare, mantenere, amare[4].

San Benedetto, come san Paolo, genera a vita nuova coloro che aderiscono al suo insegnamento. È in Cristo che entrambi generano: paternità di mediazione. Medesimo è anche lo strumento della generazione. San Paolo non dice: “per mezzo del MIO Vangelo”; allo stesso modo di san Benedetto non si dice: “attraverso la SUA Regola”. In entrambi si tratta della predicazione del Vangelo di Cristo. La Regola è il Vangelo adattato per chi vuole essere perfetto.

I Cistercensi, professando la Regola di San Benedetto, attribuiscono la loro nuova vita allo stesso San Benedetto e attendono da lui le opere della paternità spirituale: la verità, la vita, la grazia. San Benedetto, ne hanno la fede, è veramente il Padre dell’Ordine.

Questa dottrina sulla paternità spirituale di san Benedetto fa parte di tutta la tradizione cattolica sulla mediazione spirituale nel Corpo mistico di Cristo. E nell’Ordine monastico, almeno dall’istituzione del primato della Regola benedettina in Occidente, tutti i monaci confessano questa fede: San Benedetto è veramente il Padre dei monaci d’Occidente.

I Padri cistercensi, figli dell’Ordine benedettino, avevano ricevuto questa fede e la proclamano in modo istituzionale fin dall’inizio nella carta di fondazione dell’Ordine: il Grande Esordio. In esso si comanda di seguire alla lettera la Regola del Padre (c. XVI) e si delinea la missione divina di san Benedetto all’interno della gerarchia dei fondatori della vita di perfezione (c. IV).

L’altra fonte è costituita dai Sermoni pronunciati in occasione della festa di San Benedetto da parte dei grandi Abati dell’Ordine. Dom Anselme ce ne riporta un assaggio.

 

San Bernardo considera san Benedetto «il nostro condottiero, il nostro medico, il nostro legislatore»[5]. Egli possiede in sé la virtù di essere principio di vita. Questa è la tesi di Bernardo: la santità, la giustizia e la pietà di san Benedetto ci nutrono. Egli usa, secondo una citazione dalla Scrittura, il verbo “reficio” che ha, nella sua etimologia, il significato di “ri-fare”, oltre che il senso di “nutrire”, e questa può essere solo un’opera di paternità spirituale. Inoltre usa l’allegoria dell’albero della vita: San Benedetto è l’albero della vita piantato in Cristo, cioè nella fonte della vita, e per questo può dare vita ai suoi frutti. La prova di ciò risiede nella vita stessa di san Benedetto in cui ha dato prova della sua santità, giustizia e pietà attraverso i miracoli, la dottrina e gli atti della sua vita. In secondo luogo, nel corso del tempo, la sua mediazione visibile continua. Ancora oggi l’albero della vita continua a dare i suoi frutti. In terzo luogo, san Bernardo afferma la missione divina del santo fondatore: è stato inviato da Dio come esempio per tutti i monaci; e situa la missione e la mediazione di san Benedetto nella gerarchia terrena delle missioni e delle mediazioni nella Chiesa, da quella del Figlio di Dio a quella dei santi.

 

Egualmente dom Anselme cita altri Padri cistercensi, ritrovandovi lo stesso insegnamento: il beato Guerrico d’Igny, il beato Elredo di Riélvaux, Oddone di Morimond, Garnier di Rochefort.

Infine pone la questione del valore teologico di tutto questo insegnamento e individua in due aspetti le note teologiche della paternità di san Benedetto rilevata nei padri cistercensi.

 

1- La professione monastica come secondo Battesimo 

Il fondamento della tesi dei Padri cistercensi, in conformità con l’insegnamento patristico, è la dottrina che insegna che la professione monastica ha le caratteristiche di un secondo Battesimo. Se non c’è un nuovo battesimo, non c’è una vita nuova, non c’è una nuova generazione. Non si potrà parlare di paternità e non si potrà chiamare “padre” san Benedetto.

Dom Anselme fa notare che San Bernardo, a ben vedere, attribuisce la definizione di secondo Battesimo alla conversione. «L’alleanza o unione con Cristo viene ravvivata una seconda volta da quello che possiamo legittimamente chiamare il secondo battesimo della nostra conversione»[6].

Nel trattato Del precetto e della dispensa (c. XVII) afferma che non ogni conversione merita la prerogativa di un secondo Battesimo, ma piuttosto l’adesione alla disciplina monastica in quanto questa comporta la rinuncia totale al secolo e impone che la vita dello spirito prevalga su ogni altra attività umana. Questi sono atti di osservanza riconosciuti dalla Chiesa, dunque il loro valore è sacramentale e opera la restaurazione dell’immagine divina nell’uomo. Avviene così un secondo Battesimo, mediante la mortificazione effettiva della vita carnale, che inserisce nuovamente nella partecipazione alla morte di Cristo. È l’incontro di due atti volontari, di Dio e dell’uomo. Si tratta di un rinnovo dell’unico Battesimo nella verità e, conseguentemente, nell’efficacia, in quanto c’è, da parte del battezzato, un atto di sacrificio volontario e consapevole che prova la sua donazione a Cristo.

E così conclude l’autore: è senza dubbio Dio che ha generato in Cristo tutti coloro che ha predestinato ad essere conformi a questo Figlio e ad essere legati a questo Capo. Ma poiché nell’adesione libera, in età adulta, alla disciplina monastica la persona chiamata sceglie di conformarsi a Cristo in modo esplicito, così si rinnova e si rende efficace il sacramento dell’ingresso nella vita di Dio che è il Battesimo e ciò accade attraverso le braccia di un Padre non più carnale ma spirituale che accompagna il monaco nel cammino mediante la sua Regola.

 

2- San Benedetto “forma” della vita monastica 

“Forma”: questo termine è usato espressamente da San Bernardo e da Oddone di Morimond[7]. Lo usa anche Goffredo di Vendôme, con l’aggiunta che san Benedetto fu inviato da Dio per “dare forma” (“misit informare”). Garnier di Rochefort usa questa espressione: «La nostra alleanza con Dio è adornata da una forma»[8].  Appare importante il rapporto tra forma e alleanza. Il nostro patto di alleanza con Dio deve essere rivestito di una forma che, nel caso dei monaci, porta l’immagine di Cristo mediante l’immagine di san Benedetto. È il cuore della dottrina sui Carismi nella Chiesa.

L’espressione di san Bernardo: «ad hoc venit ut nobis formam traderet»[9], richiama i testi che nella Scrittura caratterizzano la missione del Verbo[10]. Tutta la dottrina dell’immagine, e dell’uomo a immagine dell’immagine, risuona sotto il termine “forma”.

Per tutti gli uomini Cristo è l’immagine di Dio, divinamente e umanamente dotata degli attributi adatti per mostrare all’uomo come restaurare in sè l’immagine di Dio. Per chi invece aspira alla perfezione, San Benedetto si fa immagine di Cristo, nella sua vita e nel suo insegnamento, e di conseguenza è costituito immagine intermedia tra Cristo e i monaci, affinché i monaci siano ad immagine di San Benedetto per meritare di essere ad immagine di Cristo.

 

San Benedetto ha ricevuto da Dio la sua missione

Un ultimo rilievo nella dottrina studiata è fondamentale: per i padri cistercensi san Benedetto è inviato da Dio per la missione che gli riconoscono e in vista di essa Dio lo ha dotato di attributi. Quello che ha ricevuto è appunto un Carisma e si comunica secondo il legame della paternità spirituale.

La missione di san Benedetto proviene da Dio. E questa certezza risiede nella dottrina stessa dell’economia del Corpo mistico che i padri cistercensi, come tutta la Chiesa, hanno imparato da san Paolo. Il testo di riferimento è Efesini 4 sull’edificazione del Corpo mistico[11]. A questo testo pensa anche san Bernardo quando presenta la gerarchia dei mediatori: con il procedere delle missioni dalla Trinità ai confessori alle vergini ecc, si sviluppa tutta l’economia dell’edificazione del Corpo mistico e di tale economia la missione di san Benedetto è parte e lo è come paternità[12].

Gli autori cistercensi affermano che San Benedetto è il nostro Mosè. «Dio ha costituito per noi – scrive Elredo – un Mosè: il nostro padre san Benedetto. È attraverso la sua scienza e i suoi metodi che attraversiamo il deserto di questo mondo per raggiungere la terra promessa»[13].

Tra il Mosè moderno e il Mosè antico si nota il parallelismo delle funzioni: quella di guida del popolo; quella di liberatore dalla schiavitù dall’Egitto cioè dal secolo; e la funzione di legislatore.

Elredo precisa: il Signore ci ha tolti dal secolo attraverso il ministero di san Benedetto[14]. E questo ministero non è solo un fatto compiuto al momento della fondazione di Montecassino. San Benedetto è stato dotato da Dio dello spirito di Mosè con lo stesso scopo della sua mediazione: trasmettere la perfezione di vita spirituale o, meglio, trasmettere agli uomini la pienezza dello Spirito divino[15]. L’economia della costruzione della Chiesa richiede dei ministri mediatori. Dio dota di capacità eccezionali tali ministri per l’istituzione, nella Chiesa di Cristo, di forme speciali di vita spirituale. Dio ha riempito San Benedetto dello spirito adatto ai rinuncianti, ai penitenti, ai contemplativi.

 

Conclusione 

Dom Anselme conclude ricordando che per i primi cistercensi la paternità di san Benedetto ha una implicazione seria e cruciale: l’imitazione del Padre, il dovere di praticare la Regola di san Benedetto, lungi dal diminuire il titolo e l’esercizio della paternità, è parte integrante della condizione di figli di san Benedetto.

Questa correlazione tra paternità certa e filiazione degna poneva la questione del dovere, da parte di coloro che fanno professione monastica, di praticare la Regola alla lettera. “Possiamo affermare con certezza che questa è stata la causa della fondazione di Citeaux”: conclude Le Bail.

E prosegue: “Possiamo forse giudicare che la dottrina fosse un po’ esagerata e portasse a conclusioni pratiche estreme. Tuttavia quel che conta è che una dottrina, un pensiero esiste”.

Quest’ultima espressione dell’autore dell’articolo è singolare: mostra la consapevolezza del primato di un pensiero teologicamente corretto, cioè che tenta di conformarsi al pensiero di Cristo rivelato. È il pensiero della fede.

I fondatori di Citeaux hanno fede che i Padri dei Concili della Chiesa sono gli interpreti dello Spirito Santo; trasgredire i loro comandi è un sacrilegio.

Hanno fede che san Girolamo è l’interprete dello Spirito Santo per esprimere in latino la verità ebraica della Parola divina. Rivedranno quindi la Vulgata per ristabilirne l’autenticità.

Hanno fede che San Gregorio Magno è l’interprete dello Spirito Santo per il canto liturgico. Cercheranno dunque la sua scrittura musicale autentica e se riterranno che un testo non è conforme alla scienza del canto da lui trasmessa, dichiareranno che esso non è autentico. Ciò significa che autentico non è un manoscritto in base a considerazioni estrinseche; è invece l’interprete di Dio che ne attesta l’autenticità.

La stessa fede diceva loro che San Benedetto è l’interprete dello Spirito Santo per il popolo dei monaci. La modalità autentica di disciplina monastica che egli ha mostrato risiede nella sua Regola. Bisogna quindi seguire la Regola alla lettera, dicevano i padri di Citeaux, perché ci sia una corrispondenza tra ciò che dice il testo della Regola e gli insegnamenti della vita di san Benedetto, e la nostra vita oggi. Solo così i monaci si possono considerare, secondo la loro professione, veri figli di san Benedetto e possono beneficiare della sua mediazione.

«È naturale per l’uomo e conforme alla virtù onorare il principio immediato della sua vita e non deviare dalla sua origine per una via inautentica. È molto importante per la salvezza seguire le orme del proprio.

_______________

[1] Dom Anselm Le Bail, Abate di N. D. de Scourmont dal 1913 al 1956, Forges (Chimay), da Collectanea, 1947, pp. 110-130.

[2] Sermo I In Festo S. Bern., P. L., 195, 239 A.

[3] Cfr. 1Cor 4,15.

[4] Cfr. 1Cor 4,15: «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo.»; 2Cor 6,13: «Io parlo a voi come a figli…»; Gal 4,19: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!»; 1Tes 2,7: «Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature».

[5] Sermo in Natali S. Benedicti: P. L., 183, 375-382.

[6] Sermo De Div. XI, P.L., 183, 570 D.

[7] Sermo In Festo S. Ben., P.L., 188, 1656 A.

[8] Sermo In Capitulo Generali. P.L., 205, 790 C.

[9] San Bernardo, Sermo In Natali S. Ben., P.L., 183,380 B.

[10] Cfr Fil 2,6-7; Rom 8,29.

[11] Cfr. Ef 4,11-16.

[12] Sermo In Natali S. Ben., P.L., 183, 377 A.

[13] Sermo VII In Natali S. Ben., P. L., 195, 247 D.

[14] Sermo V In Natali S. Ben., Sermo IV, P.L., 195, 239 C.

[15] Guerrico d’Igny, Sermo IV In Festo S. Ben., P.L., 185, 111 D.

 

 

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Pubblicato in Cose nuove e cose antiche, Riflessioni

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