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La paternità spirituale nella tradizione cistercense

La paternità spirituale nella tradizione cistercense

Riprendiamo il discorso sulla paternità spirituale, raccogliendo la prima delle parole poste come pietre miliari da madre Chiara Cristiana Mondonico nel suo articolo sull’argomento. Lo facciamo mettendoci in ascolto di questo testo degli anni 70, che ci è testimone di una tradizione monastica approdata, vigorosa e vitale, fino a dopo gli anni conciliari, e forse alle soglie dei rivolgimenti del postconcilio.
Il testo è un po’ più lungo del solito ma vale la pena arrivare alle conclusioni; dove l’autore, con le parole di Dante, costituisce il figlio spirituale, giunto alla fine del percorso, “Re e papa di se stesso!”

Père Charles Dumont *

Cominciamo col rileggere alcuni passi delle lettere di san Bernardo che ci proveranno quanto la paternità spirituale gli fosse cara e familiare.

In viaggio in Italia, san Bernardo scrive ai suoi monaci di Chiaravalle:

È la terza volta, se non mi sbaglio, che mi si strappa il cuore. I miei piccoli sono divezzati prima del tempo: quelli che io generato col Vangelo (cfr.1 Cor 4, 15), non mi si permette di allevarli…Piaccia al mio Signore che gli occhi del padre (perché sono comunque padre, io che non son degno di essere chiamato padre), siano chiusi dalle mani dei suoi figli!

San Bernardo scrive al papa Eugenio perché gli rinvii Fra Rualeno, nominato abate dal Papa, contro il suo volere:

Noi siamo veramente convinti che il nostro Rualeno, lungi dall’aver trovato il riposo là dove Lei l’ha posto, non riuscirà mai a darsi pace…Io fremo, Le assicuro, per tutto il tempo in cui sarà nell’angoscia. Non si meravigli: noi siamo un’anima sola, se non che io sono la madre e lui il figlio, perché io ho ceduto a Lei per lui il nome e l’autorità di padre, ma mi è rimasta la tenerezza che non ha potuto travasarsi altrove e che mi tormenta. Una madre non può dimenticare il frutto delle sue viscere (Is 49, 15).

Chi dirà che si tratta di passato? Io sento bene di essere sempre madre; l’afflizione, il dolore continuo del mio cuore a suo riguardo, gridano che io sono madre. Lei vuol sapere di chi mi lamento? Di me. Di Lei non mi lamento, se mi lamento con Lei. Sono io, io madre tenera e crudele nello stesso tempo, che non ha risparmiato il suo cuore. Ora è proprio del cuore di un padre cedere quando il figlio è maldisposto e non vuol intendere ragione…

La supplichiamo, dunque, per il cuore misericordioso del nostro Dio, di mostrare il cuore di un padre e di rinviare il figlio, finché vive ancora, al seno della madre. Forse tutta la sua malattia è stata di essere stato divezzato troppo presto. È meglio lasciarlo vivere che tagliarlo in due (1 Re,3,26). A che giova spargere il sangue? Io so soltanto questo: neppure un padre né una madre potrà mai dire: Non sia né mio né tuo, ma che muoia.

A Raynaud, abate di Foigny, che si lamentava delle noie della sua carica, san Bernardo scrive:

Il mio cuore non può chiudersi su nessuna delle tue angosce, ma è duro per te dettagliarle tutte al padre che ti vuol bene. Ma che necessità c’è di aggiungere preoccupazioni a chi è già abbastanza angustiato, e di aggravare il dolore di un padre ferito dall’assenza del figlio? Io ho condiviso con te la mia carica, come con un figlio fedele collaboratore. Vedi in quale modo devi portare il fardello paterno! … Questo fardello è quello delle anime e delle anime malate …Tutti coloro che troverai tristi, indolenti, mormoratori, sappi che di quelli tu sei padre.

E per concludere con qualche citazione, san Bernardo scrive ai genitori di Goffredo che si preoccupavano della salute del figlio:

Confidate, consolatevi: io sarò per lui un padre e lui sarà per me un figlio… Non piangete, dunque e non rattristatevi: il vostro Goffredo si incammina alla gioia, non al lutto. Io sarò per lui il padre, la madre, io il fratello e la sorella.

San Bernardo, poi Ælredo di Rievaulx, Guerrico d’Igny ed altri hanno elaborato una dottrina che Dom Anselme Le Bail ha esposto in un articolo intitolato: La paternità spirituale di san Benedetto sull’Ordine di Cîteaux.Questa dottrina non è propria di Cîteaux, ma i nostri Padri l’hanno fondata teologicamente. Come san Paolo per i Corinzi, san Benedetto è veramente «il nostro proprio padre» dice Ælredo: è lui che ci ha generati in Cristo attraverso il Vangelo. Tutto l’articolo tenta di delineare la portata teologica di questa affermazione. Si tratta solo di una formula, di una comparazione oppure si tratta di una reale paternità spirituale? L’accostamento con Mosè che troviamo in Ælredo e Guerrico ha una precisione supplementare. San Benedetto con la sua Regola è «il nostro Mosè moderno» come Mosè con la Legge. Nei suoi primi tre gradi di umiltà, che segnano tre rinunce, Ælredo vede i 3 giorni di cammino che Mosè chiedeva al Faraone per adorare il suo Dio. Per giustificare questa dottrina della paternità di san Benedetto, Dom Anselme traccia due linee di riflessione:

– La prima è la dottrina tradizionale della professione monastica considerata come secondo battesimo;

– la seconda è la forma di vita, la «forma» che lo Spirito vuol restaurare attraverso la mediazione di san Benedetto e della sua Regola.

Io riprenderò quest’ultima linea per tentare brevemente di continuare. Questo tema della Forma poggia sulla dottrina dell’immagine di Dio nell’uomo, capitale nella teologia di san Bernardo e della sua scuola. Alla fine del XII secolo, Garnier di Rochefort sviluppava ancora questo tema al Capitolo Generale di Cîteaux. Il nostro “sì” – diceva – dev’essere rivestito di forma. Se in alcuni punti la forma ha già un significato scolastico, nella maggioranza dei casi, nei nostri autori si trova l’antico concetto di forma esteriore: manifestazione esteriore della bellezza e della nobiltà dell’anima, dell’armonia della vita.

Prima di proseguire, chiediamoci quale sia l’origine di questa paternità spirituale. Dom Anselme dice che è dell’ordine della mediazione. La sapienza eterna si è incarnata per ri-formare l’immagine divina rovinata nell’uomo, per rendersela conforme. Questa conformità è essa stessa unione a Dio. Unior cum conformor. A sua volta la Chiesa è «madre»; mediatrice della forma vitæ. Nell’antichità cristiana, durante i primi tre secoli, l’espressione «ecclesia mater», madre-Chiesa, designava la comunità ecclesiale, mediatrice di salvezza. Nella grande Chiesa, le comunità monastiche sono, a loro volta, mediatrici, essendo esse stesse ecclesiolæ. … (segue)

* Monaco dell’Abbazia Cistercense di Scourmont (Belgio) 1918-2009. Questo articolo è stato pubblicato nel resoconto del Terzo seminario delle maestre delle novizie, Laval, settembre 1974, p. 197-208.

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Pubblicato in Fondamenti, Riflessioni

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