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La vita monastica in Spagna: ieri e oggi – I

La vita monastica in Spagna: ieri e oggi – I

di Luis Prensa Villegas

 

Nella mia infanzia, verso la mezzanotte si udiva nitidamente il suono di una campana. Stava chiamando a Mattutino le Clarisse del Monasterio de la Inmaculada (s. XVI). Mantenevano ancora quell’orario per tradizione secolare. All’alba di ogni giorno suonava un’altra campana chiamando all’ufficio delle Lodi. Era il Monasterio de la Purísima Concepción y San José delle Trinitarie Scalze (s. XVII).

Ebbi la grazia di nascere in una nobile Villa dove c’erano due monasteri di monache di clausura. Le campane dell’uno e dell’altro monastero suonavano lungo tutta la giornata chiamando alla preghiera le loro monache, il che determinava positivamente la vita degli abitanti di questa nobile villa. Era normale ascoltare tra la gente: “è l’ora di mattutino”, “suonano il vespro”, o “è l’ora di nona”.

Purtroppo oggi ne ha già chiuso uno — le Clarisse — e l’altro soffre le conseguenze della mancanza di vocazioni e, con ciò, l’avanzata età delle sue monache. Il suono delle campane e la possibilità di recarsi alla liturgia in uno di essi è scomparsa. Succede qui ciò che è generale nel resto della Spagna: la mancanza di vocazioni e la chiusura di monasteri.

Questa realtà è ancora più dura quando sappiamo, dalla storia e dalle sue statistiche, che in Spagna si concentra un terzo della vita contemplativa del mondo, e che è il paese con il maggior numero di monasteri nel suo territorio. Secondo la CEE (Conferenza Episcopale Spagnola), nell’anno 2020 c’erano 735 monasteri, con un totale di 8326 monache e monaci contemplativi. Tuttavia, nell’anno 2025 rimanevano 690 monasteri — 45 monasteri in meno —, con un totale di 7449 monache e monaci contemplativi.

È certo che lungo la Penisola Iberica si trovano disseminate comunità con diversi carismi e tradizioni monastiche: Benedettini, Cistercensi (OCist), Cistercensi (OCSO), Agostiniane, Clarisse, Carmelitane Scalze e Carmelitane dell’Antica Osservanza, Domenicane, Gerolamine, Certosine… Tutti loro — monaci e monache — hanno un medesimo obiettivo. Così lo definiva magistralmente il Papa Benedetto XVI: L’atteggiamento di fondo dei monaci è il quaerere Deum, la ricerca di Dio. Potremmo dire che questa è l’attitudine veramente filosofica: guardare oltre le cose penultime e lanciarsi alla ricerca delle ultime, le vere. Chi si fa monaco, avanza per un cammino lungo e profondo, ma ha trovato già la direzione: la Parola della Bibbia nella quale sente che parlava lo stesso Dio (Collège des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008).

In pratica, la struttura della loro vita — preghiera, lectio divina e lavoro, in un ambiente di solitudine e silenzio — è orientata a facilitare l’incontro personale e continuo con il Signore, seguendo la massima di San Benedetto: nulla anteporre all’amore di Cristo (RB 4,21).

Tuttavia, pur mantenendo tutti un medesimo obiettivo, ogni Ordine, ogni Congregazione o ogni Federazione ha sfumature leggermente differenti, procedenti dalla tradizione millenaria o secolare delle proprie origini, o, che è lo stesso, dal carisma che li creò.

Tradizione Benedettina e Cistercense: Si condensa nel noto motto ora et labora; oltre alla preghiera pubblica (ufficio divino) e alla preghiera privata, aggiunge altre caratteristiche molto proprie, come, ad esempio, l’ospitalità. Nel capitolo 53 della Regola di San Benedetto, appare un principio fondamentale: Tutti gli ospiti che giungono al monastero siano ricevuti come Cristo. Questo mandato ha configurato persino gli spazi di un monastero, dove si trova sempre un luogo — una foresteria — per accogliere gli ospiti.

Altre tradizioni: Non succede lo stesso, ad esempio, nei monasteri di certosini, clarisse, domenicane, carmelitane, che sebbene accolgano nel loro monastero i familiari, ricevono in maniera più eccezionale alcune persone in cerca di maggiore solitudine e ambiente di preghiera.

Lo stesso si potrebbe dire del tipo di clausura osservato da ogni Ordine o Congregazione. Le Clarisse (200 monasteri) e alcune Carmelitane Scalze, per esempio, mantengono nella loro maggioranza la clausura papale, il sistema più “ferreo” di separazione dal mondo. I Certosini e le Certosine — in Spagna 3 monasteri di monaci e 1 di monache — hanno uno stile di vita eremitico, al cui recinto non possono accedere i familiari, se non in circostanze eccezionali: persino la chiesa del monastero si trova all’interno di questo recinto di clausura.

Bisogna segnalare che altri ordini o congregazioni osservano la clausura costituzionale o quella monastica, come nel caso delle Benedettine e di alcune Cistercensi. In questi casi, i monasteri hanno uno spazio per l’accoglienza degli ospiti, che è sempre più richiesto da persone di ogni tipo: famiglie, uomini, donne, religiosi, giovani…. In questi casi, sono i monaci o le monache stessi a procurare loro il cibo e il necessario per le camere. Non solo; gli ospiti possono — e sono invitati a — partecipare alla loro liturgia e, se del caso, a parlare con un monaco o una monaca. Evidentemente, in questi casi non vi è la stessa separazione fisica rispetto a quelli di clausura papale.

In Spagna, oltre a queste Congregazioni di monaci, ce n’è una di relativamente recente creazione di monache benedettine: la Congregazione Monastica di Santa Ildegarda. Nelle loro Costituzioni (I, 4) affermano che la vita nel monastero è centrata sulla ricerca di Dio in comunità, seguendo Cristo sulla via del Vangelo, secondo la Regola di San Benedetto. La nostra vita vuole essere solidale con le gioie e le difficoltà dell’umanità.

Dinanzi alla cruda realtà della mancanza di vocazioni e della chiusura di monasteri in Spagna, e anche in altri paesi, si presenta un paradosso: in Spagna si continua a chiudere una media di circa 20-22 monasteri ogni anno, secondo le stime della Conferenza Episcopale Spagnola. Gli interrogativi sono molti, ma potremmo riassumerli in poche parole:

Ci sono vocazioni? Sì, in alcuni luoghi della Spagna.

Si chiudono monasteri per mancanza di vocazioni? Sì, in molti luoghi della Spagna.

Questi enigmi dovrebbero condurre a una profonda riflessione per sviscerare le cause di questa dualità. Alcuni monasteri, per incoraggiare le vocazioni, sogliono concentrarsi nel rendere più visibile il proprio stile di vita, offrire spazi di esperienza diretta e coltivare una pastorale vocazionale attiva e moderna. Altri — minoritari — ricorrono all’uso dei social network (Benedettine di Sahagún e di León, Clarisse di Madridejos e Badajoz), per mostrare la quotidianità della vita contemplativa in modo vicino e accessibile. E ci sono altri monasteri che, senza fare nulla di speciale, hanno molte vocazioni perché nel loro passato hanno avuto una fondatrice con un carisma molto attraente (Clarisse di Cantalapiedra e di Soria).

Sia come sia, è bene ricordare ciò che saggiamente dice il salmista: Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori; se il Signore non vigila sulla città, invano vegliano le sentinelle (Salmo 126,1). Al che bisognerebbe aggiungere: Il nostro lavoro è solo una goccia d’acqua in un secchio, ma questa goccia è necessaria (Santa Teresa di Calcutta).

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Pubblicato in Monasteri, Vita e morte dei monasteri

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