di Madre Eleonora Andreoli – Carmelo di Sassuolo
Mentre sui giornali si continua a parlare del tentativo (fallito) dell’Arcivescovo di Tolosa Guy de Kérimel di reintegrare un sacerdote della sua Diocesi che ha scontato da anni la pena per abusi sui minori; mentre si susseguono appelli reiterati in particolare alle religiose a denunciare abusi di ogni tipo, ordine e grado; mentre si annoverano tra le offerte formative della vita consacrata corsi di prevenzione sugli abusi… qualcun altro come la sottoscritta va da tempo considerando qualche questione (tante) nel tentativo di trovare un confronto serio e qualche risposta (poche).
Potrei cominciare dalla vicenda di padre A., che per anni si è speso dentro e fuori la Chiesa con una passione e una dedizione incalcolabili; poi esiliato, malato, all’estero dopo le prime voci di accuse e infine condannato ad una perfetta damnatio memoriae, senza difesa e senza processo perché l’indagine è stata condotta a poco più di una decina di anni dalla sua morte. Ovviamente non riporto il nome non solo per rispetto ad un fratello nella fede e alla sua vicenda, ma anche per non fermarmi al singolo “caso”, a cui oggi è lecito degradare mediaticamente le persone. Perché la questione centrale non è solo riuscire a ricostruire post-mortem, come fu per Jean Vanier – per alcuni addirittura credere! – se il detto padre abbia compiuto o meno gli abusi gravissimi di cui è stato incriminato, sulla base di alcune denunce. Benché fossero documentate anche testimonianze di altro tenore, il male, si sa, ha questo di proprio: riesce a pervertire in peggio anche il meglio. Sappiamo che tali azioni, per chissà quale mistero abissale del cuore umano, possono essere compiute e molto abilmente, poi punite, poi pagate fino all’ultimo spicciolo, fin dopo la morte, e ancora oltre, finché qualcuno continuerà a chiedere giustizia e risarcimento per i torti subiti.
Ma la questione che mi pongo, in termini più generali e con linguaggio volutamente più biblico, quella che al momento viene disattesa come una cenerentola, mi pare questa: cosa succede se un mio fratello pecca e pecca gravemente, mortalmente? Rimane sempre un mio fratello? Ha dignità e diritto ad essere corretto, aiutato a compiere un cammino di riconciliazione, di perdono offerto e ricevuto? E una volta scontata la pena anche a livello civile, può essere socialmente ed ecclesialmente reintegrato? Il vescovo marchigiano che ha richiamato il sacerdote che ha scontato gli anni di carcere dopo una condanna per abusi su una minorenne e ha avviato per lui un cammino di reinserimento nella sua Diocesi, ha visto un esito diverso rispetto al confratello francese, anche se personalmente non ha avuto vita facile, come d’altronde risulta comprensibile. Tuttavia ha così motivato la sua decisione: “Non si tratta di assegnare una carica o un ruolo istituzionale, ma di accogliere un fratello, che è da aiutare nel reinserimento nella sua terra e nel servizio al regno di Dio. Ritengo che, su oltre 220 diocesi che ci sono in Italia, don G. debba tornare proprio qui, perché qui è stato generato alla fede ed è stato ordinato presbitero. Non possiamo chiedere ad altri quello che spetta solo a noi fare”.
Con la stessa prospettiva mi pongo sul versante di chi ha subito tragicamente le conseguenze del peccato altrui e si trova a fare i conti con un dramma che lo segnerà per tutta la vita: può essere aiutato a leggere a livello di fede un abuso, a vivere un nuovo senso di giustizia legato al perdono, a riscoprire la propria storia della salvezza, a rinascere una seconda volta? Davvero come credenti non abbiamo altro da offrire che anni, pur utilissimi! di psicanalisi e corsi di psicologia, seppur “religiosa”? Abbiamo un proprium da consegnare in termini di tradizione cristiana? Quale parola specifica abbiamo da dire oggi su come far fronte alla “banalità del male”, all’ingiustizia subita, alla possibilità di bonificare il cuore e di rigenerare una memoria di bene? In una parola, di essere salvati?
Ma quale salvezza? Trovo molto significativo che anche da un punto di vista linguistico la vita religiosa stia andando ecclesialmente a prestito da ambiti che non le appartengono, come ad esempio quello aziendale, professionale, psicologico. Termini come: benessere, realizzazione, strategie, partnership, leadership, policy, safeguarding… sono ormai entrati a pieno titolo nella pastorale, nella formazione alla vita consacrata, nella teologia [1]. E il linguaggio non è un dettaglio, è decisivo perché veicola contenuti precisi, manifesta una mens, una mentalità, oltre che formarla. Non a caso la tradizione monastica ci parla di meta, non di obiettivi; di paternità e maternità spirituale, non di governance; di purificazione, non di aggiornamento; di apertura del cuore, non di privacy; di salvezza e redenzione, non di soluzioni…
Non nascondo che spesso, quando mi imbatto in qualche articolo relativo alla vita consacrata o anche solo leggo i titoli di corsi ad essa dedicati, di primo acchito mi chiedo: ma cosa c’entra tutto questo con noi? Cosa c’entra con il Vangelo!? “Niente – mi è stato risposto una volta a proposito della questione abusi -, sono due piani assolutamente diversi, le vittime devono avere giustizia!”. Ci sarebbe da interrogarsi qui se, oltre alla schizofrenia della vita in cui ci troviamo rispetto alla fede, anche la “giustizia” che tanto si rivendica, spesso con toni arroganti e aggressivi, non sia da inquadrarsi in termini esclusivamente giuridici e non sia scaduta a giustizialismo..
Forse in tempi più distesi, passato l’attuale “effetto pendolo”, arriveremo onestamente a riconoscere che, a partire dalla controversa questione sugli abusi, abbiamo finito per assumere in modo pressoché acritico logiche e procedure mondane che non hanno niente a che fare con la fede. Siamo passati troppo velocemente “da una supposta e sistematica misericordia che non era altro che silenzio colpevole, ad un’epurazione drastica nella pretesa di una perfezione illusoria”; dall’occultamento degli abusi al principio non evangelico della “tolleranza zero”, che nega agli “abusanti” (termine ben poco politicamente corretto, se proprio vogliamo esserlo!) la possibilità di riscatto e di perdono prevista anche dal codice civile e dalla giustizia ripartiva, questioni tuttora aperte per la società della cancel culture e per la Chiesa di Leone XIV [2].
Ai tempi di Teresa si bruciavano i libri messi all’Indice, come lei tristemente sapeva per esperienza; oggi, nel 2025, si vieta alle monache di pubblicare, diffondere e citare testi (di fondato valore teoretico, spirituale e teologico) di rei non confessi… Non si tratta forse di un abuso dell’abuso? A meno che gli incriminati non vengano poi riabilitati come il nostro buon padre Graciàn di quasi venerata memoria. Ma per questo bisognerà forse aspettare altri cinque secoli. E poi è un’altra storia.
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[1] Si vedano ad esempio i due interessantissimi editoriali di Luigino Bruni su Avvenire:
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-comunit-non-sono-aziende-la-mediana-spegne-i-carismi
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/madre-superiora-o-leader
[2] Citazioni tratte da Avv.Giuliette Gaté, in: https://www.settimananews.it/chiesa/francia-abusi-caso-problema/
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