Intervista[1] a Madre Rosaria Spreafico, Badessa di Vitorchiano
D – Madre Rosaria, oggi si parla molto, nell’ambito del suo Ordine (OCSO) di rivitalizzazione delle comunità. Di cosa si tratta?
R – Effettivamente è un tema che le nostre riunioni monastiche, Capitolo Generale o Regioni, cercano di approfondire da più di 5 anni. Nelle mie risposte potrò dunque ispirarmi a incontri, scritti di abati, risultati di dialoghi, conferenze sul tema.
In particolare sono stata colpita dalla centralità del tema della fede per la rivitalizzazione, che mi sembra di capitale importanza. Si è detto più volte nelle nostre riunioni che rivitalizzare non significa solo trasformare le strutture esterne, ma è un cammino profondo ed interiore, un cammino di fede vissuto nell’ambito del voto di conversione.
Sviluppando questo tema abbiamo parlato molto della cura che l’Abate/Badessa deve avere nel destare la fede nei suoi monaci/monache.
D – In questo ambito è stato trattato il tema della sinodalità, che occupa la Chiesa in questo momento?
R – Sì, si tratta però per noi di un tema non nuovo. Benché sotto altri termini il dinamismo comunitario, cioè la sinodalità, dinamismo fatto di ascolto reciproco e dialogo, verità di sé e perdono, scambi di intenti, idee e riflessioni che convergono verso una visione comune…tutto questo fa parte del lavoro in cui siamo impegnate dagli anni conciliari in poi. Fra alterne vicende, è ciò che poveramente tentiamo di vivere nelle comunità della nostra filiazione ed è parte integrante del nostro cammino di fede.
D – Madre Rosaria, che cosa ci può dire del processo di rinnovamento attuato in questi ultimi 50 anni nel suo Ordine Cistercense-Trappista?
R – Dipende molto dalle diverse Regioni, dato che l’Ordine è diffuso a livello mondiale; certamente la situazione differisce nei paesi dell’estremo Oriente, dove le vocazioni ancora ci sono, in quelli dell’America latina, dove la crisi è relativamente più recente, a quelli Europei. Parlando della nostra Europa, certamente nei Paesi più nordici, dove il processo di secolarizzazione è iniziato molto prima, abbiamo avuto il maggior numero di soppressioni.
All’inizio la soluzione proposta è stata quella di iniziare un cammino di collaborazione in vista di una possibile unificazione. Ma poiché tra le comunità non c’era una base comune su cui collaborare, il tentativo è spesso fallito. In seguito ciascuna comunità ha cercato un proprio cammino di rivitalizzazione. Ci sono state comunità che hanno fatto un’evoluzione e altre che sono state soppresse.
D – Quali erano i problemi più grandi?
R – Si è parlato molto di mancanza di vocazioni, di invecchiamento delle comunità. In realtà cominciamo a renderci conto che in alcune delle comunità che sono state soppresse il problema reale era quello di una fede morta. Erano comunità che avevano spalancato le porte alla secolarizzazione senza discernimento, cosicché non c’era più una distinzione tra loro e il mondo. Tra le comunità sopravvissute c’è stato poi un cammino di avvicinamento e di apertura nella verità e nell’umiltà.
Interessante rivedere le sintesi degli scambi avvenuti a questo proposito. Possiamo incontrare frasi come queste: “Dirsi la verità ci ha reso più umili sia come superiori sia come comunità. Nella nostra povertà e vulnerabilità, non avevamo più niente da nascondere gli uni agli altri.” “L’autonomia è una grande ricchezza, ma quando non è più legata alla vita, non è più relazionale, allora l’autonomia diventa un ostacolo.”
D – Da dove, concretamente, sono nate in queste comunità le difficoltà maggiori?
R – Si è verificata una difficoltà nella recezione del Concilio Vaticano II. Ancora oggi in alcune comunità, specialmente nei fratelli e sorelle più anziani, il riferimento ai testi conciliari provoca la paura di un ritorno al passato, di una restaurazione, e per questo lo si rifiuta a priori.
Ma in generale la situazione è cambiata. La nuova generazione vuole vivere un’esperienza di Chiesa dove è centrale l’incontro intorno alla Sacra Scrittura, alla Tradizione e ai Sacramenti. È proprio dall’esperienza di questa situazione di secolarizzazione che nasce una nuova apertura alla lettura del Vaticano II. Chi viene al monastero non cerca teorie, ma una realtà vissuta. I nostri giovani fratelli e sorelle chiedono comunità che preghino insieme, mangino insieme, lavorino insieme. Comunità in cui possono cercare Dio e farsi trovare da Lui. È tutto molto concreto e molto semplice.
D – E nelle comunità italiane, in particolare nella sua?
R – Sentendo questi racconti sulle difficoltà di altre comunità, concordiamo pienamente sul tema della centralità della fede, della necessità del risveglio della fede nelle anime, nelle comunità e nell’Ordine.
Mi è divenuta sempre più evidente la singolarità del patrimonio che abbiamo ricevuto, di esperienza e pedagogia e quindi la responsabilità che abbiamo. Ma non possiamo dar nulla per scontato, dobbiamo fare i conti con una certa mentalità mondana che penetra in monastero e non è solo esterna a noi.
Ormai la fede in Cristo è divelta dal cuore e dalla mente delle persone del nostro mondo, emarginata dalla vita degli uomini del nostro tempo, tanto che le opere che nascono in esso sono spesso disumane (pensiamo a come vengono trattati i deboli negli ospedali, pensiamo alla pratica dell’utero in affitto, all’eutanasia che si afferma sempre più …).
D – Quali le maggiori insidie del mondo di oggi?
R – I cambiamenti radicali che si susseguono a ritmo vertiginoso e non di rado violento esercitano in noi una sorta di fascinazione per la tecnoscienza e per la tecnocrazia fino a ritenerle in grado di osare una prospettiva che vada oltre l’umano (transumanista o addirittura post-umanista). Con il rischio però, senza nulla togliere ai grandi benefici di queste scoperte, di non vedere più la consistenza della realtà così come essa è e di rimuovere il sapere che essa ci suggerisce. È come se, sostenuti dall’opinione dominante, fortemente influenzata da questo stato di cose, avessimo dimenticato l’acuta osservazione di Hanna Arendt (1906-1975): «Non ho mai preteso essere altrimenti da quella che sono. Sarebbe come dire che io sono un uomo e non una donna… Esiste una specie di gratitudine di base per tutto ciò che è come è; per ciò che è stato dato e non fabbricato». (6 novembre 2021)
Ecco, questa mancanza di gratitudine nei confronti della realtà mi sembra proprio la difficoltà di oggi, il non saper stare in ciò che è dato. Sembra quasi che l’uomo d’oggi non sappia più vedere la realtà così com’è, non la sappia più riconoscere. Ma anche noi, in monastero, possiamo cadere in questa illusione, nella volontà di piegare la realtà a nostra misura, da qui il lamento per quello che non va. A volte sono cose piccolissime, ma l’insidia è la pretesa che siano gli altri a cambiare.
D – Come reagire al venir meno della fede nella nostra società?
R – Forse con una gratitudine nei confronti della realtà, che ci renda capaci di stare in ciò che ci è dato, come dicevo prima. Io penso che solo un legame generativo ci renda capaci di accettare con gratitudine tutta la realtà, la realtà che ci circonda e la realtà che siamo noi stessi; solo se qualcuno ci genera introducendoci nella realtà possiamo divenire capaci di accettarla, solo se si è figli o almeno discepoli si può, solo dentro un legame generativo e di comunione si può. Da soli non si può. E forse è proprio per questo che il nostro mondo è pieno di persone che non hanno quella gratitudine di base per tutto ciò che è, perché è un mondo di persone sole, di figli viziati, di coppie divorziate, di figli nati in provetta, di anziani abbandonati …
Ma noi, che abbiamo la grazia di esser generate da una comunità, d’accordo, siamo un misto di povertà e miseria, ma anche di santità, noi che sperimentiamo proprio qui la grazia di appartenere al Signore, di trovare in Lui perdono e salvezza e il senso pieno d’ogni cosa, noi cosa possiamo fare per guarire il nostro mondo, i nostri fratelli nel mondo, come possiamo dire a tutti che davvero Gesù Cristo è il fondamento e il centro di tutto?
Questo è il nostro compito, riconoscere il dolore e il peccato del mondo, e portarlo su di noi, di fronte a Lui, e versarlo nel Suo cuore perché sia perdonato, perché il mondo possa avere una speranza per il futuro. Noi sappiamo che la vera speranza si fonda sulla fede, in Colui che svuotò sé stesso per divenire simile a noi, per farsi pane e darsi in cibo, a noi.
D – qual’ è il punto fondamentale per poter adempiere a questo compito?
R – Senza l’esperienza dell’essere perdonate diventa difficile questa assunzione della miseria esistenziale in cui il mondo vive che è anche la nostra, benché siamo state graziate dall’incontro con Cristo e viviamo in un luogo benedetto. È la coscienza di essere state perdonate e di aver sempre bisogno del perdono di Dio e delle sorelle che possiamo portare il dolore e il peccato del mondo. In una società trans-umanista che attraversa l’umano con il potere della tecnica e della scienza noi siamo chiamate a conoscere sempre più profondamente che la verità dell’uomo è nell’essere stato perdonato.
Sembra un compito da nulla il nostro, e certo non è apprezzato in questo mondo, sicuramente non è capito. Ma non cediamo alla tentazione di adattarci, di farci capire, di ridurre a qualcosa di comprensibile la nostra fede, che non è riducibile alla salvaguardia dei valori etici o tradizionali, né alla custodia di una creazione destinata come noi ad essere trasfigurata, ma è custodia della memoria di Cristo, della sua viva presenza, in noi e tra noi.
D – Ci avviciniamo alla Solennità di Cristo Re, come guardare oggi a questo segno della Regalità di Cristo in un mondo che sembra disconoscerlo?
R – La festa di Cristo Re non ha nulla di trionfalistico, si tratta di riconoscere Cristo come centro e fondamento della realtà. È questo fondamento che sta venendo meno. In che modo Gesù Cristo è Re? Svuotando sé stesso, divenendo simile a noi, e ciò riaccade continuamente, in ogni Eucaristia e in ogni cuore che si apre a Lui chiedendo salvezza.
Il centro della nostra fede è qui, non dobbiamo andare lontano. E quando il mondo si dimentica di Lui, quando i sacerdoti tralasciano di celebrare anche in privato, quando il dolore del mondo sembra passare ogni misura nelle guerre e nella violenza, anche qui Cristo è il centro e il fondamento e chiede che qualcuno lo riconosca e viva di Lui e lo accolga anche per gli altri.
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[1] L’intervista, non pubblicata, risale al 2022
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