I temi della guerra e della pace, della verità e della giustizia, oggi quanto mai scottanti, vengono quotidianamente posti sotto i nostri occhi dalla liturgia del giorno. Funzione della Liturgia della Parola è proprio quella di farci riflettere alla luce della Sapienza che viene dall’alto sulle nostre stesse esperienze di vita. Prezioso perciò è il commento quotidiano, che invita alla riflessione e che ci aiuta a comprendere come ciascuno di noi può educarsi ed educare alla pace.
Omelia del lunedì della XI settimana del tempo ordinario (Anno pari)
1Re 21,1b-16 – Mt 5,38-42
Due logiche irriducibili si contrappongono nella liturgia della parola stamattina. Da un lato il sopruso, l’arroganza, la violenza del Re Achab e della Regina Gezabele, che ordinano l’assassinio di Nabot per impadronirsi della sua vigna; dall’altro un approccio che porta l’amore del prossimo sino a dei limiti che ci appaiono inverosimili e irraggiungibili: porgere l’altra guancia a chi ti percuote, dare anche la tunica a chi ti vuole portare via il mantello.
La differenza di prospettiva fra le due letture non deve essere spinta sino a far dir loro quello che esse non dicono.
Nabot poteva legittimamente rifiutare la vigna ad Achab, che perciò risulta assassino e usurpatore; ma, a sua volta, il testo di Matteo 5, 39-40 (se uno ti percuote su una guancia tu porgigli l’altra guancia, se uno vuole prenderti il mantello lasciagli anche la tunica) non legittima in alcuna maniera l’ingiustizia e non invita a una sorta di passività dinanzi alla malvagità.
Il Cristo stesso, di fronte al Sommo Sacerdote, non tende l’altra guancia, ma protesta contro l’ingiustizia che gli viene fatta subire: Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? (Gv 18,23). La prospettiva è diversa. Il Cristo invita ad andare al di là di una logica in cui le relazioni fra gli uomini sono governate dalla paura, da una sorta di equilibrio del terrore.
All’epoca in cui furono promulgate, “occhio per occhio”, “dente per dente” erano delle prescrizioni, destinate a fronteggiare il pericolo di faide interminabili in cui l’offesa subita era vendicata fino alla fine dei tempi o quasi. In un certo senso, “occhio per occhio” e “dente per dente”, come altre prescrizioni del genere, costituiscono questa soglia invalicabile che consente, la maggior parte del tempo, ad una società umana una convivenza pacifica.
La prospettiva evangelica invece è una prospettiva non sociale, ma personale.
All’equilibrio del terrore, il Cristo benedetto sostituisce l’equilibrio dell’amore e lo fa ricorrendo a delle immagini forti per così dire, a degli esempi estremi e a prima vista decisamente paradossali.
Cedere al malvagio può essere un atto di coraggio, ma anche di vigliaccheria. D’altra parte, la verità e la giustizia devono essere sempre difese, ma tale difesa non ci autorizza a diventare più malvagi dei nostri avversari.
La vita comune in un monastero, in una famiglia e potremmo dire in ogni comunità umana, offre degli esempi innumerevoli, di piccoli contrasti, di dispute legate a dei motivi futili, che si protraggono per anni se non per decenni e talvolta durano sino alla tomba.
Chi passa troppo tempo a litigare non può pregare. Cediamo dunque il mantello e impugniamo il rosario.
Lasciamo gli altri occuparsi delle tuniche e noi occupiamoci di Dio.
Amen.
Padre David Graziani, ocso
Visualizzazioni: 69