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Madre Canopi e Madre Piccardo

Un titolo espressivo per un libro semplice e geniale: La luce che attraversa il tempo – Contributo per una riforma della Chiesa di Mons. Massimo Camisasca. (Ed. San Paolo, 2023)

Che bella sorpresa sentire in queste pagine le parole “riforma della Chiesa” usate in senso così nobile e costruttivo. Escono da un cuore innamorato della Chiesa, che perciò la vuole sempre riformata, sempre in atto di conformarsi a Cristo. Parole che vengono applicate a tutta la Chiesa e dunque anche alla vita monastica, di cui Monsignor Camisasca è grande amico e convinto e attento sostenitore. Al confronto il termine che tanto abbiamo logorato lungo gli anni, e con tanto scarso risultato, “rinnovamento”, suona falso come una monetina di latta.

Monsignor Massimo evoca la necessità della riforma nel modo più cattolico e intelligente: con una lettura meditativa, spirituale, per suggestioni teologiche, della storia, al fine di comprenderne il senso agli occhi di Dio e di entrare nell’opera che Egli inizia, per contribuire a compierla.

Al centro della riflessione dell’Autore è la riforma nella Chiesa. Il tema viene sviluppato in due parti: nella prima viene ripercorsa la storia dei pontificati che si sono succeduti dal post-concilio in poi; nella seconda vengono tratteggiate alcune linee di rinascita delle varie vocazioni che, assieme, contribuiscono a formare il popolo di Dio. Alle considerazioni più generali sulla figura del vescovo, del sacerdote, del religioso e del laico, segue la presentazione di santi che hanno vissuto in modo esemplare la loro missione. (Dalla copertina)

Parliamo qui di questo libro perché nel capitolo “La vita religiosa” gli insegnamenti e gli esempi vengono, dopo quelli del “Fascino intramontabile di Francesco”, da due monache: Madre Canopi e Madre Piccardo. La genialità di queste 10 pagine sta nel presentare insieme queste due figure non per uno sterile confronto ma per evidenziarne, nella diversità, le convergenze, perché possano essere riconosciute come punti chiave di una riforma monastica nel nostro tempo.

La via più feconda per cercare di cogliere le spinte positive di rinnovamento della vita ecclesiale è ravvisarle in atto, laddove il Concilio è stato preso sul serio, al di fuori e al di sopra di ogni ideologia di conservazione o rivoluzione, in coloro che ne hanno colto lo spirito e studiata la lettera. Madre Anna Maria Cànopi e Madre Cristiana Piccardo sono due esempi luminosi in questa direzione. (pag. 234)

I punti più salienti che le accomunano: il cattolicesimo forte degli anni ‘50 e in particolare l’esperienza di Azione Cattolica; uno studio approfondito e dunque uno spessore culturale unito a una forte esperienza di vita; la figura di Giovanni Battista Montini; il Vaticano II, l’amore alla Chiesa.

Le parole del papa in quel discorso del 1966 descrivono bene l’orizzonte nel quale l’opera di madre Cristiana e di Madre Cànopi si inserisce: «non dovete […] pensare, Figlie carissime, che il Concilio sia una specie di uragano travolgente, quasi una rivoluzione, che sovverte idee ed usanze e che permette novità impensate e temerarie. No, il Concilio è un rinnovamento, non una rivoluzione; e voi vedrete come il primo criterio, che guida il suo intervento nel vostro settore, sia quello della fedeltà alle origini, piuttosto che un abbandono delle genuine tradizioni […]

Questa è stata la grande impresa delle due madri […]: la riforma della vita monastica femminile. Certamente molteplici sono stati, dagli anni Sessanta in poi, i tentativi in questa direzione, e non senza risultati. Ma nell’opera delle due donne di cui stiamo parlando c’è qualcosa di particolare, che è anche il segreto dell’equilibrio e della fecondità della loro opera. (pagg. 238-239)

In questo contesto, la grande, comune, segreta cifra della loro riforma della vita monastica: la maternità. L’amore appassionato all’uomo, a tutto l’uomo vissuto come impeto affettivo e impeto di donazione: anzitutto madri.

A chi le rimproverava di “accogliere tutte” anche nella vita monastica, diceva che la vocazione è una chiamata che Dio può rivolgere a chiunque, non un premio di buona condotta. Nulla può impedire a Cristo di amare e di essere amato […]. Ognuna di noi era stata da lei accolta nella sua storia, nella singolarità della sua esperienza. Davvero sapeva farsi tutto a tutti e avvolgeva di attenzione materna chi aveva davanti […]. Per tutti era la Madre, il centro di unità. Per questo la nostra comunità, così numerosa, è sempre stata una sorta di miracolo a noi stesse. (pag. 241)

[…] suo tratto saliente era una libertà sovrana. Non era un tratto temperamentale: come donna aveva tutte le sue timidezze, talvolta forse i suoi complessi, che si confondevano con un’umiltà esagerata. Era un tratto spirituale, la libertà di chi sa che tutto è suo. Una libertà che assomigliava a quella dei bambini […]. Il fondamento ultimo di questa libertà sta tutto in una frase che le ho sentito dire qualche volta di fronte alle disavventure più sconcertanti della vita: ma chi può impedirci di amare? Questa libertà si manifestava anche in una sconfinata ampiezza di accoglienza. Tutto era suo – tutti erano suoi – perché tutto amava. Di tutto lei vedeva subito l’essere: la positività, la bellezza. Tutto il resto era visto come un dettaglio trascurabile. (pag. 242)

Due personalità diversissime, due contesti monastici diversi, un unico approccio all’impegno conciliare: quello di ritornare alle proprie radici, riscoprire la propria Tradizione e ri-interrogarla, attingervi per rispondere alla fame e alla sete degli uomini d’oggi.

I due monasteri, pur nella diversità di accenti delle loro regole, hanno riconosciuto ella Liturgia delle Ore vissuta in coro, nel canto gregoriano, nella sobrietà e nella bellezza della celebrazione la strada fondamentale della formazione e della espressione della lode di Dio, a nome di tutta la Chiesa, anzi di tutta l’umanità, a cui partecipa tutto il creato. […]
Nella liturgia e nella contemplazione che essa origina si apre lo spazio per l’accoglienza. Le due madri sono state un porto inesausto si ascolto e guida per un numero incalcolabile di persone che si sono rivolte loro con il carico delle loro domande, delle loro attese, spesso dei loro drammi, e hanno trovato molte volte una luce miracolosa.
[…] i monasteri di Vitorchiano e dell’Isola di San Giulio del Lago d’Orta ci insegnano che il vero rinnovamento è sempre una riscoperta delle proprie origini, di ciò che è essenziale nella vita cristiana, e nella vita consacrata in particolare. Hanno riscoperto la centralità della regola. (pag. 245)

Pensiamo che Monsignor Massimo abbia potuto fare questa lettura per una profonda affinità della sua fisonomia spirituale – paterna – con quella delle due madri. Si colloca infatti anche lui in quella linea che da sant’Agostino al cardinale Ratzinger, passando per i nostri Padri cistercensi e per tanti altri uomini dello Spirito, legge preferenzialmente il Mistero di Dio come Amore.

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Pubblicato il Riflessioni, Varie

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