di Rita Bettaglio
Caterina Benincasa, suora mantellata, terziaria domenicana: uno scricciolo che divenne un leone per difendere la Chiesa e il Papa, il dolce Cristo in terra, senza risparmiare loro parole di fuoco.
Come fece una ragazza minuta, senza particolari doti né talenti a diventare Santa Caterina da Siena, colei che partì per Avignone, decisa a far tornare a Roma il Papa?
Era il 1376 quando ella, insieme al suo confessore Raimondo da Capua e ad altri componenti della sua famiglia spirituale, la cosiddetta allegra brigata, si recò ad Avignone, accesa dal fuoco dell’Amor divino, portando nel suo misero corpo le stigmate di Gesù, ricevute l’anno prima a Pisa.
Caterina non era nulla per il mondo e poco per la Chiesa: non poteva vantare alcuna istruzione (imparò con grande fatica a leggere e a scrivere) ed era una sorta di cenerentola anche nella sua stessa famiglia.
Ma Dio, che sceglie ciò che è disprezzato, ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, scelse Caterina per farne la Sua mistica sposa, consigliera e madre spirituale di molti, Dottore della Chiesa universale.
Intorno a lei si era radunata “una vera e propria famiglia spirituale”, come ebbe a dire Benedetto XVI [1]: “Si trattava di persone affascinate dall’autorevolezza morale di questa giovane donna di elevatissimo livello di vita, e talvolta impressionate anche dai fenomeni mistici cui assistevano, come le frequenti estasi. Molti si misero al suo servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamma”, poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito” [2].
Santa Caterina fu, dunque, madre spirituale: una di quelle madri che insegna più coll’esempio che con le parole. Ebbe figli e figlie, importanti od umili: lei che non ebbe mai un figlio nella carne e che, nella giovinezza, non conobbe l’amore dei genitori, fu madre per molti, persino per la sua stessa madre, monna Lapa che, dopo dolorosi dissidi, diventerà Mantellata ella stessa.
Dare uno sguardo al rapporto di santa Caterina con la madre secondo la carne, ci aiuta a capire cosa sia, o non sia, la maternità per la nostra Santa.
Santa Caterina indirizzò alla “madre sconsolata”, che non riusciva umanamente a capire le scelte della figlia (la sua ventiquattresima figlia e l’unica che Lapa allattò personalmente) quattro lettere. Non sono molte, considerato il suo epistolario pressoché sconfinato.
Santa Caterina scrive della fadiga che la madre prova al sapere la figlia lontana: “Tutto questo v’addiviene perché voi amate più quella parte che io ho tratta da voi, che quella ch’io ho tratta da Dio, cioè la carne vostra, della quale mi vestiste. Levate, levate un poco il cuore e l’affetto vostro in quella dolce e santissima croce, dove viene meno ogni fadiga: vogliate portare un poco di pena finita, per fuggire la pena infinita che meritiamo per li nostri peccati” [3]
La cifra che cogliamo da queste parole è la libertà di spirito: essere madre, del corpo o dell’anima, è amare nel figlio la parte tratta da Dio, che ci ha creati per Lui e per Lui ha voluto darci la libertà di contraccambiare il Suo Amore.
In che modo Santa Caterina amava i suoi figli, lei che disse di sé: “La mia natura è il fuoco”?
Scrive ella nel Dialogo della Divina Provvidenza: “i Beati del cielo “godono ed esultano partecipando l’uno il bene dell’altro con l’affetto della carità…hanno una singolare partecipazione con coloro con i quali strettamente d’amore singolare si amavano nel mondo”. Questa breve osservazione ci dà la cifra di come santa Caterina intendeva l’amicizia e l’affetto spirituale: l’amore tra le persone è partecipazione reciproca al bene dell’altro, sia in terra che nel cielo. L’amore è partecipazione profonda, vera, come fu (ed è) quella di Cristo per ogni anima.
Scrive Joergensen, autore di un’ottima biografia di santa Caterina: “Portare la pena dei peccati degli altri, ecco il voto più ardente di Caterina; ella lo promette di continuo ai suoi amici” [4]. Ecco emergere prepotentemente il tema della sofferenza vicaria: santa Caterina partecipa sì alle gioie dei suoi figli ma, soprattutto porta la pena dei loro peccati. Lo fa nel silenzio dell’intimità con Dio, ma anche, e soprattutto, con la parola, l’esortazione, senza mai lasciar cadere occasione per parlare di Dio e additare la via per andare a Lui.
I suoi figli e figlie spirituali la chiamavano ‘mamma’, ma ciò non deve farci pensare a nulla di sdolcinato o indulgente. Le mamme dei suoi tempi non erano quelle di adesso. Caterina era il direttore spirituale di tutta la sua brigata e ciò lo si può vedere nelle lettere che ella inviava loro durante i viaggi. Ovunque fosse, di qualunque cosa si occupasse, fossero pure le sorti della Chiesa universale, sempre trovava il tempo di scrivere ai suoi.
Una cosa su cui oggi dovremmo riflettere è il modo con cui si fa direzione spirituale. Un tempo, fino a pochi decenni fa, per ragioni eminentemente pratiche, si utilizzava molto il rapporto epistolare. Aveva numerosi vantaggi che oggi, nella frenesia e nell’immediatezza della comunicazione, si perdono: il fatto di scrivere era di per sé un esercizio spirituale, una maieutica inconsapevole. Spesso, poi, i direttori spirituali davano il compito di annotare i moti dell’anima su quaderni che poi essi leggevano: ciò dava loro modo di conoscere più a fondo quell’anima, oltre il momento, fuggevole, di un incontro in cui, l’emotività può intralciare e non permettere all’anima di aprirsi completamente. Un tempo, fin dalla scuola elementare, veniva incoraggiata la pratica di tenere un diario e ciò era un semplice ed ottimo mezzo per imparare l’introspezione. Scrivere il diario richiedeva silenzio, un lavorio per cercare di tradurre le emozioni in parole: era un graduale esercizio per comprendere e disciplinare il proprio cuore.
In santa Caterina la sfera spirituale, razionale e quell’affettiva si armonizzavano perfettamente, in modo che ella amava con libertà e profondamente i suoi figli, nella confidenza e nel rispetto, senza paura di ‘farsi coinvolgere’. Essa era appassionata, infuocata, ma non era una pasionaria: era lei a guidare la passione e non il contrario. Tutto questo era possibile perché Ella era totalmente abitata dall’amore di Dio, fuoco divorante che l’aveva purificata da ogni umano personale attaccamento.
Ella amava Cristo nelle anime e ‘sentiva’ il loro stato. Emblematico è quanto accadde a Francesco Malavolti, peccatore accanito che si definiva “uomo bestiale, quasi satanico”. Egli, quando, entrato, fu al suo cospetto cominciò a tremare tutto e, alla prima parola di Caterina, sentì “un cuore giovane e buono battere nel petto”. Andò subito a confessarsi e cambiò vita. Tuttavia ricadde di lì a poco in una colpa grave e si presentò nuovamente a Caterina.
Era venerdì e tutti i discepoli di Caterina erano soliti confessarsi il sabato per ricevere la Comunione la domenica. Lo sguardo materno di Caterina scoprì subito che il Francesco che aveva davanti non era quello del giorno prima e avvertì intorno a lui l’atmosfera torbida del peccato. Non voleva che il male potesse mettere nuovamente radici in quell’anima e gli ingiunse di andare subito a confessarsi, senza attendere l’indomani. Ecco il racconto di Joergensen [5]
“Dolcissima Mamma”, egli disse, “sabato è domani e domani andrò a confessarmi”.
Allora Caterina gli si rivolse con un viso fiammeggiante: “Come, figlio mio, credi davvero che ignori quello che hai fatto? Non sai che il mio sguardo segue di continuo i miei figliuoli nelle vie per cui si avventurano? Voi non potete nulla fare, nulla dire senza che io lo sappia immediatamente. E tu immagini di potermi dissimulare il tuo fallo? Ecco cos’hai fatto nel tal luogo alla tale ora! Va’ dunque a purificarti subito di una sì grande miseria!”.
Anche le mamme umane sovente percepiscono lo stato d’animo dei figli, senza bisogno di una parola, ma Caterina era più di una mamma umana: il suo sguardo era illuminato e reso acutissimo dalla luce di Dio che dava ai suoi occhi un’acutezza soprannaturale.
Il suo metodo? Non aveva metodo se non essere diafana lampada dell’amore di Dio. Ella, come disse Malavolti, “è sulla terra ma la sua vita trascorre in cielo! E mi vengono le vertigini se ci penso…”. Replicò prontamente Neri dei Pagliaresi: “Ma è appunto per questo che ella può essere la nostra venerabile, gioconda e dolcissima Mamma”.
Venerabile, gioconda e dolcissima Mamma: ecco il ritratto di Santa Caterina da Siena, di colei che scrisse ai suoi: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!” [6].
_____________
[1] Benedetto XVI, Catechesi di mercoledì 24 novembre 2010.
[2] Ibid.
[3] Caterina da Siena, Lettera CCXL, A monna Lapa sua madre, pria che tornasse da Vignone, in “Le Lettere di S. Caterina da Siena – ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte con proemio e note” di Niccolò Tommaseo (G. Barbera, editore – 1860)
[4] Joergensen, G., Santa Caterina da Siena, Cantagalli, 2015, pag. 138.
[5] Cfr. Jorgensen G., Op. Cit., pag 142.
[6] Cfr. Lettera 368.
Visualizzazioni: 126