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Monache alla prova della sinodalità

Monache alla prova della sinodalità

Contributo di madre Ignazia Angelini, 22 maggio 2025

 

Ricchissimo l’intervento di Madre Ignazia Angelini, tenuto il 22 maggio per gli incontri USMI/SAM organizzati dal sr Fernanda Barbiero. Molto stimolante l’unione fra l’esperienza personale del Sinodo, dove ha rappresentato egregiamente il mondo monastico femminile, e la sua riflessione tesa a provocare una riflessione nelle comunità.

Talmente ricco che rinunciamo a sintetizzarlo, tanto più che è già a disposizione in video

https://us02web.zoom.us/rec/share/CbbEpcyzuKwj18J9QeJQ_T_0PQmUvRDkNK5XxZVx99PGVJk8oSNE0pbchoUN2bC8.QDfxQUu9ppnaH9tt?startTime=1747920595000

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e sarà pubblicato integralmente in Consacrazione e servizio.

 

Ci limiteremo dunque a qualche impressione sia sull’intervento, sia sulle risposte alle numerose domande che sono seguite. Sono infatti intervenute:

Sr Maria Chiara del Camelo di Napoli, le Clarisse di Otranto, sr Fernanda Barbiero, sr Anna delle Carmelitane Scalze di Ferrara, M. Elisabetta, Presidente dalle Carmelitane Scalze di Ferrara, Sr Miriam di Lovere, le Serve del Signore e della Vergine di Matarà di Tuscania, ancora le Carmelitane Scalze di Ferrara, le Carmelitane Scalze di Napoli, le Visitandine di San Vito, Sr Maria Sandra delle Carmelitane di Nuoro, sr Letizia delle monache della Madre di Dio di Romania.

Come si vede, la partecipazione più vivace è stata quella del mondo carmelitano!

Madre Ignazia si è mossa, con la naturalezza e la maestria che la contraddistinguono, fra la sua esperienza di partecipazione al percorso sinodale durata un mese e la prolungata e profonda esperienza benedettina di tutta una vita, arricchita attualmente dalla partecipazione al convegno del CIM (Conferenza Italiana Monastica Benedettina). Nel convegno in corso, ci ha detto di passaggio, si esamina come Gregorio Magno, Benedetto, Ildegarda hanno saputo affrontare come opportunità le profonde crisi umane politiche e spirituali dei loro tempi, “tempi cattivi”, da riscattare, come i nostri.

Egualmente poteva trarre ispirazione dal recente convegno UISG (Unione Internazionale delle Superiore Generali), che si proponeva un rinnovo di forma e formazione per rinnovare la speranza nel futuro, dimostrando nell’esposizione una perfetta conoscenza e padronanza dei linguaggi ecclesiali contemporanei. Al di sotto di questi però si avvertiva la solida base della formazione e sapienza monastica, grazie alla quale poteva spiegarci come la sinodalità sia la forma stessa della vita e dell’esperienza monastica, la base sulla quale essa si edifica. Vita in comune, preghiera in comune, comunione ecclesiale, ascolto della Parola di Dio sempre e dovunque, nella liturgia, nella scrittura, nell’obbedienza all’abate a alla regola, nell’aperura all’ospite e al pellegrino e all’ultimo fra di noi.

Ci liberava così da quella penosa impressione ricevuta dall’ascoltare di sinodalità in alcuni altri contesti, dove la buona volontà non impediva la sensazione, se così mi posso permettere di esprimermi, di spaccio di aria fritta. Nell’esperienza monastica si poggia sul sicuro.

Proprio per questo nella rapida e sicura risposta a una domanda che chiedeva se possiamo accostare sinodalità e democrazia, nel “no” della risposta echeggiava un inconsueto (per la gentile relatrice) punto esclamativo.

Certamente nessun orgoglio né autoreferenzialità, la madre Angelini è in questo al di sopra di ogni sospetto; ma, anzi, un continuo umiliarsi nel considerare responsabilità e inadempienze del mondo monastico, rispetto ai doni carismatici ricevuti.

Quale dunque “la prova”, quali le sfide alle quali è sottoposta la vita monastica dall’uomo e dalla storia del nostro tempo?

Le sfide sono tante quanti i problemi: la guerra che chiede a ciascuno la pace del cuore e la pace nelle relazioni, la o le fragilità a tutti i livelli da accogliere nella preghiera e nella vita, da quelle del più povero fra noi a quelle dell’Abate stesso. Più volte è stato menzionato l’ascolto, come insegnato nel cammino sinodale, più volte è stata evocata la necessità di una evoluzione nello stile di conduzione da parte dell’autorità – come segnalato dal problema degli abusi, dramma europeo degli ultimi tempi.

Qui potremmo anche inserire una domanda: dramma europeo o dramma universale, scoppiato proprio nell’Europa post-cristiana? Potrebbe essere uno dei moltissimi spunti che la lectio magistralis di madre Ignazia ci lascia.

Fra le indicazioni positive per un cammino, mi colpisce soprattutto quella della necessità di una migliore e più profonda comunicazione all’interno delle comunità, che comprenda un cammino di condivisione e lettura della propria storia personale e di quella della Chiesa e del mondo.

Riteniamo che questa indicazione di una lettura-interpretazione comune, alla luce della Parola, ricercata nell’ascolto reciproco di una comunità centrata sulla celebrazione eucaristica e protesa verso l’ideale del cor unum et anima una, sia l’aspetto centrale di questa ricchissima conferenza. Inutile parlare di rinnovamento, di ascolto, di processi e di sinodalità al di fuori di questa prospettiva: una lettura comune della Storia, personale e comunitaria, intesa come Storia Sacra e alla luce della Storia Sacra, protesa all’unica speranza ragionevole che è il compimento eterno di questa Storia nella Gerusalemme Eterna.

Qui riascoltiamo le parole di Gregorio Magno (il grande, tra l’altro, biografo di Benedetto), qui batte il cuore del grandissimo Agostino, cui tanto deve la nostra Regola – e dopo di essa tutte le Regola monastiche.

L’esigenza di una unità, di ritrovare la possibilità di un pensiero comune sulle orme del Pensiero di Cristo, l’unico capace di una vera evoluzione storica perché centrato e proteso al fine, solo qui può trovare speranza di risposte; che saranno, insieme, sempre provvisorie, ovvero in cammino sinodale, e sempre eterne perché partecipi della Luce ultima che dalla Parola di Dio promana. Grazie dunque per questo spunto, tutto da vivere e da sviluppare.

Bello anche l’accenno al ritrovare la nostra missione come preghiera, comune e universale, al seguito dell’Agnello che porta su di sé il peso del mondo, immolato ed eternamente intercedente presso il Padre. Qui ritroviamo in un linguaggio rinnovato i contenuti di sempre della nostra vita, liberati da termini oggi obsoleti ma sostanzialmente coincidenti.

Nello stile del tempo ecclesiale, la Madre più che certezze ci ha offerto domande in cerca di risposta. A partire dall’ascolto sinodale come appello alla conversione, dal confronto con le modalità di vita del mondo di oggi, si interroga dolorosamente sulla vita monastica: come riconfigurare la vita delle nostre comunità claustrali, talvolta chiusa su di sé, di fronte agli orizzonti nuovi che si prospettano? Come abbiamo realizzato l’appello di Ad Gentes a rendere presente la Chiesa nella sua completezza, includente anche la vita contemplativa, nelle culture più lontane e diverse? Come posizionarsi nella svolta epocale di un difficile dialogo fra tante culture diverse? Come passare dalla autoreferenzialità alla Missione?

Adottando il punto di vista di una esperienza forse un po’ complementare a quella evocata dalla Madre, potrei dire che queste domande che il cammino sinodale ci ripropone oggi non sono nuove; si potrebbe anche aggiungere che varie, se non moltissime, comunità hanno tentato la via della missione con generosità e con prudenza … più evangelica che umana, come esortava un Abate Generale in tempi non troppo lontani. Sta di fatto che nell’esercizio di questa “prudenza evangelica” abbiamo fatto un buon numero di errori, subito un buon numero di sconfitte: ma il difficile è proprio guardare in faccia, secondo un altro suggerimento di madre Angelini, questa realtà.

Se alcune comunità oggi potrebbero chiedersi “come incominciare?” per poi forse concludere che non ne abbiamo più i numeri, molte altre potrebbero chiedersi: dove abbiamo sbagliato? Come? E chiedere dialogo, confronto, approfondimenti, risposte su questo punto.

Qualche mese fa, sentendo innalzarsi da molte parti una specie di innodia corale al monachesimo africano, vero protagonista potenziale dell’ora presente, pensavamo: “Ma non potremmo, ora, sederci e guardare in faccia insieme ai problemi? alle bucce di banana sulle quali siamo rovinosamente scivolate?” “Ma era solo una buccia di banana”. Ma forse sarebbe meglio esaminarla.

Mettiamo punto, perché le provocazioni sono davvero troppe. Grazie, Madre Ignazia, grazie, suor Fernanda, grazie, sorelle. Aspettiamo la tavola rotonda!

Sr Monica della Volpe

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Pubblicato in Riflessioni, Testimonianze

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