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Monaci e monache nel cambiamento

Monaci e monache nel cambiamento
 

USMI-SAM 28 NOVEMBRE 2024
Primo incontro

di Monica Della Volpe

Il programma di incontri online organizzato per i monasteri da Suor Fernanda Barbiero del Centro studi USMI in collaborazione con il SAM, è iniziato con il titolo: Vita monastica, che dici di te stessa? a due voci. Per prima ha parlato Madre Amata Laganà vsm, Madre Presidente Federale delle Visitandine del Centro-sud Italia, presentata da Sr. Fernanda come rappresentante di un monastero di antica tradizione che ha ritrovato al suo interno la capacità di una spinta di riforma interessante. La seconda voce era di Fratel Stefano fondatore e superiore della Comunità Speranza, una comunità nuova.

L’incontro è iniziato con un saluto di Padre Aité Jiménez, cmf sottosegretario CIVCSVA, e Padre Massimo Cocci, ofm, responsabile del SAM. Padre Aité ha lodato e incoraggiato le iniziative di formazione per i monasteri e soprattutto ha espresso il desiderio che questo materiale, messo a disposizione in registrazioni, sia l’occasione di condivisioni e scambio di idee nelle comunità. Esorta ad acquisire la coscienza che siamo parte di un tutto, e a potenziare sia l’identità di ogni carisma sia la sua apertura a una famiglia più grande; questo per rendere visibile il profetismo della vita consacrata cui siamo chiamate con l’essere pienamente donne, cristiane, consacrate per una testimonianza così forte da valicare i muri dei nostri monasteri. Ci esorta ad essere, in questo Anno Giubilare, messaggere di speranza nel cuore orante della Chiesa.

Ci piacerebbe subito raccogliere questo invito, cercando prima di tutto un aggancio fra lo scambio fra di noi, partecipanti a questi incontri, e la possibile animazione di scambi nelle comunità; anche questa modesta sintesi vorrebbe poter contribuire a questo. Nel limitato spazio al termine delle conferenze e nella lontananza è difficile vivere uno scambio dialogico, è dunque importante prolungarlo. Cosa potrebbe aiutarci?

Ci chiediamo se sarebbe possibile, dopo che in questo primo incontro abbiamo ricevuto il saluto dei Rev. Padri, avere nel prossimo incontro una breve carrellata in cui le Madri o Sorelle presenti accendano per un momento il loro schermo, dicano il loro nome, mostrino un attimo il loro volto. Tutte ogni volta, sarebbe impossibile. Forse famiglia per famiglia? La prossima volta ci parlerà Madre Noemi Scarpa, osb, di Bastia Umbra, chissà se potremo salutare, con lei, le altre presenze benedettine.

E poi faremo tutto il possibile per rilanciare temi ed idee.

Madre Amata, che ci parla dal suo bel monastero che dalle pendici dell’Aspromonte si apre sullo stretto di Messina, di fronte alla domanda «vita monastica, che dici di te stessa?» vorrebbe andare subito al cuore della questione: Gesù Cristo. Vorrei che la mia e nostra vita potessero dire Lui.

Ma partiamo dall’esperienza: siamo tutte in cammino per sapere cosa il Signore voglia dirci in questo difficile momento storico. Siamo tutte destinate a diventare degli ospedali? E poi a morire? Talvolta persone qualificate ci onorano con lo spiegarci che siamo già morte – questa non è l’esperienza della sola Madre Amata.

Le nostre comunità, ci racconta, hanno passato esperienze durissime, per difficoltà interne ed esterne. Cercando come risolvere i problemi, tante belle parole diventavano sorgente di contrasti, non riuscivano ad esprimere la ricchezza della realtà.

Abbiamo allora cercato un linguaggio di comunione, cercando poi di tradurlo nella realtà quotidiana. Una piccola luce ci è venuta da un messaggio di Papa Francesco: spesso ciò che appare nuovo è qualcosa di molto antico, illuminato da una luce nuova. Abbiamo allora iniziato un cammino cercando le vere motivazioni dei Fondatori, la loro intima passione. Alcune parole della Scrittura si sono illuminate per noi; in particolare è accaduto a contatto con la situazione di una comunità molto grave, mal condotta, non più a lungo sostenibile. Impossibile continuare così; ma mi è nata una ribellione al pensiero di chiudere senza che le sorelle potessero sperimentare la libertà dello spirito!

È veramente impossibile venire in aiuto a una situazione come questa? Abbiamo cercato, si sono aperte delle prospettive nuove. Si è cercato di prendere sul serio alcune parole: “Se avrete amore gli uni per gli altri”; “siete membra di Cristo”. Diciamo no alla carità diplomatica, prendiamo sul serio le parole! Non diciamo soltanto: “Prima viene la nostra comunità”, apriamoci ad aiutare le altre, se siamo membra di una sola famiglia in Cristo.

Sono nate iniziative concrete di aiuto reciproco, andando in profondità nella assunzione dei problemi, come la formazione: ora facciamo un percorso insieme.

La moltitudine era un cuor solo e un’anima sola”; abbiamo cercato di parlarci per comprenderci, di istaurare una relazione sincera, vera fra le diverse comunità.

Nessuno era bisognoso … si distribuiva a ciascuno secondo il bisogno”. Vivere la comunione. Lavorare per vivere, un lavoro serio e vero. Curare l’onestà nella gestione economica.

In tutto questo, noto l’opera del Signore; le sorelle rifioriscono. Come lavoro, abbiamo sul nostro terreno un’azienda agricola: olivi, stalla, latte. Nella foresteria accogliamo ritiri.

Questa bella presentazione di un possibile cammino monastico anche nel nostro tempo, riassumibile forse nei termini di autenticità, verità, carità, ci ha scaldato il cuore, ci siamo profondamente riconosciute. Soprattutto quello che sembra essere stato l’inizio che ha messo in moto una possibilità nuova. L’opportunità di partenza non è stato un dono particolare, una occasione vincente: è stata una situazione di particolare difficoltà, di particolare rammarico, chissà forse anche di scandalo per tutti gli errori fatti: ma su questa situazione uno sguardo nuovo. Non un approccio sociologico, un approccio evangelico. Non: chiudiamo il più in fretta possibile, la vita monastica non regge più, non vale la pena. Ma: questo è un appello alla nostra carità, al nostro cuore, alle nostre concrete possibilità. Riappropriamoci del vero spirito dei nostri Fondatori, possiamo farlo!

E vorremmo aggiungere che tutto quanto è stato detto è sperimentabile in ogni carisma che, soprattutto se vivo da secoli, non può non essere nato dalla Carità di Cristo; e questa è inesauribile, sempre a disposizione di chi voglia cercarla, uscendo da una ipocrisia religiosa che, anche questa, è ben rappresentata – ma non raccomandata! – nel Vangelo. Una nuova capacità di affrontare tempi nuovi nasce di qui: non dal dialogo per il dialogo, dalle molte parole nuove, da scienze sociali applicate, da apparenze cambiate: ma dal confronto in profondità, e quindi dal dialogo, su questi profondi appelli e su questi valori eterni.

E a partire da qui il nostro sarà un reale contributo al rinnovamento ecclesiale.

Anche lo spunto del lavoro manuale ci sembra importante: noi che spesso abitiamo in bei palazzi plurisecolari – e li amiamo, e curiamo la bellezza e cerchiamo l’armonia in ogni suo aspetto, nel canto come nell’architettura, noi ricchissime di una tradizione amata e coltivata, non disdegniamo però la fatica di guadagnarci il pane come tutti, con il nostro lavoro che sarà, certo, adattato alle nostre forze. Ma non disdegniamo di fare, anche noi, fatica.

La seconda voce di questo incontro è stata quella di Fratel Stefano, fondatore e superiore della Comunità della Speranza. Una piccola comunità nuova, arroccata in una antica canonica, nel panorama bellissimo e luminoso dei colli Aretini. Fratel Stefano ci spiega che la comunità è nata da un desiderio di vita monastica, ovvero di ricerca di Dio, e da tante domande, soprattutto la domanda: è possibile ancora oggi vivere obbedendo a una Regola, non solo uno schema di vita ma qualcosa che vuole guidarti nel profondo? Ci hanno provato e lasciandosi condurre da Dio, dialogando e vivendo in fraternità, hanno riscoperto ad uno ad uno i valori della vita monastica dentro un linguaggio nuovo, che permette loro di comunicare, oggi, con la perenne tradizione. Preghiera, ascesi, vita comune, semplicità, lavoro; i termini antichi ritornano tutti, con una accentuazione sulla libertà di un cammino che obbedisce con gioia ad un progetto condiviso, in una comunità che non condanna e non umilia ma esalta e promuove. Allora la vita comune diventa possibile, nella fiducia e nella misericordia.

È bello riscoprire una volta ancora come la vita monastica eternamente rinasca, dal desiderio e dalla ricerca, nella semplicità. Questa esperienza ci fa pensare a tanti piccoli o piccolissimi gruppi che abbiamo conosciuti, ciascuno con il proprio volto, la propria storia e il proprio cammino. E vogliamo esprimere una gratitudine per avere inserito questa voce nei nostri incontri. Troppe volte ci è capitato di sentire esprimere nei confronti di queste piccole realtà, normalmente Associazioni, un autorevole disprezzo: ma che significato hanno? Quale forza, quale durata? E normalmente la tendenza è a regolarizzare, ovvero sopprimere, accorpare o disperdere, quasi non ci fosse posto per loro. Eppure, queste presenze che abitano e tengono vivi luoghi santi e deserti, che diversamente andrebbero diruti, tengono accesa la fiamma della preghiera e della Presenza Eucaristica, danno testimonianza alla fede, dunque evangelizzano, nel loro piccolo spazio accolgono, ascoltano, consolano, non sono preziose per il Regno dei cieli? Perché dobbiamo contare loro i giorni, anticiparne la morte, coprirle, soprattutto se presenze femminili, di sfiducia? Tutti abbiamo i giorni contati, non sappiamo quando il Signore verrà, l’importante è che, come anche ci ha ricordato fratel Stefano, manteniamo viva la fede sulla terra.

Grazie dunque per questo incontro, che apre tante prospettive.

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Pubblicato in Riflessioni

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