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Monastero di Maria Madre della Chiesa

Monastero di Maria Madre della Chiesa

Palaçoulo

La zona nord-est del Portogallo, provincia di Bragança, in primavera è bellissima. Terre povere, brulle, quasi disabitate, zone “al di là dei monti” da dove facilmente si espatria affrontando l’Atlantico verso altri continenti, o passando il confine con la Spagna. In primavera però il deserto fiorisce, i monti coperti di cespugli verde tenero si tingono di bianco, una varietà di piccole ginestre profumate, poi sboccia il bianchissimo ladano alternato con macchie di lavanda selvatica viola intenso; infine scoppia il giallo oro di ginestre sontuose.

In queste zone misteriose abitate dalle volpi e solcate nei cieli dall’aquila e dal grifone dall’immensa apertura alare, il Vescovo di Bragança nel 2017 ha chiamato le Trappiste di Vitorchiano; le sorelle non hanno potuto resistere a quello che, nel centenario delle apparizioni di Fatima, è apparso loro come un richiamo della Madonna.

Abbiamo interrogato la superiora, madre Giusy Maffini, di Cremona:

 

D.: Qualcuno, anche di molto autorevole, nella Chiesa pensa che oggi non abbia alcun senso fondare un monastero contemplativo in un paese europeo, dove la fede è in regressione. Lei che ne pensa? che senso ha la presenza monastica qui, in un paese che si sta velocemente secolarizzando?

R.: Lo stesso senso che ha ovunque: portare la presenza di una comunità ecclesiale.

D.: Cioè…???

R.: Una comunità monastica che vive secondo la Regola di San Benedetto è anzitutto una espressione del cuore della Chiesa: una comunità contemplativa vive a partire dalla Presenza del Signore Gesù Cristo che la raduna e la costruisce giorno dopo giorno, nella lode e nella fraternità, come suo corpo. È questo l’annuncio, semplice ed essenziale, rivolto a tutti dalla presenza di un monastero.

D.: Ma sono molti che percepiscono questo annuncio?

R.: Siamo in una zona quasi deserta, ma le persone che cercano un luogo di preghiera e di silenzio, dove ritrovare la pace e il riposo del cuore davanti a Dio, ci raggiungono. Ospitiamo soprattutto sacerdoti, ma anche gruppi di giovani, per tempi di ritiro.

Nei secoli XI e XII il Portogallo si copriva di monasteri Cistercensi, prima maschili poi anche femminili. La presenza dei monaci e delle monache si protraeva fino al 1834, quando i monasteri furono tutti brutalmente soppressi, assieme all’espulsione di tutti gli ordini religiosi, da un governo liberale massonico. Bisognava ritornare qui…

Essere generate per generare

D.: In soli 5 anni già sono entrate 8 giovani per rimanere con voi. Quale il segreto di questa fecondità?

R.: L‘essere chiamate a fondare un nuovo monastero ha coinciso per noi con un riflettere insieme sui fondamenti del nostro carisma, interrogarci sulla nostra identità, e lavorare per dare forma e condizioni di sviluppo concrete alla realtà che siamo chiamate a costruire. Nel bene e nel male ogni comunità è chiamata a riflettere sulla propria identità e sulla propria storia. Questa riflessione è una condizione irrinunciabile affinché una comunità diventi proposta di vita e di fede per chi la incontra e continui il suo cammino di fede e di conversione personale e comunitario.

Palaçoulo viene da una grande e feconda comunità, quella di Vitorchiano, dove il carisma missionario negli ultimi 50anni si è approfondito, insieme alla particolare cura per la trasmissione della vita monastica alle vocazioni che si affacciavano al monastero. Trasmissione e missione hanno camminato insieme e costituiscono, secondo noi, il segreto della sua fecondità. Per tutte noi è particolarmente significativa l’esperienza del ricevere la vita e la coscienza di essere chiamate a trasmetterla lì dove siamo.

I pilastri della vita Cistercense

Da subito è stato chiaro che fondare significava conoscere il luogo, la lingua, la storia, trovare un terreno, costruire una Casa, farci conoscere e incontrare la Chiesa del luogo, preparare la nostra liturgia monastica in portoghese, stabilire le condizioni di un lavoro che ci permettesse di mantenerci.

Nella vita quotidiana, il fare tutte queste cose ha avuto come risvolto pratico il cercare un’unità fra di noi, fondata su una fedeltà a Cristo e al mandato ricevuto, sotto la guida di un’autorità riconosciuta attorno alla quale si è pian piano riunita la comunità. Tutto questo ha richiesto a ciascuna di noi una certa elasticità nel prendere e lasciare servizi, un concepirci soprattutto a disposizione e in comunione le une con le altre.

Abbiamo potuto farlo con una certa leggerezza e gioia, nonostante le difficoltà, per il legame che c’è con le sorelle di Vitorchiano e con le Case che prima di noi sono nate da questa esperienza. Ci sentiamo generate da loro e sentiamo questa appartenenza come una forza che ci dà fiducia e determinazione.

Paternità, maternità, figliolanza

Trasmettere la vita ha per noi la forza e il volto di questa esperienza di generazione che ha echi profondi nella nostra esperienza vocazionale personale.

Parlare di trasmissione significa per noi approfondire la dimensione di paternità/maternità e figliolanza nella sequela del Cristo, il Figlio Amato.

Maternità/figliolanza è essere generata nella fede, per vivere come figlia di Dio nella Chiesa. Maria, Madre della Chiesa è il nome del nostro Monastero.

D.: Il vostro linguaggio è desueto. Non avete timore del veleno degli abusi?

R.: Certamente, il timore è un dono dello Spirito Santo. Ma chi arriva ha bisogno di sentirsi accolta e voluta. Nonostante da molte parti si metta l’accento sui rischi legati a una lettura della vita religiosa e monastica in chiave di paternità/maternità/figliolanza ci sembra che questa dimensione offra prospettive positive infinitamente più grandi dei rischi che potrebbe presentare. Più che negare questa relazione fondamentale si tratta di liberarla dalla prospettiva negativa, sentimentale e affettivo-abusiva in cui viene relegata, per restituirle il suo vero spessore teologico e esistenziale.

La storia di questi 5 anni ci insegna che l’aver vissuto una relazione di maternità e figliolanza con la comunità di Vitorchiano è di fatto stato il punto di partenza che ha permesso alla comunità di Palaçoulo di scoprire la sua identità, ha consolidato un senso di appartenenza all’Ordine, in forma creativa. Sapere da dove veniamo ci ha permesso di entrare in dialogo con le realtà del Paese che siamo state chiamate ad abbracciare in coloro che abbiamo incontrato e ci ha permesso di vivere un confronto, uno scambio e un discernimento con la storia da cui siamo nate, con la libertà di cambiare o di fare scelte diverse. Solo chi costantemente riceve la vita è capace di trasmetterla.

Costatiamo che per chi entra in monastero la proposta di vivere una dimensione filiale crea un legame di fiducia tra la nuova arrivata e la comunità, che il tempo purifica orientandolo sempre più in una direzione di fede. Il passaggio che avviene con la professione monastica (impegno dei voti), lo sviluppo di un clima di fraternità e di confronto aiutano a collocare la dimensione filiale al suo posto giusto, evitando sentimentalismi o dipendenze negative. Avanzando, ognuna trova il suo posto e la comunità diventa centro affettivo delle sorelle.

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Pubblicato in Monasteri, Testimonianze
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