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Obbedienza. La bellezza di un ideale che si fa carne

Obbedienza. La bellezza di un ideale che si fa carne

Spesso ci si interroga sui monasteri che oggi ancora hanno vocazioni: frequente nei nuovi carismi, molto meno in quelli antichi. Molto facilmente chi non ha vocazioni arriva alla conclusione che oggi “non ci sono” Conseguenza: dove ci sono “c’è qualcosa che non va”; per esempio, si commettono abusi spirituali. Ora, per comprendere che cosa sia l’abuso, cosa che stiamo tentando di fare, è necessario ricordare che cosa sia la vera obbedienza.

Se è vero che ogni metodo pedagogico può essere vagliato e anche migliorato, è vero anche che l’assenza di metodo, pedagogia, orientamento, pensiero, base teologica e chiarezza sul fine della vita e consacrazione monastica, non potrà che creare il vuoto. Benché paternità e maternità siano oggi temi sospetti, ascoltiamo la riflessione condotta da sr. Veronica Pellegatta sul metodo di Madre Cristiana Piccardo, OCSO.

Il cuore del metodo pedagogico di madre Cristiana possiamo esprimerlo come: il cammino della figliolanza. L’identità di figli di Dio, ricevuta nel battesimo, è il punto di partenza di tutto, che c’innesta nella Vita Trinitaria, da cui sgorga l’unica vera nostra identità umana e da cui discende l’unica vera luce sulla consistenza della comunità, sul suo senso, la sua bellezza, la sua verità. Per madre Cristiana l’essere figlia, amata e voluta, è una coscienza primordiale, messa duramente alla prova nella vita ma mai perduta, ritrovata e potentemente sviluppata in un’esperienza ecclesiale e messa a servizio della comunità monastica. Il cammino della figliolanza attraversa tutti i passaggi dell’obbedienza, che è la via maestra che conduce al Padre. Se per la grazia battesimale siamo già figli nel Figlio, per l’obbedienza entriamo nella dimensione della piena somiglianza e conformità a Cristo.

L’obbedienza appartiene alla relazione esistenziale tra il Figlio e il Padre. Per entrare al cuore di questa figliolanza, all’uomo è chiesto di acconsentire alla vita che gli viene donata. Appartenere alla Chiesa significa esattamente sentirsi chiamati per nome e sentirsi scelti per condividere fino all’estremo la vita di Colui che ci chiama. Sentirsi chiamati significa appartenere e muoversi dentro una fedeltà e un amore. Se siamo arrivate al monastero abbiamo fatto questo incontro con Colui che ci ha chiamate per nome. Quest’Uomo ci si è rivelato come lo stesso Dio fatto carne. Abbiamo potuto incontrarlo nel volto della Chiesa. Dopo questo Incontro, l’inconsistenza, la fragilità, il peccato non definiscono più la nostra identità: siamo figli, lo siamo nonostante qualunque contraddizione sperimentata e sperimentabile. L’Incontro con Lui nel monastero, rende per noi palpabile il sigillo battesimale, ci predispone ad approfondirlo e rinnovarlo nell’esperienza del perdono, nell’appartenenza alla comunità e nel cammino verso la consacrazione monastica.

Appartenere è questo: la coscienza della propria miseria, sempre più chiara nel cammino della conversione, che ci fa accettare con gratitudine la compagnia di gente povera come noi, e come noi amata dalla Misericordia, che ci rende membri umili e fedeli della nostra comunità, servi lieti nel dono di sè, che ci fa capaci di amicizia con tutti, senza calcoli selettivi o durezze dello scarto, che ci fa davvero capaci di appartenere alla meravigliosa famiglia di santi a cui Dio ci ha destinato, Chiesa nella Chiesa per l’eternità.

Questa concezione del monastero come Chiesa e di appartenenza come verità si de sé, è il cuore della formazione monastica nella quale ci è stato dato di vivere: un’obbedienza che esprime una figliolanza, che postula sempre una libertà responsabile, che non è mai autonomia orgogliosa, ma spazio di ascolto e di relazione, che accetta il dolore come passaggio alla nascita e accesso alla trasfigurazione.

Diciamo in altre parole che il punto forte di madre Cristiana è stato quello di inserire chiaramente la comunità monastica benedettina in una visione coerente, ecclesiale-trinitaria, o meglio, di far emergere e risaltare il carattere ecclesiale-trinitario già insito nella Regola; e di avere poi delineato, all’interno di questo quadro, il cammino di conversione come pedagogia all’amore, in una interpretazione insieme squisitamente cistercense e squisitamente personale. Tutto questo, tenendo sempre ben ferma la mèta finale: l’uomo conformato a Cristo, pietra fondamentale di una nuova antropologia.

Emblematica e rappresentativa dell’eredità di una storia è la vicenda della Beata Maria Gabriella che, forte di una formazione famigliare ancora genuinamente cristiana, dal cuore di Madre Pia e della sua Comunità colse il valore inestimabile di un atto di abbandono a Dio che si fa carne nell’affidarsi semplice e sereno a una realtà umana, fatta di volti e persone, di madri e sorelle che sono quelle che Dio ha scelto per noi. È qui anche la ragione della vocazione ecumenica di Gabriella, che fluisce al cuore di tutte le nostre Case e in ciascuna assume un volto e un timbro caratteristico: l’affidarsi a Dio e in Lui alla Comunità che ci accoglie è un atto di fiducia così esistenziale che assume un’immensa vastità, è come abbracciare il mondo. Atto che non ha nulla di teorico ma si espande dal gesto concreto nell’ambito in cui viviamo.

Sr Veronica Pellegatta – Valserena OCSO

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Pubblicato in Testimonianze

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