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Perché il fuoco non si spenga!

di sr. Maria Ilaria Bossi, OSBap 

 

Il nostro Monastero, situato a 200 metri sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, con una vista stupenda sul versante lombardo del lago, e a 16 km dal confine svizzero, è stato aperto nel 1906 dalla fede, colma di speranza, della madre priora di allora, Madre M. Caterina Lavizzari (Vervio, 1867 – Ghiffa, 1931), la quale, sostenuta dall’ispirazione carismatica dell’Olivetano Celestino M. Colombo, lasciava, con il resto delle Sorelle, l’agio del bel monastero di Seregno, nella ridente terra lombarda, per approdare in questa zolla intatta di verde, disagiata e alquanto fuori mano. Il motivo del trasferimento era il puro desiderio di vivere pienamente e senza compromessi ‘mondani’ la freschezza di una vita Benedettina ed Eucaristica, semplice e nascosta, offerta nel silenzio a Cristo, senza condizioni.

Non fu facile, tra il 1906, e il 1909, per le monache di allora, lasciare la sicurezza di Seregno e tutto ciò che con fatica si era costruito. Ma Madre Caterina credette alla fecondità nascosta ed eloquente di Ghiffa, quale nuova ‘terra promessa’. E si inoltrò in una avvincente impresa, dissodando, con il concorso delle buone opere di Sorelle e di volonterosi operai, l’impervia zolla di terra qui raggiunta, per farne una nuova oasi di pace e di contemplazione. E così è oggi.

Attualmente siamo una quarantina di monache, qui a Ghiffa, e ancora, grazie all’arrivo di nuove Sorelle, riusciamo a sostenere, assieme all’impegno dell’Opus Dei, l’adorazione perpetua, ininterrottamente, lungo le ore del giorno e della notte.

Dal 1906, appunto, quando la Comunità ha preso vita, il “fuoco” dell’Eucaristia non cessa di ardere e di illuminare, dal tabernacolo, ed il Signore è continuamente adorato: di notte i turni di adorazione si susseguono, scanditi dalla preghiera di ogni adoratrice, in segno di comunione con l’umanità, portata a Cristo nella totalità delle sue attese, sofferenze e speranze. Missione universale ed urgente, quella che ‘si gioca’ ogni giorno, ogni notte, ai piedi di Gesù.

La nostra vita è dunque pienamente Benedettina ed insieme Eucaristica, e non potrebbe essere altrimenti. Davvero senza l’Eucaristia adorata ininterrottamente, noi, come Benedettine, non possiamo vivere!

La nostra Madre Fondatrice, Mectilde de Bar (Saint-Dié 1614 – Parigi 1698), disse che noi, Figlie del Santissimo Sacramento, non potremmo essere veramente adoratrici se non fossimo Benedettine: perché la Regola di san Benedetto, così imperniata sull’umiltà e sull’obbedienza, è la più idonea a lasciarci assimilare al mistero Eucaristico, al dono di un Dio umiliato sotto le specie del pane e del vino, annientato nel Suo corpo donato e nel Sua sangue versato per noi. Sono un tutt’uno, nel nostro stato di offerta, l’adesione alla Regola secondo lo spirito di san Benedetto, e l’umiltà eucaristica, che ci rende ostie con Gesù Ostia.

Di qui parte la missione, di qui sbocca la luce che, misteriosamente, si irradia sul mondo.

E più ci crediamo, più restiamo fedeli alla genuinità del carisma ricevuto, più il Signore si serve di questo umile luogo che è il Monastero per portare la Sua vita nelle anime. Sono i miracoli dell’Amore.

D’altronde, è singolare il momento originante del nostro carisma. Un giorno, a Parigi, la nostra Madre Fondatrice andò a visitare una nobildonna, la Signora de Boves – Madre Mectilde si stava orientando nel progetto di fondazione, e trovava molte donne della nobiltà o dell’alta borghesia interessate a sostenerla nel progetto – e fu colpita da un quadro del suo salotto. Delle sacerdotesse pagane, inginocchiate davanti al loro dio. Lo adoravano con un cero acceso in mano. Vicino bruciava il fuoco sacro, custodito giorno e notte dalle vestali. In disparte dei carnefici torturavano le vergini negligenti. La Madre prese spunto, e disse: “Con questo quadro idolatra, Dio mi incita ad una presenza assidua davanti al tabernacolo e ad adorarlo in tutte le ore del giorno e della notte”. E, rivolta alla Signora de Boves, aggiunse: “Signora, gli idolatri saranno un giorno la condanna nostra e dei cristiani che, nelle chiese, hanno così poco rispetto per il Santissimo Sacramento. Ohimé! Facciamo noi per Dio quello che i pagani facevano per i loro falsi déi? Perché, nella casa in cui continuamente abita, non può essere continuamente adorato? Perché le sentinelle di Israele non veglieranno giorno e notte, senza mai lasciarlo, attorno al trono del Salomone della nuova Legge? “.

Quell’anelito profondo riconosciuto nell’anima da Madre Mectilde, alla vista di quel quadro, incrociato fortuitamente sul suo cammino, è ancora il desiderio della nostra vita: che Gesù sia adorato continuamente, giorno e notte, dalle Sue figlie, Benedettine dell’adorazione perpetua.

È un anelito, un desiderio molto concreto, un grido interiore che si fa vita, e continua nel tempo. Il Signore chiama, sta continuando a chiamare, qui a Ghiffa, giovani donne innamorate dell’Eucaristia, disposte a donarsi, a spendersi per Lui; di più: come affermava Madre Lavizzari, “a vendersi per i Suoi interessi eucaristici”, per la pura Sua gloria, e senza ritorni su di noi. In un cammino di purificazione che ci coinvolge per tutta la vita, ma che ha come dono la gioia, nella fedeltà di Dio, e la speranza più grande: la salvezza dei fratelli raggiunti, come Lui sa e permette, dall’Amore che salva.

 

Vi supplico, carissima,
di essere tutta di Gesù Cristo,
come Gesù Cristo è tutto vostro nell’Ostia…
Separatevi da tutto ciò che, per quanto poco,
possa distogliervi dal Suo puro amore;
e dimorate in questo spirito d’Ostia,
poiché in verità voi siete ostia con Gesù Cristo.
Fate parte di Lui.
Perdetevi tutta in Lui e siate fedelissima a vedere,
a ricevere ogni cosa in ordine al Suo amore.
Siamo di Gesù in modo tutto nuovo,
con un amore nuovo e una nuova fedeltà!

Madre Mectilde de Bar

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