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Perché muoiono i monasteri?

Riflessione

In una sua recente conferenza, don Guillaume Jedrzejczak [1] diceva che il fatto che le comunità vedano diminuire i propri membri è un fenomeno del tutto normale. Deriva principalmente dall’evolvere dei tempi: l’epoca da cui veniamo, il XIX secolo e la prima parte del XX, è stata di grande espansione religiosa e monastica, ed è inevitabile una diminuzione. Di fatti, nella storia non esiste un modello di continua crescita, come abbiamo in mente, ma una alternanza di alti e bassi. Un po’ nuovo e un po’ strano è il fatto che, invece di approfittare dell’epoca di crisi per riflettere, approfondire, interrogarci, abbiamo la tendenza a scandalizzarci della realtà e ad andare verso la chiusura dei monasteri.

Non sempre è una scelta saggia. Sembrerebbe più prudente adottare gradualmente soluzioni che ci permettano di vivere una buona qualità di vita monastica in un numero più ridotto. Certamente non è facile, potremo ritornare in seguito su questa riflessione.

Condividendo e tenendo per fermo l’invito a non sopprimere con leggerezza una comunità monastica, dobbiamo anche riconoscere che molte comunità vengono chiuse o finiscono perché non sono riuscite a vivere un adattamento al cambiamento dei tempi, con il rinnovamento richiesto. Hanno perso la capacità di integrare – o prima ancora di riconoscere – le nuove vocazioni in generazioni che rapidamente cambiavano; di conseguenza non sono riuscite a mantenere un livello di vita monastica soddisfacente; e ancora di conseguenza hanno perso la capacità di attrarre.

L’Ordine di cui faccio parte [2] è fra quelli che hanno vissuto, grazie al Capitolo Generale e ad altre strutture di cui si è mantenuta l’efficacia, un rinnovamento che si può definire di buon livello. Le comunità, nella maggioranza, hanno vissuto una buona qualità di modernizzazione, organizzazione del lavoro, celebrazione liturgica, formazione, approfondimento culturale, animazione della comunità, ecc. Ciononostante anche qui si verifica in alcune parti un movimento verso la chiusura. Perché?

I motivi delle difficoltà sono diversi e complessi e le situazioni andrebbero analizzate ad una ad una per evitare generalizzazioni superficiali. Tuttavia ci sembra di poter menzionare alcuni elementi generali che sembrano obiettivi:

  • Un clima di disistima per la vita contemplativa reale, accompagnata da molte teorizzazioni ideali, si avverte nell’aria. Questo influisce pesantemente sui superiori e sulle comunità. Vescovi e sacerdoti, condizionati dalla mentalità secolarizzata, troppo spesso vanno nella stessa direzione.
  • In certi casi la disistima per comunità concrete può essere giustificata da incapacità di rinnovamento e decadenza, immobilismo, resistenza alle molte e amorevoli esortazioni della Chiesa loro rivolte. Penso soprattutto alle comunità di claustrali isolate che non hanno voluto inserirsi in Federazioni o Congregazioni nonostante i molteplici inviti, da Pio XII in poi.
  • D’altra parte la spinta al rinnovamento, in sé buona, ha stressato altre comunità dove la vita contemplativa, nella continua necessità di “stare al livello” in tutto, diviene quasi impossibile, in particolare per i superiori, che talvolta crollano l’uno dopo l’altro. Pensiamo anche alla complicazione burocratico-amministrativa del nostro tempo.
  • A questo si aggiunge la difficoltà, che in momenti di crisi può divenire enorme, della vita fraterna, nella nostra epoca egualitaria, democratica e priva di rispetto per l’autorità da un lato, confusa e poco cristianizzata dall’altro. Le conseguenze sono talvolta di una mancanza di pace e unità comunitaria, che può avvenire solo attorno a un superiore realmente accettato; una mancanza di un ideale chiaro da perseguire insieme.
  • A tutto questo può aggiungersi ancora l’elemento di cui più si parla, la crescente fragilità delle generazioni che non reggono più le esigenze della vita comune e la perseveranza.

Per tutti questi motivi, e altri ancora, ci vuole a volte una buona dose di eroismo per perseverare, sia da parte dei deboli sia da parte dei forti; e nei superiori è necessaria tanta pazienza, umiltà, speranza, sguardo positivo, fortezza, santità.

Certamente la causa più forte della crisi, non solo nella vita monastica e contemplativa ma in tutta la Chiesa, è la secolarizzazione: quel passare dalle schiere di Cristo alle folle del mondo – intendendo qui per mondo quell’agglomerato di umanità che resiste alla luce di Cristo, o non l’ha mai conosciuto, o lo ha rifiutato. Dall’altra parte c’è l’”altro” mondo, l’umanità segnata dalla luce, che vive nella irradiazione spirituale di Cristo, sia che faccia parte della Chiesa, sia che le si avvicini per una affinità spirituale, una semplice permeabilità e attrazione verso la Verità e la Carità di Cristo.

La secolarizzazione, dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori le mura del monastero, assedia i nostri cuori e allontana i giovani da una vita vergine alla sequela dell’Agnello.

Occorre infine osservare che il vero rinnovamento delle comunità, monastiche e non, è quello che si attua con l’ingresso e la perseveranza, l’adesione al carisma e la conversione con i suoi strumenti, di nuovi membri. Essi, mentre ricevono l’eredità e se ne rivestono, le conferiscono, anche senza saperlo, la loro novità e giovinezza: la rinnovano. Al di fuori di questo, ogni rinnovamento per quanto giusto, opportuno e geniale possa essere, richiederà un immane sforzo e si ridurrà in pochi anni a struttura rapidamente obsoleta, lasciando chi lo ha attuato più vecchio, spossato e facilmente scoraggiato.

Sappiamo quanto sia difficile e faticosa oggi la formazione di nuovi membri, che spesso entrano nelle comunità non più giovani e già plasmati da esperienze sempre meno compatibili con la vita cristiana; d’altronde questa fatica, diciamo pure questa sofferenza, che troppo spesso non si vuole affrontare è l’unica che ripaga con frutti talora sorprendenti – assieme a tanti fallimenti. Così come è in natura, dove da una manciata di semi sparsi al vento spuntano pochi ma preziosissimi germogli.

Un accenno conclusivo: per ogni tipo di comunità, grande, media o piccola, mortale è la divisione interna, che genera mancanza di carità, come una voragine che si allarga inghiottendo tutto. Le più solide sono le grandi o medie comunità, fortemente unite da ideali comuni espressi in un pensiero chiaro. Generalmente questo è stato il dono di una personalità carismatica capace di discernere la voce dello Spirito nel nostro tempo ed è maturato sino a divenire eredità che si possa trasmettere e trasformare col lavoro delle generazioni successive.

Una insidia in cui possono talora cadere comunità piccole, bene unite nella carità fraterna, è quella della chiusura del gruppo su se stesso. Questa insidia non è facile a identificarsi, occorre molta vigilanza. Il “noi siamo unite, ci vogliamo bene” nella soddisfazione per la propria attuazione del progetto monastico, gli edifici ben ristrutturati, la liturgia, l’irradiazione all’esterno ma senza integrazione di nuovi membri, può equivalere in breve tempo a quel tristemente noto “si è sempre fatto così” che impedendo di integrare persone nuove e diverse segna la morte dei monasteri.

Infine, noi cerchiamo la pace, ma non la chiusura nella propria pace; vogliamo vivere una vita armoniosa nella lode di Dio, ma non rifuggire da quella suprema lode che è la testimonianza anche cruenta – il versare il sangue del cuore – da cui è impossibile sottrarsi in una epoca cruenta.

Monica della Volpe

Note

[1] Presidente della Fondation dès Monastères, Parigi

[2] Ordine Cistercense della Stretta Osservanza, OCSO

 

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