In una lettera di Newman – san Newman – del 1867 si legge: “Persone sante ritengono che gli insulti lanciati contro di noi possano essere meritevolmente sopportati in silenzio”[1]. Ci sembra di ravvisare qui l’atteggiamento di coloro che (generalmente per propri interessi, talora anche con una un po’ manchevole buona fede) calunniano le monache di clausura o giustificano coloro che lo fanno o, soprattutto, disapprovano le stesse quando non piegano la testa in silenzio.
Newman, senza pronunciarsi direttamente sulla citata opinione di tali persone sante ma lasciando intendere il proprio dissenso, aggiunge: “tranne quelli (insulti) che fanno riferimento alla nostra ortodossia nella fede cattolica”; qui è doveroso intervenire e difendersi, perché in questo caso la nostra personale difesa è la difesa della nostra fede cattolica, così come la intendiamo e interpretiamo.
Ciascuno lo fa con i propri strumenti, Newman scrive Apologia pro vita sua – Lettera al duca di Norfolk – e altre opere – pur praticando anche, e largamente, il silenzio.
Noi ci siamo proposti di non intervenire apertamente in vicende particolari, sia perché in molti casi non possiamo avere informazioni complete dall’una e dall’altra parte, sia perché in alcuni casi, pur avendole, non sarebbe opportuno diffonderle. D’altronde, dato il fine della nostra Fondazione, talvolta siamo obbligati a dire almeno una parola.
Ma perché riesumare oggi notizie ormai passate? Perché non riusciamo proprio a comprendere come una testata che si chiama – o proclama – LA VERITÀ possa pubblicare considerazioni come quelle della signora Dalle Palle sulla dolorosa vicenda del monastero di San Giacomo di Veglia[2] , considerazioni e affermazioni che non si giustificano in alcuna maniera. Questa signora si permette di denigrare una consacrata perché indossa ancora il velo e l’abito religioso; non ci risulta che il Tribunale di Roma cui è stato (del tutto lecitamente) inviato il suo ricorso contro i provvedimenti subiti si sia ancora pronunciato, non ci risulta che le sia stata imposta la dimissione dai voti, né che l’abbia chiesta.
Ci risulta solo che, dato il contenzioso in atto, le sorelle abbiano preferito non fregiarsi del solenne abito Cistercense ma adottare una modesta divisa di tipo religioso. Qualora una risposta arrivasse e fosse negativa, certamente ne dovrebbero tener conto.
Questa risposta non arriverà mai? Tutto è possibile. Ma in ogni caso, chi mai potrà obbligare queste donne, semplici e povere, a rinunciare al loro tenore di vita di carattere religioso? Forse solo una aperta persecuzione, che però in questo caso sarebbe: anticristiana.
Suor Aline Pereira e sorelle sono uscite dal monastero per ragioni che hanno ritenuto giuste e che hanno sottoposte al discernimento della Chiesa; se ne sono andate con pochi effetti personali, senza esigere nulla, senza pretendere nulla. Quali sono i motivi di tanta calunnia?
Apparteniamo al XX secolo e, pur potendoci tranquillamente definire vecchie e brutte, non abbiamo nessuna propensione a scandalizzarci della badesse giovani e belle. Fatichiamo, questo sì, a entrare nelle loro abitudini di comunicazione e possiamo anche dare comprensione alle sorelle che sono (senza offesa) come noi quando rimproverano a madre Aline la troppa comunicazione mediatica.
La sola cosa che noi potremmo rimproverarle è forse una certa ingenuità nella scelta dei propri strumenti di comunicazione e la mancata consapevolezza delle strumentalizzazioni e complicazioni cui si espone. In nessun modo però potremmo ritrovarci fra quelle Persone sante. Così, riascoltando l’intervista pubblicata su Silere non possum[3], separando completamente le parole di sr. Aline dai commenti confusionari e aggressivi del giornalista, aggiunti in seguito e a sua insaputa, ascoltiamo solamente un chiarimento abbastanza doveroso della propria posizione e di quella delle sue sorelle.
Nell’articolo della signora Dalle Palle, al contrario, troviamo ipotesi di motivi inappropriati, ambigui o del tutto mondani per la scelta di conservare velo e abito religioso. La signora ipotizza poi una serie di mancanze o sconvenienze che non dettaglia chiaramente, evidentemente perché non può provarle, raccattando pettegolezzi e suffragando le proprie insinuazioni con espressioni del tipo:
“Alcune badesse che l’hanno conosciuta dicono…” “lei stessa avrebbe fatto intendere…” “C’è chi afferma che…” “Secondo fonti interne…” “Dicono che…”
Belle fonti per suffragare definizioni come: “Ex cistercense combattiva e divisiva”!
Non varrebbe davvero la pena citare tutte queste sciocchezze (e di fatti ci limitiamo ad alludervi) se non fosse per l’ultima affermazione, questa invece molto decisa: “Suor Maria Paola Del Zotto – della quale si specifica chiaramente l’anzianità – ha chiesto ufficialmente la dispensa dai voti”. Ora, dato che si tratta di una menzogna pubblicata (speriamo per errore) su La Verità, qui una smentita è d’obbligo, per non lasciar correre la solita tendenza a condannare sui media prima che il giudice si pronunci.
Suor Maria Paola Del Zotto, così come suor Aline Pereira, ha chiesto all’organo competente della Chiesa cattolica non la dispensa dai voti bensì l’esclaustrazione, ovvero un decreto che le permetta di abitare lecitamente extra claustra, dato che, benché conducano vita ritirata, abitano per loro scelta in un edificio non soggetto alla clausura papale, come era il loro monastero. Questa richiesta è non solo lecita ma doverosa, per regolarizzare secondo le leggi della Chiesa la loro posizione in questo tempo di attesa di chiarimenti.
Comprendiamo che i non addetti ai lavori possano non conoscere la differenza: ma perché parlare e pubblicare su ciò che non siamo in grado di comprendere? Perché denigrare delle consacrate, delle sorelle indifese, senza essere in possesso di prove? Riteniamo che la signora Dalle Palle dovrebbe porgere le sue scuse e attendere in silenzio sentenze ufficiali.
Monica Della Volpe
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[1] Citato in J. Henry Newman, “lettere al duca di Norfolk” ed. Paoline 1999, pag. 40. [2] La Verità, 6 agosto 2025, articolo di Ilaria Dalle Palle. [3] Intervista 1/ 06/ 2025.Visualizzazioni: 161