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Piccolo dizionario dei sinonimi… che son contrari – I parte

Piccolo dizionario dei sinonimi… che son contrari – I parte

I parte

 

“Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe.

Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità”.

Discorso di Papa Leone al corpo diplomatico

9 gennaio 2026

 

SOMMARIO

 

Aggiornamento/conversione 

Per capire al volo che aggiornamento e conversione siano “falsos amigos” basta immaginare un ascetico Mario Socrate nella celebre scena del Vangelo secondo Matteo di Pasolini mentre apostrofa al Giordano farisei e dottori della legge: “Razza di vipere! Fate frutti degni di… AGGIORNAMENTO!”. I poveri dottori di ieri e dottoresse di oggi, sembrano ignorare che l’avvicinarsi del Regno di Dio non richiede un semplice aggiornamento del Vangelo, fosse anche un download in 2.0 e versioni successive, ma una vera e propria conversione.

La differenza? Possiamo aggiornare una banca dati, un sito web, le competenze del personale d’azienda, le tecniche di archiviazione di una biblioteca… ma non possiamo aggiornare il cuore. È la conversione (meta-noia) invece a riguardare più propriamente il nous, l’uomo interiore, il suo centro. E soprattutto, a differenza dell’aggiornamento, la conversione richiede un incontro, l’Incontro per eccellenza tra due libertà.

Oggi l’inghippo nasce dal fatto che, proprio a partire dai “palinsesti formativi” della vita religiosa, si assiste ad un progressivo venir meno della conversione a favore di un più fruibile e universale aggiornamento, vocabolo abbondantemente utilizzato anche in ambito aziendale, professionale e associativo, dimenticando tuttavia che un uso improprio del linguaggio confonde i piani di appartenenza e che, viceversa, mescolare gli ambiti, inquina la proprietà semantica di un vocabolo. Infatti si può forse aggiornare un carisma, ossia il dono di appartenenza al Corpo di Cristo? Che è come dire: possiamo aggiornare lo Spirito santo? L’illusione che si ingenera è che, ritoccando le “forme” in cui il carisma si esprime, avremo per proprietà transitiva anche la accomodata renovatio tanto sperata, ignorando che è proprio il “contenuto” a determinare la forma, non viceversa.

Accontentandoci di un semplice aggiornamento anche in ambito ecclesiale, finiamo per dimenticare che la conversione alla quale costantemente siamo chiamati (dal Signore stesso, evidentemente), più che a un cambio di abito o di restyling del “personale”, assomiglia piuttosto, fatte le debite proporzioni, ad una transustanziazione. Che avviene quando, per grazia, il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne; quando nella farina del nostro sacco viene immesso il nuovo lievito eucaristico che fa fermentare tutta la pasta e la fa diventare pane per la vita del mondo; quando la nostra carne viene assimilata a quella di Cristo secondo il principio pneumatico del dona te stesso e non dello psichico salva te stesso; quando lo Spirito ordina l’eros disordinato che noi siamo in quell’eros redento che è l’agape. Quando, come diceva un caro fratello nella fede, arrivi a dirti cordialmente, sempre per grazia, “c’ha ragione lei!”, anche quando hai ragione tu.

Non ci vuole tutta una vita per assimilare in sinergia quest’opera transustanziante di Dio? O forse anche la conversatio morum o il propositum vitae di carmelitana memoria possono essere addomesticati in aggiornamento? Senza giocare troppo di fantasia, immagino già il titolo di uno dei prossimi corsi: “Il Regno dei cieli è vicino: AGGIORNATEVI!”.

 

Benessere/beatitudine 

Questo è un terreno particolarmente scivoloso, quando non minato, su cui si ingenerano equivoci di ogni tipo, soprattutto nell’ambito vocazionale. Senza tuttavia anticipare il discorso dedicato al discernimento, possiamo riferire tranquillamente il fraintendimento anche all’ambito della preghiera e ancor più della vita spirituale.

Ricordo ancora con una certa vivezza l’intervista fatta una ventina di anni fa ad una giovane donna che stava per entrare in un monastero di questo mondo:

Domanda: Cos’è per te la felicità?

Risposta: La felicità non esiste, è solo una grande illusione.

Forse quella donna, psicologa professionista alla scuola dei grandi maestri del sospetto, era abbastanza disincantata sul fatto che molte delle nostre rappresentazioni della realtà derivano da un immaginario che si costruisce a partire da un gioco di proiezioni e idealizzazioni. Che spesso, nell’impatto col reale, cade e deve cadere a terra come la Statua in frantumi di Cesbron.

Ma più semplicemente credo che quell’affermazione un po’ amara esplicitasse già un sentire incipiente e ormai tristemente diffuso, come a dire: “beatitudo incerta…” e di concerto: “bene-esse (licenza poetica!) semper certum est”. Ossia, se ormai la nostra cultura occidentale alla felicità sembra avere rinunciato perché in fondo sembra essere, un po’ come l’uva, troppo acerba e troppo in alto, almeno però sul benessere ci possiamo intendere, e bene. E allora vai con tecniche di meditazione, sessioni per tutti di mindfulness, pubblicità di centri benessere anche su pubblicazioni sedicenti “cristiane”, corsi di training autogeno, sedute di rilassamento in accreditatissimi luoghi dello spirito. Da lì a intendere la vita di fede, la preghiera cristiana e i sacramenti stessi come semplici strumenti per stare bene e sentirsi in armonia, al riparo da ogni forma di ansia, angoscia e –  per i più raffinati – di spleen esistenziale, il passo è breve, anzi nullo.

Ci farà bene ricordare che la nostra fede, per via dell’incarnazione, non è una tecnica orientale di annullamento delle passioni e, nel senso stoico, di atarassía in un imprecisato nirvana, ma, per dirla con le parole di Massimo il Confessore, l’anima diventa completa e dunque beata quando “tutta la sua potenza passionale è orientata a Dio”. In termini evangelici le Beatitudini ci ricordano qual è la condizione normale del cristiano (che dal Cristo povero e mite di cuore prende nome) e che la felicità è realmente possibile dentro, e non nonostante, l’insignificanza, la marginalità, il fallimento, il lutto, l’ingiustizia, la mancanza di mezzi di chi non si garantisce da sé, addirittura fin dentro la calunnia e la persecuzione. Ossia dentro le dimensioni costitutive dell’essere umano che ogni esistenza inevitabilmente prima o poi presenta e porta con sé. Che razza di felicità e di beatitudine è allora mai questa? Una pienezza di vita e di senso che come un fiume carsico continua a scorrere dal seno di chi crede “anche se è notte”.

 

Coerenza/fedeltà 

Cominciamo col prendere a modello di somma coerenza la figura di Erode tetrarca. Quest’uomo, il cui regno è abbastanza vasto da poterlo tranquillamente dimezzare senza subirne danno e il cui potere di vita e di morte è pressoché assoluto e immediato, è tristemente famoso per il solenne giuramento davanti ai notabili del suo entourage. Ironia della sorte, è costretto, suo malgrado, a servire sul vassoio, insieme alla testa del Battista, anche la sua volontà. A motivo del giuramento e dei commensali, si legge, quest’uomo padrone del mondo finisce, proprio per amor di coerenza, schiavo dei capricci altrui, attestando che non necessariamente essere coerenti significa essere liberi. Di più, che la coerenza a valori anche buoni (ad es. la parola data) finisce per essere portatrice di morte.

Trasponendo il discorso su un piano più “cristiano”, le preghiere dei fedeli misurano la temperatura del sentire comune a riguardo: non è raro infatti che le intenzioni vertano sul comportamento coerente dei credenti, invocando una condotta più aderente alla fede che professano. Certo, tutto questo è auspicabile ma molto parziale, se si considera che molto difficilmente la pura coerenza produce frutti di conversione, ancor meno in chi la professa. Anche il buon Pietro ha dovuto constatare che la coerenza ai principi professati non ha retto all’apostrofare di una serva ed è dovuta crollare in vista di un vero “ravvedimento”. E che dire dell’osservantissimo Paolo, coerente allo zelo della Legge giudaica fino alla persecuzione e all’omicidio? Entrambi sono dovuti passare dall’aderenza ai principi al Dio fedele.

Infatti, se la coerenza è sinonimo di “bravura”, la fedeltà è sinonimo di sequela, o meglio, di nozze: non si può essere coerenti ad una persona, ma si può, nella buona e nella cattiva sorte, esserle fedeli. Finché la fede rimarrà solamente un’etica morale a cui prestare giuramento a denti stretti, sarà difficile accorgerci della Salvezza che ci precede e ci raggiunge proprio al fondo dell’incoerenza, là dove la vita non combacia con se stessa e non ha la forza di redimersi.

La fede, quel semplice e potente afferrare la mano che ci afferra (Edith Stein) poggia su quella realtà fondante posta da Dio che richiede da noi una risposta di vita: le nozze già avvenute in Cristo tra Dio e l’umanità, a noi offerte nella fedeltà e nell’amore.

 

Focus vocazionale/sequela

La prima volta che mi hanno parlato del focus vocazionale – accostamento per me piuttosto bizzarro, forse perché evocatore di un improbabile Piero Angela in ricerca vocazionale – è stato poco tempo fa, mentre ascoltavo una ragazza che mi raccontava della sua esperienza. La mia attenzione non poteva che andare al suo modo di esprimersi, così naturale e insieme così “tecnico”. Doveva in pratica capire se, in base a quello che i responsabili le avrebbero proposto, valeva ancora la pena continuare il suo percorso di vita oppure no. Per un po’ pensai che si trattasse di un’esperienza lavorativa particolarmente impegnativa da qualche parte e alla fine capii che parlava di un Istituto religioso. E che, naturalmente e in modo del tutto ignaro, aveva perfettamente assunto la lingua natia di quell’Istituto, insieme alla sua “visione del mondo”.

Forse quel giorno il cattivo tempo (a cui, come ben sanno le mie sorelle, sono particolarmente sensibile!) si faceva particolarmente sentire e la mia concentrazione non era certo al top, tuttavia sono sicura che non parlò mai di sequela né di discernimento, ma solo di focus vocazionale.

E così, facendo qualche ricerca, ho scoperto che da almeno una quindicina di anni il termine è abbondantemente utilizzato nella pastorale lavorativa, giovanile, religiosa e non solo, per indicare

 

“un percorso di orientamento volto a scoprire la propria ‘chiamata’ — professionale, personale o spirituale — allineando talenti, passioni e valori con il proprio scopo di vita. Aiuta a prendere decisioni consapevoli, per trovare la propria realizzazione”.

 

La definizione corrispondeva esattamente alla descrizione che la ragazza stava facendo di sé e del suo cammino. Da notare che in tale descrizione il termine chiamata è virgolettato. E a ragione, proprio perché in realtà dentro a quella definizione non c’è nessun Chiamante e, di conseguenza, neppure nessun chiamato. Esiste invece solo il singolo, tutto chino e intento a frugare da sé, come il Matteo al banco delle imposte ritratto da Caravaggio, “i propri talenti, passioni e valori, il proprio scopo di vita, per trovare la propria realizzazione”.

Va da sé che se il percorso di discernimento vocazionale arriva a coincidere con l’orientamento professionale, il cerchio che parte da sé non può che richiudersi su di sé e si capisce il motivo di questo tramonto della sequela. Se la vocazione, qualunque essa sia, è concepita come il palcoscenico dell’io-regista, una sorta di talent che dura finché mi sento bene e vengo applaudito/a, non ha più veramente senso nemmeno usare vocaboli come: missione, Pasqua o salvezza. Cosa infatti dovrebbe essere la vocazione se non Parola di Dio personalizzata, il luogo e il modo concreto della salvezza e della missione ricevuta a servizio del suo Corpo? Cosa se non la modalità di appartenenza alla sua Chiesa, di fare Pasqua con Lui, il terreno di innesto del tralcio alla Vite per portare frutti che non marciscono?

C’è allora da augurarsi che il caro Matteo possa trovarsi compagni di banco un po’ meno amici del sistema, magari anche discepoli credenti che lo aiutino a cogliere la differenza tra un focus e il Fuoco; tra un talent e il talento del Battesimo.

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Pubblicato in Riflessioni

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