II parte
Fragilità/peccato
Qualche tempo fa venni contattata da un gruppo di adulti per condividere con loro qualche “riflessione sulla fede”. Di cosa si tratta?, risposi. Mi dissero che da lì a breve mi avrebbero mandato la bozza del programma. Mi bastò uno sguardo di cinque secondi sulle parole più ricorrenti per prendere atto della proposta: ferite, debolezze, difetti, errori, fallimenti… Insomma, il grande filo conduttore era la fragilità, declinata in tutte le modalità dell’umano, decaduto, bacato vivere, indiscussa protagonista di una letteratura ormai inflazionata – cercare in rete per credere! – che spazia dal social-filosofico allo psico-spirituale e che alla fine si risolve col grande asso-piglia-tutto della resilienza… sempre ammesso che uno ce l’abbia! Declinai cortesemente la proposta pensando a quel celebre aforisma di Ionesco pronunciato da Woody Allen in uno dei suoi film: “Dio è morto, Marx pure e neanch’io mi sento tanto bene!”.
Se di riflessioni sulla fede si trattava, almeno, tra i grandi invitati avrebbe dovuto presenziare anche il peccato, che risultava invece assente ingiustificato. Mi venne da collegare il fatto a quanto mi venne poi riferito di un dialogo tra improvvisate “teologhe”: che questo è il tempo della grazia, non del peccato e che infine il buon sant’Anselmo lo si poteva tranquillamente lasciare in cantina, con buona pace dei suoi amici amartiocentrici.
Il risultato si dispiega sotto i nostri occhi come uno strano cortocircuito: da una parte assistiamo ad una disinvolta e morbosa pubblicizzazione – con relativa visualizzazione altrettanto morbosa – di carenze, traumi, ferite, narrazioni compiaciute e senza pudore di patologie di vario genere, che livellano ogni tipo di responsabilità personale, talvolta fino ad arrivare vicino allo “zero”; dall’altra viviamo in una cultura che tende a cancellare, bannare, ostracizzare, con un moralismo da fare invidia all’età vittoriana, il peccatore, insieme al peccato che compie, ma senza definirlo tale.
Insomma, fa tendenza essere fragili, ma è del tutto demodé essere peccatori. Forse perché se la fragilità non può essere personalmente imputata, il peccato chiama direttamente in causa la libertà e la dignità di chi lo compie. Tuttavia il paradosso è che quando la carica di male accovacciato nel cuore dell’uomo si scatena e si manifesta, egli viene socialmente identificato con la malvagità che compie e non gli resta altro che la gogna mediatica, non meno inclemente di quella “originale”. Già se n’era accorta Teresa, ai suoi tempi: “Mi domando con sorpresa chi mai possa aver dato al mondo l’idea della perfezione. Se egli (il mondo) ne usa, non è certo per volersi perfezionare, ma per condannare gli altri” (Cammino di perfezione 3, 4).
Ci troviamo così a viaggiare sballottati in un’epoca che oscilla tra buonismo e giustizialismo: il primo tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità (card. Ratzinger); il secondo scarica al di fuori di sé, quasi in modo catartico, ciò che non si vuole vedere dentro di sé e che pare irredimibile. E di fatto lo è, se il tramonto del peccato è dovuto al tramontare coatto del perdono e del rispettivo Perdonante. La chiave del successo delle attuali derive post-teiste non sta forse qui? Convincere l’uomo a sentirsi libero perché in fondo, lui, povero, semplice, innocente agglomerato di polvere di stelle, non ha niente da farsi perdonare, niente di cui essere direttamente responsabile e da cui dipendere, se non da un’indefinita e impersonale energia divina che circola fuori e dentro di lui. Mi sembra di sentire san Paolo e sant’Agostino, che ne sapevano qualcosa di peccati e di derive, apostrofare con bonarietà e fermezza questi tali e i loro followers: “State sereni, che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Etiam peccata!”. Vivere riconciliati è tutt’altra cosa dal vivere rappezzati.
Formazione/conformazione
Formazione è un altro vocabolo-panacea dei nostri giorni. La troviamo come una salsina variegata pronta a condire tutti i cibi che anche religiosamente assimiliamo. È un po’ come la Nutella, va bene dappertutto. È ottima spalmata sulla psicologia, sulle scienze umane e transumane, ma anche sulla liturgia, sulla teologia e sulla spiritualità in genere, meglio se con una spruzzatina di sincretismo new-age; gradita fuori casa e in famiglia, sul lavoro e nel tempo libero, pronta tra i palinsesti di una pastorale qualunque, perfetta da consumare fresca o riscaldata, da asporto o in loco, in presenza o online, disponibile in versione usa e getta, riciclabile, compostabile, componibile o smart. Insomma, ce n’è per tutti, grandi e piccini. Ma soprattutto è eco-green perché rispetta l’ambiente: meno ce n’è e più se ne deve spalmare! Che mondo sarebbe senza formazione-Nutella, che per comodità e nella sua forma contratta chiameremo: Formatella?!
Mi tocca però costatare, con solita rottura di uova nel paniere di qualcuno, che il termine propriamente non compare nelle Regole monastiche antiche, se non a causa di qualche traduzione infelice, come lo è ad esempio rendere “ubi meditent” con “perché vi ricevano la loro formazione” (cfr. Regola Benedetto LVIII,5 – Norme per l’accettazione dei fratelli). Non compare nemmeno nella più “recente” Regola del Carmelo confermata da Innocenzo IV nel 1247. E che dire di Teresa d’Avila, prima donna dottore della Chiesa insieme a santa Caterina da Siena? Nemmeno lei, già rinascimentale e insieme così moderna per la sua introspettiva narrante, così amica dei buoni libri e filosofa mancata, la menziona nelle sue Costituzioni e nelle sue Opere. Sorge qui una domanda: come hanno fatto i nostri avi, nonché santi predecessori, fondatori e fondatrici, padri e madri nella fede a vivere senza? Forse – si dice – avevano un carisma speciale, forse il Signore accordava loro grazie particolari per digiunare, come i Padri del Deserto, anche dalla Formatella! E le generazioni successive di monaci e monache, loro, come hanno fatto?!
Ma c’è un “ingrediente segreto”. Semplificando molto, quello che noi oggi intendiamo col termine “formazione” – da non confondere con istruzione e nemmeno con educazione –, ha visto una sua libera, ipertrofica espansione fino ad oggi soprattutto a partire dal XIX secolo della cultura occidentale moderna ed è stato desunto soprattutto dall’ambito lavorativo e professionale: non possiamo pertanto sovrapporlo sic et simpliciter al cammino di gestazione del monaco. A “formare” le persone, i novizi e le novizie, nel deserto come nelle grandi abbazie, nei beateri come nei monasteri improvvisati nottetempo da Teresa, insieme a Vangelo, Detti, Insegnamenti, Regole, Vitae Patrum, Avvisi e Consigli tramandati oralmente e poi per iscritto, era la vita “fatta in casa”, spesso a fianco di un abba o una amma, che si prendeva la briga di provare, potare e purificare ciò che nei “candidati” rimaneva dell’uomo vecchio e impediva la nascita del nuovo. Quella era la vera teologia, perché la vita stessa era luogo teologico dove Dio si manifestava.
Non di aggiunta di forma si trattava, ma di sfoltimento; non di promozione umana, ma di generazione nello Spirito; non di competenze, ma di sapienza. Giovanni della Croce, facendo eco a diversi Padri della Chiesa, parla ad esempio dell’opera di cesello e di scalpello da parte di Dio che, attraverso le “mazzate” dei fratelli, si prende la briga di scolpire nel buon religioso la vera immagine nascosta in lui, togliendo e levigando ciò è superfluo e insieme grattando via la ruggine che impedisce alla naturale lucentezza del ferro di risplendere. Tutta l’opera di Dio per Giovanni è quella di mettere a ferro e fuoco nell’uomo, con tutte le mediazioni del caso, ciò che lo fa morire, per farlo brillare e lasciar trasparire in lui la bellezza dell’immagine divina. Perciò la sua è opera di correzione, sgrossamento, ripulitura, in vista non tanto di una formazione, quanto di una con-formazione a quell’immagine nascosta nell’uomo, de-formata dal peccato. E i monaci più sapienti, padri e madri nella fede generanti figli e figlie di Dio, non facevano che ricalcare questa pedagogia divina già quando l’aspirante si presentava alla porta e riceveva il “benvenuto” che conosciamo, spesso e volentieri anche per più giorni, giusto per cominciare a saggiare la consistenza della sua ricerca di Dio.
Certo noi oggi, che viviamo nel politicamente corretto fino al collo e siamo sensibili fino al suscettibile, non ci sogneremmo mai di lasciare alla porta per più di 5 minuti ipotetici aspiranti provandoli con ingiurie o “rifiuti poco lusinghieri”, oppure di mandare postulanti e novizie a piantare un ramo secco e innaffiarlo. Ma non ce n’è bisogno: la vita ordinariamente condotta in monastero, come già ricordano Benedetto e Teresa, tra lavoro e preghiera, convivenza coatta con chi non ci è congeniale, orari e cibi non proprio ottimali, assenza di vacanze.. è sufficiente a provare se di stoffa si tratta o di semplice plastica, se il potenziale monaco/a è davvero tale, o trattasi solo di un bravo/a ragazzo/a. Basta non edulcorare, differire o, peggio, non evitare la crisi con stratagemmi che spesso sanno di sterili esperimenti in vitro che poi deflagreranno solo più tardi.
In caso contrario, c’è già chi, per amore dell’”accoglienza incondizionata e indiscriminata” (etimologicamente: priva di discernimento) e del “rispetto della persona” (sarà poi tale?), è pronto ad epurare – cancel culture docet! – quegli aspetti della tradizione o dei santi che risultano anacronistici solo perché non ne comprendiamo più il significato nascosto, ignorando quanto potenziale generativo ci sia invece anche per oggi, se ce ne lasciamo ispirare. Insomma, ordiniamo pure un altro chilo di Formatella prendi 2 paghi 3 (sic!) in cui immergere i nostri aspirandati, probandati, noviziati e juniorati fino a quando… risalendo dall’immersione, non si daranno una bella strizzatina come fa l’anatra che risale dall’acqua, per uscirne esattamente così come vi sono entrati!
Md. Eleonora Andreoli, OCD
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