III parte
Inclusione/comunione
“Libertà è partecipazione”, cantava Gaber negli anni in cui comunque prevaleva la mobilitazione, più che lo star seduti sopra gli alberi. Benché la partecipazione di allora avesse un’accezione diversa dal presenzialismo mediatico di oggi, non possiamo dire, anche con un esperimento canoro, che libertà e inclusione suonino altrettanto bene. Per il fatto che l’inclusione presuppone per etimologia l’essere rinchiusi… dentro un soffice salottino multicolor a base di accoglienza, condivisione, corresponsabilità, altruismo, assenza di giudizio: su questi divanetti è possibile – questa volta sì! – star seduti sperimentando una calda e rassicurante sensazione di appartenenza affettiva, spesso e volentieri equi-vocata col termine “comunione”.
I gruppi a mentalità inclusiva, che oggi sembrano spopolare in modo un po’ trasversale, si fondano sul diritto di partecipazione su larga scala in modo scriteriato (= senza alcun criterio), né condizione previa, in modo da garantire la massima “libertà” – meglio: tracimazione – di ogni espressione verbale o emotiva a ciascun membro, un po’ come quando si mettono i colori e le forbici in mano ad un bambino che non li sa usare e gli vien detto: adesso esprimiti! Sarà già tanto se non si taglierà un dito o non “tinteggerà” a caso i muri della stanza. Ma pazienza, l’importante è che ciascuno, improvvisando pareri e agitando i muscoli della lingua, possa sentirsi libero di riversare la sua opinione ovunque, senza venire mai contestato o messo in pausa, pena la terribile accusa, nei confronti di chi azzarda una simile impresa, di essere giudicante.
Per incoraggiare e avallare lo stile inclusivo è indispensabile un linguaggio politicamente non solo corretto ma pure ineccepibile, capace di livellare sul nascere l’insorgere di ogni tipo di divergenza di pensiero – laddove esso sia davvero presente – e di dialettica, quando non di conflitto, latente o aperto che sia. Chi desidera continuare a pascersi del gruppo, deve assolutamente evitare espressioni del tipo: “non sono d’accordo”, oppure: “stiamo dicendo cose diverse”, o ancora: “puoi motivare la tua affermazione?”. Nel gruppo inclusivo funziona un po’ come per il maiale in terra emiliana (con tutto il rispetto per il suino tanto redditizio!): non si butta via niente. O meglio, niente della linea maggioritaria, per non dire unica. Ma se disgraziatamente poche, sparute minoranze di pensiero cominciano ad emergere timidamente, hanno due possibilità: o l’appiattimento sull’andamento univoco del gruppo, oppure la progressiva marginalizzazione fino all’auto-espulsione, più o meno indotta con raffinate tecniche di mobbing relazionale (mai sentito parlare di aggressività fredda?).
A questo punto siamo pronti per definire l’inclusione con espressioni che il lettore potrà assumere con moderazione, anche a rilascio prolungato: 1) modalità ad alto tasso glicemico, seppur a prezzo salato, di omologazione culturalmente forzata; 2) comfort zone in cui le differenze vengono dolcemente disinnescate lungo una linea mediana escludente gli estremi (benché talvolta intelligenti); 3) beata eutanasia del pensiero, decaduto ad opinione, poi elevata a dogma all’ennesima potenza.
Veniamo ora ai contrari dell’inclusione, che poi si riduce ad uno solo. A discapito dell’opinione comune, il contrario dell’inclusione non è l’esclusione – termine oggi più che aborrito dai politicamente inclusivi – ma la comunione. Comunione che, se intesa nel suo pieno significato (com-munus), non deriva dalla partecipazione ad eventi, per quanto socialmente utili, benefici o comunque aggreganti, bensì dal prendere parte fino in fondo all’unico Dono e all’unica Offerta, alla vera koinonía, non formata semplicemente da uomini e donne nelle loro seppur pie e volonterose intenzioni di bene, ma fondata dal Signore stesso nel suo vero Corpo.
Ne deriva che non ogni partecipazione è di per sé sana e desiderabile, se rimane pur vera l’esortazione paolina: “Non partecipate alle opere delle tenebre” (Ef 5,11), per il semplice fatto che esse sono infruttuose; come d’altra parte non ogni diversità è ricchezza, ma solo quella che si inserisce in modo armonioso e organico in una visione sensata d’insieme.
Ciò che viene richiesto al credente, in quanto con-vocato e non auto-vocato, non è prendere parte comunque, ma prendere parte scienter, actuose, fructuose, ossia: con consapevolezza, con le opere della fede e con frutto. Questa postura partecipante, che trova il suo più celebre riferimento alla celebrazione eucaristica (cfr. Sacrosanctum Concilium, nn. 11 e 14), costituisce un validissimo paradigma anche di modus vivendi/comunicandi per tutti coloro che al bel sogno del salottino includente preferiscono la realtà contundente dell’Assemblea dei credenti del cielo e della terra, che se ne stanno in piedi, con le vesti bianche e tinte del rosso-sangue della fede. Certo, lo sappiamo, la tentazione di fare dell’ekklesía una dorata vanity fair di eventi per associati perennemente occupati (e dunque importanti!) è sempre dietro l’angolo e forse anche davanti, ma tocca ai credenti manifestare che la dimensione più autentica del prendere parte non si gioca in estensione, bensì in profondità: quella di un’esistenza totalmente espropriata, attirata dentro e consumata dall’unico consummatum est.
Leadership/autorità
Che oggi l’autorità non goda di buona salute né tantomeno di buona fama è perfino scontato dirlo. È altrettanto ovvio che essa venga confusa, quando non intenzionalmente sostituita, dalla leadership. Ho già ricordato l’illuminato e impopolare contributo di Luigino Bruni su Avvenire, a cui rimando anche solo per avere un’idea di quanto una logica socio-aziendale abbia ricadute fuorvianti su un tema di per sé molto vasto e complesso[1]. In questa sede mi limito solo a rimarcare un po’ i chiaroscuri delle due polarità, giusto per far emergere i contrasti e puntualizzare le differenze.
Parlare di autorità suscita sempre qualche reazione allergica, specialmente nel contesto attuale in cui le comunità religiose sono incoraggiate con corsi e ricorsi a ricercare varie ed eventuali “strutture abusanti” interne alla loro stessa vita. Ancor più problematico diventa stabilire l’autorità e come esercitarla, in modo che essa risulti il più possibile assertiva, rispettosa, rassicurante, confortante, valorizzante, stimolante, ammorbidente… Insomma, autorità “pic-indolor”.
Se da un lato è vero che l’esercizio dell’autorità richiede da sempre una vigilanza particolare su di sé e sulle persone affidate – vedi quella longeva Abbadessa, reticente a dimettersi di buon grado dalla sua carica più che pensionabile, che giunse ad esclamare: “Se servire è regnare, lasciatemi servire!” –, è altrettanto vero che forse oggi il desiderio di essere investiti volentieri del ruolo di “superiore/a” non arriva, almeno in conventi e monasteri, a tanto appassionato “struggimento”. Infatti non mancano Congregazioni o Istituti religiosi che hanno già iniziato a gestire il ruolo di “responsabile” in modo per così dire “paritario”. Un po’ come i bambini dei libri di Goscinny che, per dirimere la spinosa questione su chi debba essere il “capo” della combriccola, decidono di designare genialmente ogni membro come capo della compagnia: tutti sullo stesso piano, nessuna disparità di “potere”. Ma, si sa, tutti capi, nessun capo. I racconti di Goscinny ispirarono il cinema francese e divennero “Le Petit Nicolas”, un film gustosissimo ideato appunto dai disegnatori di Asterix e consigliato per trascorrere un bel pomeriggio in compagnia… anche se di sicuro l’autore mai avrebbe pensato che la pellicola riuscisse in un qualche modo “profetica”, oltre per il botteghino, anche per la vita religiosa.
Ora, autorità deriva da augere, far crescere, e presuppone un auctor, qualcuno appunto investito del duplice munus (dono e ministero) di promuovere la vita e la libertà delle persone a lui affidate. Chi di noi in qualche modo ha esercitato questo servizio – e non si può negare che lo sia – sa quanto ci si debba far carico non solo delle questioni, ma anche delle persone: l’autorità nelle comunità religiose quotidianamente esercita un’attività di “sollevamento pesi” non indifferente ed è un po’ un bersaglio vivente contro cui vanno ad infrangersi le aspettative, i desideri, le paure, le ire, transfert compresi!, di coloro che le sono stati affidati. È un po’ come una spugna a doppio strato che deve assorbire le tossine (incluse le sue!) per poi trasformarle in vitamine, o come quell’asciugamano che Gesù passa in giro per ripulire i piedi dei discepoli. L’autorità deve fare anche i conti con una buona dose di solitudine, specialmente decisionale, che nessuno può toglierle. Per questi motivi e anche per altri, il ruolo non è alla lunga poi così ambito, ma è anche oggetto di sospetto e diffidenza per la gestione del potere che esso comporta. E allora, visto che è sempre più difficile trovare qualcuno che accetti di buon grado di farsi carico, o si evacua l’autorità pareggiandola in modo concordato tra tutti i membri – un po’ come nel film ispirato a Goscinny –, oppure, perfino accanto all’autorità (tanti auguri!), la comunità può crearsi informalmente un leader personale o corporativo: “diamoci un capo e ritorniamo in Egitto” è principio antico e sempre nuovo.
Ma perché la figura del leader, al contrario dell’autorità, sembra riscuotere tanta simpatia? Anzitutto perché, secondo il luogo comune ormai consolidato, è “autentico” solo ciò che non è istituito. La persona riconosciuta dotata di leadership è in grado di guidare la barca (to lead/ship) verso obiettivi comuni, ispirare, ascoltare, motivare, valorizzare il dono specifico di ciascuno, creare visioni naturalmente condivise e facilitare il cambiamento, basandosi sulla libera adesione e fiducia degli altri membri. Non è quello che dovrebbe fare anche un’autorità degna di questo nome, tanto più se autorevole? Sì, se trattasi di un allenatore nazionale di una squadra di pallavolo; in parte, se la persona in questione è superiore di una comunità religiosa o monastica. In genere quest’ultimo non è né un animatore né un facilitatore, ma una sorta di sacramento vivente della paternità/maternità di Dio che esercita un ministero affidatogli non in ordine all’organizzazione funzionale, ma alla salvezza. Il suo modello non è quello del coach naturalmente ispirato e talentuoso, ma quello del buon Pastore che guida e ama il gregge fino a dargli la propria vita. A ragione chi presiede la comunità non è un leader, perché egli stesso è guidato, insieme agli altri membri, chiamato alla sequela dell’Unico Maestro. Egli certo favorisce la crescita, ma anzitutto in termini di sequela e di generazione di figli e figlie di Dio, non di entusiasti e capricciosi followers orientati al benessere.
Infine, Gesù come leader è stato un disastro e la sua leadership fallimentare: non ha saputo selezionare le risorse umane adeguate né motivarle sufficientemente verso un unico target, non ha raggiunto risultati efficaci e Lui stesso non ne è uscito molto bene… Meglio allora iscriversi ad un bel corso di mangement religioso per migliorare le competenze e non fare la stessa fine.
Eppure, parafrasando san Paolo, la differenza è chiara:
“Potreste avere anche 10.000 leader e formatori e facilitatori, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo mediante il Vangelo” (1 Cor 4,15).
Md. Eleonora Andreoli, OCD
[1] https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/madre-superiora-o-leader-il-convento-non-e-unazienda_94044
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