Perché mai oggi una donna si vuole così tanto male da aspirare all’ordinazione sacerdotale?
Bisognerebbe chiederlo a quelle che stanno portando avanti simili battaglie. A fronte del fatto che i seminari si stanno svuotando, abbiamo di contro sempre più donne aspiranti al ministero ordinato. È un po’ come per il matrimonio: oggi non vuole più sposarsi nessuno… tranne i gay.
Paradossi a parte, credo che comunque il discorso tra sacerdozio e fluidità gender, o comunque confusione maschile/femminile, sia connesso. Penso sia innegabile che alla base del voler diventare prete per una donna ci sia una sorta di rivendicazione di parità tra i sessi. Come è stato per un certo femminismo un po’ ingenuo e “primitivo” che concepiva la rivendicazione della cosiddetta parità dei sessi (oggi “genere”) esclusivamente sul modello maschile: vogliamo essere come loro ed avere gli stessi diritti, perché noi no? Una sorta di fallica invidia di freudiana memoria trasferita sul sacro, insomma.
Che poi, a ben guardare, c’è poco da invidiare. Tanto più che alla donna è dato ciò che, per quanto sia dia da fare, all’uomo non è dato: non solo procreare, ma generare e gestare. A forza di battere sull’uguaglianza (oggi inclusione!), ci ritroviamo a vivere in contesti sempre più allergici alla diversità, al punto che anche grammaticalmente sostantivi e aggettivi non sono più declinabili in maschile e femminile, ma vengono sostituiti dagli asterischi o dai numeri rovesciati, pur di mantenere il fluidamente corretto. Come a dire: ma sì, che sia maschio o femmina, poco importa, non c’è nessuna differenza, sempre meglio il neutro interscambiabile, là dove ognun* può ritrovarsi a piacimento, saltellando oggi qua domani là come i profeti di Baal sul monte Carmelo…
E così anche per il sacerdozio ordinato si caldeggia una certa fluidità, come se si trattasse solo di una questione di ruoli interscambiabili o di un qualunque mestiere (sindaco/a, vigile/vigilessa, avvocato/avvocatessa… sacerdote/sacerdotessa) e non di peculiarità antropologica, ecclesiale, vocazionale. Di vocazione femminile, nello specifico. Il dato della Rivelazione è chiaro: dopo la creazione Dio diede in aiuto all’uomo la donna come compagna; fisicamente essa poi è madre, altro dato non trascurabile, perché anche nella sua carne è congeniata per fare spazio dal di dentro ad una vita altra, concepire un essere vivente differente da lei, gestare, nutrire, far crescere, curare.
Maschile e femminile hanno una loro specificità oggettiva, a partire da quella biologica, psicologica e spirituale, non c’è niente da fare. Poi esisteranno anche tutte le differenze culturali del caso, ma non possiamo farne solo una questione di relativismo sociale o storico o politico, sarebbe un riduzionismo ingiusto e miope. Per quanto potrà sforzarsi di farlo, un maschio non potrà mai spremere latte dai suoi capezzoli. E c’è un motivo. Ciò che riscontriamo a livello fisico/biologico è solo il riverbero visibile del nucleo più profondo della donna: essere a fianco di qualunque essere umano bisognoso e nutrirlo, trasmettegli VITA DAL DI DENTRO.
“La donna è compagna nel viaggio che è l’esistenza: ovunque aiuti una creatura a svilupparsi, a trovare la propria strada, a raggiungere il proprio compimento (fisico, psichico, spirituale), essa è madre” (Edith Stein, Esistenza femminile).
Dunque nella donna, anche in quella confiscata da Dio per la verginità (e a maggior ragione!), tutta la vita, fino a quella più interiore, è plasmata per un’accoglienza peculiarissima della vita, e ancor più della Vita che è Cristo, perché essa venga trasfusa ad altri, a volte in modo aperto, altre in modo più nascosto e carsico.
Non senza ragione Gesù si è ispirato alle donne nel corso della sua vita terrena ed ha indicato soprattutto loro come esempio della sua auto donazione divino/umana: in primis la fede di sua Madre e la professione di fede di Marta; la prostituta che gli lava i piedi con le lacrime; Maria, della quale prende le difese, che lo unge col nardo in vista della sepoltura; la Cananea che lo “convince” della salvezza anche per pagani, considerati alla stregua dei cani; la vedova nel tempio che getta i suoi due spiccioli di vita nel tesoro; la Maddalena che al sepolcro continua a cercare il Maestro in lacrime fino a trovarlo (a differenza di Pietro e Giovanni che, dopo aver constatato il fatto, se ne tornano beatamente a casa). È sempre alle donne che Gesù affida in prima battuta il compito di annunciare la risurrezione agli Apostoli, che dovranno farlo solo dopo aver ricevuto lo Spirito.
Se dunque la Chiesa è donna non è un caso: essa è costituita Sposa e Madre per, con e in vista del Figlio. E in quanto Sposa e Madre, collabora col Figlio all’opera di Redenzione con un’offerta perenne del suo corpo insieme a quello dello Sposo, in vista della generazione di nuovi figli. Cosa ci staranno mai a dire in quest’epoca di politicamente/morbosamente corretto una Giaele che picchetta nerborutamente le tempie di Sisara, una Giuditta che seduce uno sbronzo e ingenuo Oloferne fino a farne poco più che un involtino? O una Ester che, con tutta la sua carica di bellezza e di fascino – insieme ad una buona dose di digiuno, preghiera e audacia – è capace di ribaltare presso il re la situazione del suo popolo e di far impalare Aman? Cosa vorranno mai dire queste donne che vengono scelte da Dio in ordine alla salvezza di tutto il popolo e all’uccisione del Nemico? In filigrana non ritroviamo la donna dell’Apocalisse che in barba al serpente arriva a schiacciargli la testa? Maria, la Chiesa: in quanto figlie, madri e spose del Figlio sono state scelte per l’opera della salvezza.
Md. Eleonora Andreoli, OCD
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