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Quali sono gli elementi costanti e irrinunciabili della vita monastica per custodirla nel sapore del Vangelo?

Quali sono gli elementi costanti e irrinunciabili della vita monastica per custodirla nel sapore del Vangelo?
 

Intervento di Madre Monica all’USMI

20 Marzo 2025

Madre Monica della Volpe, ocso

Sono una monaca dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza. Appartengo alla comunità di Valserena, sono attualmente Presidente della Fondazione Monasteri – e se alla fine avanzasse tempo sarei lieta di spiegarvi che cos’è.

Ringrazio suor Fernanda sia per la bella iniziativa di questi incontri, sia per avermi chiesto questo tema che mi piace molto.

A dire il vero, come prima cosa mi sono detta: Ma la risposta è scontata! Elementi costanti e irrinunciabili sono tutti quelli che formano l’oggetto dei nostri voti, che le nostre Tradizioni ci hanno consegnato, che il Concilio ci ha riproposto, anche invitandoci a riformularli nel linguaggio del nostro tempo. E dal Concilio ad oggi, se ciascuna di noi ha cercato di camminare (chi non lo ha fatto è già scomparso), possiamo ben dire che la Chiesa non è stata avara di indicazioni, di sinodi, di Documenti magisteriali bellissimi[1].

Evidentemente non sono chiamata a parlare di tutto questo. Di cosa parlerò dunque? Ho scelto tre elementi che considero particolarmente importanti oggi.

Il primo perché, almeno nella cultura di oggi e nel linguaggio talvolta anche della Chiesa, sembra il grande rinunciato: la verginità.

Il secondo, perché è stata la grande riscoperta e la grande proposta dal Concilio ad oggi, dunque il grande ritrovato, ma già e non ancora, oggetto di tanti fallimenti: la Comunione.

Il terzo, sembra da lungo tempo il grande perduto, sempre ricercato ma difficilmente trovato: la via, il cammino spirituale. Come dire: tante volte ci sembra che abbiamo perso la strada …o almeno la capacità di incontrare altri sulla strada, insegnare ad altre la strada, guidare altre sulla strada.

Evidentemente si potrebbero scegliere altri elementi, l’ irrinunciabile si potrebbe esprimere in altri modi, dunque darò una risposta mia, quella che viene dalla mia esperienza e che più è in accordo con il mio attuale sentire sulla vita monastica in questo particolare momento storico. Tutto può essere completato e anche contestato.

1 – Irrinunciabile è la Verginità

Si potrebbe dire quasi la stessa cosa dicendo: irrinunciabile è la scelta di amare Cristo con cuore indiviso; irrinunciabile è la ricerca di Dio al di sopra di ogni altra cosa; irrinunciabile il primato della preghiera e della contemplazione. Irrinunciabile la purezza del cuore, e così via.

Oggi ho preferito menzionare la verginità o castità perfetta per il Regno dei cieli, per tre motivi:

  • Il primo è il più semplice: perché la verginità da sempre esprime quella donazione totale della propria vita e persona a Dio mediante la consacrazione religiosa che è l’alternativa alla donazione totale della propria vita e persona nel sacramento del matrimonio. Senza di questo, semplicemente, non c’è più vita consacrata, non siamo più nulla. Se questo non avesse più valore, la vita consacrata, specialmente quella contemplativa, non sarebbe più.
    Saremmo solo delle persone un po’ strane in vesti anacronistiche.
  • Il secondo motivo: perché fra tutti la Verginità o castità perfetta per il Regno dei cieli è lo strumento che non ha alcun senso se non appunto in vista del Regno dei cieli; e lo sguardo escatologico, lo sguardo al cielo, è una fra le cose più sconosciute oggi. Ma oggi anche il Giubileo ci ripropone di rinnovare la speranza cristiana, che è speranza per il Regno dei cieli, o non è.
  • In terzo luogo, perché fra gli strumenti della ricerca di Dio non credo ce ne sia oggi uno più odiato e combattuto. È una delle conseguenze della rivoluzione sessuale del ‘68 che ancora non riusciamo a lasciarci alle spalle. Il mondo appare invaso dal furore di una carnalità dissennata, che distrugge la famiglia, distrugge la vita con la spaventosa piaga dell’aborto, distrugge l’immagine stessa di Dio scritta nell’uomo come identità sessuata. Per tutti questi motivi è avvenuto che dire Verginità o castità equivalga oggi quasi a dire una parolaccia, sconveniente quando non imperdonabile. Anche nei documenti ufficiali, a volte si preferisce raccomandare alle religiose la continenza nel celibato, che sono due termini maschili; mentre in tutta la tradizione Verginità era forse l’unica parola femminile che veniva estesa anche agli uomini, i vergini che seguono l’agnello ovunque vada. Un buon esempio dell’esito contraddittorio del moderno femminismo.

Perciò: irrinunciabile è per noi riproporre la vocazione alla Verginità, la festa della nuzialità divina, la bellezza della maternità spirituale, la gloria tutta mariana della Chiesa Sposa di Cristo e delle nozze dell’Agnello. E, in attesa di questo, la gioia e la bellezza di una famiglia religiosa unita attorno a Cristo.

2 – Irrinunciabile è la pienezza di questo stesso amore, che ha il nome di Comunione

Siamo con questo elemento al cuore del carisma monastico cenobitico. Vorrei sottolineare che irrinunciabile è proprio la forma monastica comunitaria dell’amore, che è al cuore del mistero della chiesa. Al cuore del Mistero della Chiesa sta l’esperienza tangibile e sperimentabile della comunione, della carità vissuta a misura d’uomo, come pienezza di umanità che sgorga dall’ Eucarestia.

Da qui, dalla comunione reale dei discepoli riuniti attorno a Cristo sono nate e nascono tutte le espressioni della carità cristiana che in secoli di evangelizzazione stavano cambiando la faccia della terra. Tutte le opere della carità cristiana nascono da qui: dal cuore eucaristico del sacrificio di Cristo che raduna attorno a sé e trasforma e configura come unità e come Chiesa il popolo cristiano.

E sappiamo che al cuore di questo mistero di amore è il carisma contemplativo. Ce lo ha spiegato con parole semplici quanto insuperabili Santa Teresa di Gesù Bambino: Al cuore della Chiesa io sarò l’amore – ma direi che lo sviluppo pieno di questa intuizione potente di Teresa lo abbiamo con il Concilio Vaticano II, che riproponendoci pienamente la teologia della  Communio ci riporta agli atti degli Apostoli – erano un cuore solo e un’anima sola. Dall’offerta sacrificale di sé nel sacrificio di Cristo rinasce senza sosta quel Pane di Comunione che diviene Corpo di Cristo, che vive nel miracolo di ogni singola comunità nella Chiesa Universale.

Ma non solo: soprattutto raggiunge nella comunione di uno stesso Spirito la Chiesa del cielo, la Gerusalemme Celeste dove Regna Dio.

Nei nostri padri Cistercensi, basati su questa stessa teologia, incontriamo spesso la visione del coro monastico che si innalza, o della Gerusalemme celeste che scende, fino a fondersi e formare un Corpo solo.

Ancora nei nostri Padri troviamo le mille espressioni per cantare la bellezza dell’Amore fraterno, dell’Amicizia, dell’essere un solo spirito nello Spirito di Dio[2].

Di fatto questo ideale ci appare per lo più difficilmente e raramente realizzabile, destinato a momenti privilegiati dopo i quali prevale la quotidiana fatica di noi peccatori. Non possiamo non riconoscere che dopo i primi entusiasmi postconciliari abbiamo attraversato molte fatiche e subìto molte sconfitte.

È anche vero che le alternanze fra ideale e fatiche, in tutti i campi, ci sono sempre state. Il rimedio per i tempi di fatica è sempre stato l’aggrapparsi saldamente alla Regola, il rinnovare l’osservanza. I movimenti di riforma mediante il ritorno all’osservanza percorrono i secoli della modernità. Oggi, assistiamo a un fenomeno nuovo: non c’è più Regola, non c’è più osservanza che tenga, o almeno non è più questo il rimedio possibile.

Vuol dire che non ci può più essere vita monastica secondo una Regola? A mio parere, non si tratta di questo.

Oggi, in un contesto culturale non più cristiano in cui i singoli valori e strumenti dell’osservanza sono divenuti quasi incomprensibili e inaccessibili, l’irrinunciabile non può più cercarsi nel ritorno all’osservanza; non dico questo per sminuirne l’importanza, ma solo per costatare che se non si va alle sue radici, non tiene, o si corrompe.

Il Concilio ci ha richiamati, in prima battuta, a cercarlo alla sorgente teologica della Comunione, trinitaria ed ecclesiale. Dopo questo, e insieme a questo, l’osservanza sarà a sua volta riscoperta come un potente mezzo per la Comunione.

Perfectae Caritatis (n.15) dopo i tre punti sui tre voti, obbedienza, povertà e castità, inserisce la Vita Comune, quasi fosse un quarto voto, che abbraccia i primi tre. In seguito, quasi tutti i Documenti del Magistero per la Vita Consacrata riprendono, commentano, spiegano e propongono questo punto. Ci hanno detto che i religiosi debbono essere “esperti di comunione”, espressione che ha fatto fortuna ed è stata poi ripresa in diversi Documenti. Fra tutti, citiamo il bel documento “Vita fraterna in comunità”, quasi un manuale sulla vita comune.

In “Vita Consecrata” Giovanni Paolo II ci dona una notevole base per rifondare  la Vita Consacrata e Monastica a partire dalla Comunione Trinitaria, tentando di riunificare in questo punto la teologia della Vita Consacrata sia occidentale sia orientale.

Credo che tutto questo straordinario lavoro, che riportava con forza e semplicità inconsueta la vita consacrata alle sue origini, abbia scatenato quasi una battaglia cosmica fra le forze positive e le forze negative della nostra epoca. Credo che tutti dobbiamo riconoscere oggi molte sconfitte.

Abbiamo attinto a piene mani alle ricchezze che l’epoca conciliare metteva a nostra disposizione; ma abbiamo forse creduto di poter costruire con le nostre mani, cadendo in molte riduzioni.

La spiritualità è spesso stata ridotta a scienza umana e a psicologia; l’arte della comunione è stata spesso ridotta a sociologia, scienza della organizzazione sociale e della comunicazione. La teologia talvolta ha ceduto il passo alla ideologia, la morale cristiana, talvolta, alla attività politica.

Ma la spiritualità è vita del nostro spirito nello Spirito Santo di Dio, non è scienza umana che, per quanto rispettabile, è un’altra cosa, non viviamo di questo. Da queste riduzioni è derivata nei consacrati tanta confusione, divisione, sofferenza. Le nostre comunità hanno patito qualcosa, o tanto, di questo.

Quante siamo ancora vive, dopo molte purificazioni, possiamo ringraziare Dio se possiamo ancora vivere ed esprimere fra noi quell’umile amore fraterno che è l’unico terreno in cui ancora può fiorire la vita, il rendimento di grazie e la lode a Dio.

3 – Irrinunciabile è il carisma come via spirituale che ci conduce a Dio

Il terzo irrinunciabile, che abbiamo chiamato il cammino spirituale, è più difficile da mettere a fuoco, proprio perché sembra che da troppo tempo abbiamo perso la strada.

Ogni Carisma religioso è eminentemente un dono dato da Dio a una persona, il Fondatore, che si dispiega e ci viene consegnato come via percorribile da altri dietro di lui, per raggiungere lo scopo più vero della nostra vita terrena: la conoscenza di Dio, la trasformazione in Lui, la Vita nuova in Lui.

Vorrei cercare di esprimermi con chiarezza: o siamo convinte e convinti, tutti, che questo coincide con la pienezza dell’umano, che l’umanità piena fiorisce solo a partire da qui, da Cristo, oppure noi non siamo nulla, non serviamo più a nulla, possiamo tornare a casa, l’alternativa è stare qui a fare le donne in costume, la sacra rappresentazione.

Se ogni volta che si manifesta fra noi una crisi, un bisogno profondo dell’anima, noi siamo capaci solo, solo, di mandare la persona dallo psicologo – dico solo, perché, per carità, lo psicologo può essere utile – che ci stiamo a fare qui? E c’è anche di peggio, quando una madre maestra si improvvisa come psicologa.

Non possiamo rinunciare ad essere guide spirituali, e se abbiamo perso noi stesse la strada, dobbiamo ritrovarla, riaprirla faticosamente nella foresta di questo mondo imbarbarito. È faticoso? È d’altronde il compito più urgente, più nobile in questo nostro mondo. Siamo qui per questo, è irrinunciabile.

Dal Concilio a qui, abbiamo spesso creduto di dover inventare formule di rinnovamento, e ne abbiamo inventate tante; oggi dobbiamo capire (chi ancora non lo ha capito) che dobbiamo soltanto, secondo quel primo invito di Perfectae Caritatis, ritornare all’Origine; alle origini, sì, ma prima di tutto all’Origine delle origini, o alle origini nel loro punto sorgivo, l’incontro con Cristo in quella modalità particolare che è poi diventato il nostro carisma, la via per noi. Quando siamo state chiamate abbiamo capito che quell’inizio riaccadeva, oggi e qui, per noi.

È questo il rinnovamento: lasciare che riaccada per me, qui ed ora, quell’inizio; e siccome io sono una donna del XX e XXI secolo, risponderò al richiamo nella lingua che conosco, vivrò questa avventura con le mie modalità, e il rinnovamento si farà da solo.

O meglio: si farà da solo, perché la vita nuova è come un seme, puro dono, ma richiederà da parte nostra un duro lavoro, proprio come quello della terra, o una lotta senza quartiere; così è sempre stato.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi in questo lavoro, che sia alla nostra testa in questa lotta, abbiamo bisogno di guide spirituali vere – ed evidentemente non di falsari e di abusatori. L’unico rimedio è rimboccarci, tutte, le maniche e ricominciare, oggi, a vivere in profondità la nostra vita spirituale come il nostro carisma autentico ce la presenta; e poi a fare la fatica immane di aprirci all’accoglienza delle poche persone che bussano oggi, così come sono.

4 – Conclusione – le sorgenti della vita spirituale e le loro riduzioni

Le principali sorgenti della vita spirituale sono state disseppellite dai detriti accumulati dalla storia e sono a nostra disposizione; la prima sorgente è la Liturgia, cui è stata resa più agevole la partecipazione. E si tratta di non svilirla in una visione solo orizzontale, di non ridurla alle competenze e alle creatività pur necessarie, a campo di potere.

La seconda sorgente è la Parola di Dio; e si tratta di non ridurre la nostra lectio e il nostro ascolto e colloquio a studio specialistico.

La terza, ma anche la prima, sorgente, il cuore della vita spirituale del monastero è la Communio stessa; e si tratterà di comprenderne la natura ecclesiale, non ridurla a dinamica sociologica – o di non rinunciarvi per le sue esigenze.

Alcune osservazioni finali: gli strumenti del rinnovamento ritrovati con il Concilio, molte volte hanno spazzato via le devozioni, che prima erano anch’esse veicolo della vita spirituale. Le hanno sostituite? Dipende; laddove ci si è incagliati nelle riduzioni, non le hanno sostituite.

Il grande veicolo, o la via regia per la vita spirituale, è sempre stata l’osservanza della Regola; ma abbiamo iniziato dicendo che l’accesso al suo significato non è oggi facile, a volte non è possibile.

Il compito della maestra delle novizie era un tempo soprattutto quello di introdurre all’osservanza, vale a dire della iniziazione. Dove questo non basta più, e dove la maestra si incontra con i suoi limiti nella guida spirituale, la formazione non è più possibile.

Per coloro che hanno progredito, ma non a sufficienza, cioè per molti dei nostri monasteri, non ci sono più vocazioni perseveranti, o non ce ne sono abbastanza per assicurare il futuro della comunità.

Di contro si verifica allora la rivolta tradizionalista: ritorniamo al passato e restauriamo una strettissima osservanza, e avremo probabilmente più vocazioni.

Si riproduce così anche fra noi qualcosa della attuale polarizzazione che travaglia la Chiesa, e sul livello politico anche la società, fra progressismo e tradizionalismo. Questo nasce dalla confusione dei linguaggi, dei significati, dalla carenza di autentiche spiritualità e dall’illusione delle ideologie.

Non risaliremo da questo caos se non rinnovando l’incontro, personale e comunitario, con l’Origine, alle sorgenti della vocazione e alle sorgenti del Carisma. Nella misura in cui abbiamo fallito il rinnovarsi dell’Incontro e ci siamo sforzate di inventare formule di rinnovamento, queste hanno presto esaurito la loro efficacia; ma si tratta semplicemente di ricominciare, oggi: il Signore è qui, fra noi.

Concludo comunicandovi un mio sogno, in quanto Fondazione Monasteri: di poter tenere un convegno aperto a tutte le superiore o formatrici dei differenti carismi, in cui ci si possa proprio interrogare su questi temi: carisma, via spirituale, guida spirituale, combattimento spirituale. Abbiamo fatto tanti convegni nel campo economico, possiamo incontrarci in quello spirituale? Potrebbe anche essere un possibile sviluppo di questi incontri. Che ne dite?

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La fondazione monasteri nasce non da un progetto o da una idea ma da alcune circostanze e occasioni concrete, nel nostro monastero Cistercense (cioè di regola Benedettina) di Valserena, per fornire un aiuto ai monasteri, senza limitarci a quelli del nostro carisma. Per 10 anni ci siamo interrogate se vi fosse in queste circostanze un progetto della Provvidenza, e quale.

Pian piano abbiamo compreso questo: Se l’Ordine Benedettino può considerarsi quasi il fondamento del monachesimo occidentale, L’Ordine (Benedettino) Cistercense nel suo carisma specifico ha avuto anche quello di dare vita e forma alla prima Congregazione Monastica. Solo recentemente, nel nostro tempo, la Chiesa ha deciso di estendere a tutti questo movimento aggregante, rendendo obbligatoria la Congregazione o la Federazione. Alle origini spirituali di questo orientamento si può ritrovare anche la Carta di Carità, il documento giuridico con il quale, nel XII secolo, i nostri padri ponevano il fondamento ecclesiale dell’unità dell’Ordine.

Gli strumenti proposti da questo documento: La visita Canonica (Regolare), i Capitoli Generali, sono stati dalla Chiesa stessa estesi nell’arco della storia a tutti i monasteri. All’interno di tutto questo noi, come Fondazione Monasteri, ci proponiamo di vivere l’aspetto più spontaneo e creativo della carità, l’aiuto reciproco fra sorelle, quello cui siamo obbligate soltanto dal nostro cuore e dalle circostanze provvidenziali, sempre diverse, che ci fanno incontrare fra Monasteri. La carità che deve legare tutti i monasteri congregati o federati fra di loro può estendersi senza confini con i legami della fraternità e dell’amicizia. Non si tratta di un progetto ambizioso e onnicomprensivo: si tratta di una disponibilità a condividere, con chi ne fa richiesta, il poco, nella certezza che Dio può allargare e moltiplicare, se vuole. Si tratta anche di una disponibilità a quanto la Chiesa in tanti modi oggi ci suggerisce, chiedendoci di allargare lo sguardo oltre i nostri confini congregazionali.

La carità inizia dalla condivisione dei bisogni materiali e si estende alla condivisione dei beni spirituali.

_____________

[1] Chiedo scusa se in questo testo, che non è stato pensato per essere pubblicato, non dò riferimenti precisi; d’altronde i testi cui mi riferisco sono universalmente noti.
[2] Possiamo pensare ad esempio a Baldovino di Ford con Perfetti nell’Amore e a Aelredo di Rielvaux con l’Amicizia spirituale.

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