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Quando era lo stato a perseguitarci

qualche cosa si poteva fare…

 

Dom Jean-Baptiste Chautard
“Noi siamo la corte del nostro Re”

Sul finire del secolo XIX, in Francia, l’illustre uomo politico Georges Clemenceau (1841-1929), presto soprannominato “la Tigre” per la sua astuzia e la sua arroganza, scriveva che tra la repubblica francese e la Chiesa Cattolica, nessuna conciliazione sarebbe stata possibile, finché il Papa non avesse rinnegato il “Sillabo”, con cui Pio IX nel 1864 aveva condannato gli errori del mondo contemporaneo. Al governo di Parigi, si organizzò, con Waldeck-Rousseeau, il “blocco delle sinistre”, secondo l’esclamazione del medesimo Clemenceau: “La rivoluzione forma un blocco”.

Contro chi? Contro la Chiesa Cattolica, così come Erode e Pilato, prima nemici tra loro diventarono amici contro Cristo. La lotta fu allora sferrata contro le Congregazioni religiose, per scioglierle e confiscare i loro beni, con la legge del 2 luglio 1901. Le elezioni del 1902 mobilitarono tutte le forze massoniche contro la Chiesa: Emile Combes diventò capo del governo di Parigi. In modo pittoresco, Clemenceau lo definì “vecchio parroco distolto dalle su vie”. Era dunque uno spretato, “il piccolo padre Combes” che scatenò la lotta contro la Chiesa.

Obiettivo immediato: sopprimere le Congregazioni religiose. Per parecchi anni, la Chiesa dovrà fare i conti con questo “uomo furioso”. Clemenceau fu nominato presidente della commissione senatoriale che doveva giudicare i Religiosi e decidere chiusure e confische. Una terribile tanaglia: la persecuzione contro la Chiesa, come in Francia era cominciata dal 1789, al tempo della “rivoluzione” con la pretesa di distaccare preti e Vescovi dal Papa di Roma.

Il monaco e “la Tigre”

Leone XIII prima, S. Pio X poi, intervennero con diplomazia e con autorità per la salvezza dei Religiosi e della Chiesa in Francia. Inascoltati. Ma l’Ordine Cistercense aveva un uomo, un monaco che poteva permettersi di tener testa a “la Tigre”: era l’Abate dom Jean-Baptista Chautard, nato a Briançon il 12 marzo 1858. Era entrato all’Abbazia Notre Dame d’Aiguebelle, il 14 aprile 1877, solo per un ideale di preghiera, “per stare solo con Gesù solo”. Morirà quasi 80enne, carico di meriti come un santo il 29 settembre 1935.

Aveva solo 19 anni, ma i suoi superiori presto capirono di che “stoffa” era fatto: un leader nato per governare, un “pastore” che, sapendo affrontare i lupi, avrebbe fatto innumerevoli servizi al suo Ordine. Cuor ardente e luminoso, aveva offerto a Dio i voti solenni il 21 maggio 1882 ed era stato ordinato sacerdote. Esemplare per la sua ascesi e la sua vita di unione con Gesù, presto era stato chiamato a incarichi di prestigio, trattando con gli uomini del mondo – spesso figli delle tenebre – gli interessi della sua e di altre Famiglie religiose.

Nel 1897, era stato eletto Abate di Chambarand e nel 1899 Abate di Sept-Fons: con questo titolo, passerà alla storia, oltre che per i suoi libri, il più famoso dei quali sarà L’anima di ogni apostolato, un vero best-seller meditato anche dai Sommi Pontefici e tradotto in diverse lingue del mondo. Egli aveva anche contribuito al riscatto di Citeaux, abbandonata dopo la rivoluzione del 1789, e alla rifondazione di numerose abbazie cistercensi.

E ora a trattare con Clemenceau, per strappargli la salvaguardia del loro Ordine, i Cistercensi mandarono lui, don Chautard, il quale forte del Cristo vivo, non temeva nessuno. L’incontro tra il monaco e “la Tigre”, avvenne a più riprese nel corso del 1903. Ecco, come lo stesso P. Chautard lo racconterà quasi 30 anni dopo, il 28 gennaio 1931, in una conferenza tenuta a Parigi. Citando proprio da questa conferenza, cediamo la parola all’illustre e santo monaco:

“Mi presentai a Clemenceau con un pro-memoria che gli esponeva i miei argomenti e gli espressi il desiderio di essere ascoltato dalla commissione senatoriale di cui lui era presidente. Mi disse subito: «Non speratelo neppure». Come – gli replicai – voi pretendete di condannarci senza ascoltarci? Io vi posso dimostrare che davanti all’Inquisizione gli imputati hanno avuto il diritto di difendersi”.

L’uomo politico cambiò idea: “E sia: sarete ascoltato. Io non voglio essere peggiore di Torquemada”. “Allora – continuai – ditemi su quali punti io sarò attaccato davanti alla commissione. Non posso improvvisare”. Clemenceau mi invitò a tornare dopo tre giorni”.

“Per Gesù-Ostia”

Appunto tre giorni dopo, “la Tigre” apostrofò l’Abate, dicendogli che i monaci sono inutili, che almeno fossero missionari, che avessero svolto un servizio sociale per gli altri, per esempio in Algeria, dove la Francia era penetrata. “invece, monaci, monaci… Ma a chi servite? Che cosa fate di utile al mondo? Nulla, nulla!”. “A questo punto, disse Chautard, potreste anche scioglierci, ma io non mi pentirò mai di essere monaco, anzi, al contrario, ne sarò ancora più orgoglioso”.

Clemenceau rimase toccato dalla risposta e gli domandò, smettendola di beffeggiarlo: “Perché ne siete tanto orgoglioso, un uomo come voi?”. “Ve lo dirò, se mi permettete di lasciarmi parlare senza interrompermi”. “Ve! Lo prometto – assicurò il politico. A questo punto, quell’Uomo tutto di Gesù Cristo, a fronte alta davanti a colui che faceva tremare la Francia e l’Europa, tenne un discorso affascinante che riportiamo con le sue testuali parole, per sommi capi, dalla conferenza prima citata:

“Signor Presidente, io mi limiterò a rispondere alla vostra domanda: che cosa è un monaco? Perché vi siete fatto monaco? Risponderò con un argomento solo: una Religione come il Cattolicesimo che ha come base l’Eucaristia, deve avere dei monaci votati all’adorazione e alla penitenza”.

L’Eucaristia è il dogma centrale della nostra Religione. Lo si è chiamato il dogma generatore della pietà cattolica. Ora, Gesù, il Cristo non è un essere sparito del quale noi facciamo memoria, né un essere lontano al quale pensiamo. Gesù è il Vivente: Egli abita in mezzo a noi; Egli è presente nell’Eucaristia. L’Eucaristia, per questo, è la base, il centro, il focolare della nostra fede. Dall’Eucaristia parte ogni vita”.

“Voi non ci credete, lo so, signor Presidente. Ma noi, noi ci crediamo. Noi ci crediamo fermamente, risolutamente, a fondo, con tutto il nostro essere, che nel Santo Tabernacolo di ciascuna chiesa, c’è davvero Dio sotto l’apparenza dell’Ostia consacrata. Noi ci crediamo perché ce l’ha detto e ripetuto Lui, Gesù Cristo. Noi lo adoriamo come nostro Dio!” (…) Uomo e Dio, Gesù è là, sull’altare e nel tabernacolo, come quando è passato in mezzo a noi”.

“La Tigre” era stupito con se stesso di come facesse “a perdere tanto tempo a ascoltare quelle cocolla”. Ma dom Chautard continuò implacabile: “A questo Re divinoil nostro Cristonon occorre forse una corte per onorarlo e servirlo?”. I più piccoli capi di stato hanno la loro corte: il Re dei re non avrà la sua? E allora, credetemi, ci saranno sempre degli uomini che riterranno come supremo onore l’adorarlo e faranno dell’adorazione a Gesù la loro vocazione. Tra il silenzio delle anime che dimenticano, noi veniamo a nostro nome e a nome dei nostri fratelli, a rendere omaggio e adorazione al Cristo presente e misconosciuto. Forse che abbiamo torto?”.

“Sapete che cos’è la Messa?”

Un momento a guardarsi negli occhi. “Voi mi domanderete – riprese Chautard – a che servono il nostro lungo Ufficio divino, la nostra Messa solennissima, tutte le giornate nostre trascorse a pregare. Ebbene, sappiatelo: noi non cerchiamo altro che di onorare il Cristo che vive in mezzo a noi, che ci vede e ci ascolta, al Quale noi parliamo come se lo vedessimo. Quando noi cantiamo e adoriamo, noi non ci occupiamo del pubblico che non c’è; il solo Personaggio al Quale pensiamo è il nostro Dio, è il Cristo che è là e che noi vogliamo riconoscere come nostro unico Sovrano”.

Il potente uomo di stato ascoltava immobile, come scoprisse la prima volta un mondo mai conosciuto. Padre Chautard continuò ardente: “Il Cristo nostro Re e nostro Dio, è là nel Tabernacolo, per nostro amore, e attende tutto il nostro amore. E’, non solo la fede, ma l’amore che ci sostiene quando montiamo la guardia presso di Lui. Noi vogliamo amarlo ogni giorno di più e glielo vogliamo dire, fino a amarlo perdutamente”.

“Comprendete, Presidente, che noi abbiamo bisogno di dire a Lui che lo amiamo e che gli domandiamo perdono per tanti che non lo amano? Non è forse normale che i nostri canti a Lui si innalzino più in alto per coprire di amore le voci discordi che gli gridano odio e bestemmie, e riparare, riparare per tutti coloro che non lo amano?”.

“Ma ch’è ancora di più. La Messa di tutti i giorni: non solo la nostra preghiera a Dio, ma la preghiera i Dio stesso per noi! Ma sapete che cos’è una Messa? Noi lo sappiamo! La Messa è il Sacrificio divino del Calvario, ripresentato ogni giorno in mezzo a noi. Tutti i giorni, il Cristo offre a Dio per le mani del sacerdote la sua passione e la sua morte, come in Cielo Egli presenta al Padre le cicatrici gloriose delle sue piaghe per perpetuare l’efficacia redentrice della croce. Tutti i giorni, alla Messa, il Cristo rinnova l’opera immensa della Redenzione del mondo!”.

Ebbene, Presidente, a questo Avvenimento, il più grande che ci sia sulla terra, più importante e decisivo dello scontro delle armate in guerra, più salutare che la più feconda scoperta scientifica, pensate che noi potremmo assistere senza un fremito di tutto il nostro essere, con il cuore freddo per l’abitudine? Non ci si può abituare alla Santa Messa!”. Se no, dove sarebbe la nostra fede? Quando il Cristo offre al Padre il suo Sangue come solo omaggio di adorazione degna di Lui, per espiare i nostri peccati e donarci la sua salvezza, potremmo restare inerti e senza vibrare davanti a questa immolazione di Dio stesso?”.

Solo l’innamorato vince!

Clemenceau non capiva come potesse essere ancora lì, inchiodato a sentire quel monaco dall’anima “di fuoco”. E tuttavia

Continuò ad ascoltare, come se ascoltasse cose dell’altro mondo. Chè davvero tutto quello che sentiva, per lui era proprio il disvelarsi diun altro mondo”, il mondo di Dio, più vivo e reale che mai. P. Chautard, stupito in sé di come era riuscito a parlare così liberamente, si avviò a concludere:

“Signor Presidente, non trattate tutto questo come delle frottole. Voi non ne avete il diritto. Tra i nostri, abbiamo gli Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, i Pascal e i Bossuet, e quel grande convertito che è stato Lacordaire, tanti geni che hanno avuto la stessa nostra fede cattolica: voi potete anche non condividerla, ma disprezzarla mai! Comprendete quale fede ci sostiene, quale amore ardente ci riscalda il cuore, e come la nostra vita, tutta rivolta a Gesù nell’Eucaristia, è bella ed esaltante? Comprendete che, se si ha la fede, si deve ammettere l’esistenza degli Ordini contemplativi, la nostra esistenza! Non si può pensare l’Eucaristia senza degli uomini che di essa fanno il centro della loro esistenza e si sono votati totalmente a adorare e a amare il nostro Dio nell’Eucaristia”.

Sì, Presidente, sappiatelo, veramente tutta la nostra vita è soleggiata dall’Eucaristia. Gesù, ha detto Pascal, sarà in agonia sino alla fine del mondo. Noi, suoi amici, suoi intimi, esiteremo a condividere un po’ le sue sofferenze, siccome Egli ci chiama a questo onore?”.

Dom Chautard tacque. Clemenceau, “la Tigre”, era visibilmente commosso. Si alzò e strinse con calore la mano al monaco dal cuore di fuoco e gli disse: “Spiegate queste cose davanti alla commissione. Ditele con questo fervore. Ora, io comprendo l’ideale di un monaco. Io non sono cristiano, ma io comprendo quando lo si è profondamente, che si possa essere fieri di essere monaci. Il Parlamento francese non ha diritto di mettere alla porta dei veri monaci che nei loro chiostri, sono estranei alla politica. Da questo momento considerarmi vostro amico”.

Racconta Daniel Rops nella sua Storia della Chiesa (Vol. VI-II, pag. 155), che i Cistercensi cui apparteneva dom Chautard, non furono chiusi. A tanto era servito l’ardore di un umile monaco, davvero perdutamente innamorato di Gesù. Oggi, in questo sfascio odierno di ogni cosa, servono dei credenti e degli apostoli non appiattiti sui valori umani e sulle cose ovvie, e non sbiaditi e camuffati come sono in tanti, ma veri innamorati di Cristo, – dei “folli” come Chautardcapaci di far riconoscere anche da parte di chi non crede o combatte la fede, che si può essere fieri e santamente “superbi” di essere “monaci”, di appartenere a Cristo, di essere dei consacrati a Lui, la nostra unica gloria.

 

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