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Quando la guida spirituale diviene amicizia: S. Francesco di Sales e la sua grande figlia

Quando la guida spirituale diviene amicizia: S. Francesco di Sales e la sua grande figlia
 

di Rita Bettaglio

“Dio, mi pare, mi ha dato a voi. Ne sono più sicuro a ogni ora. E’ tutto quello che vi posso dire. Raccomandatemi al vostro buon Angelo”[1].

San Francesco di Sales vergò queste poche righe per la baronessa di Chantal il 26 aprile 1604, la sera prima di lasciare Digione. Ivi egli aveva predicato per la Quaresima ed aveva conosciuto Giovanna Francesca Fremyot, la giovane vedova del barone di Chantal. Ella vide per la prima volta il santo Vescovo il 5 marzo, I venerdì di Quaresima, e, al primo sguardo, riconobbe in lui il direttore spirituale che Dio le aveva mostrato in una visione. Anche san Francesco, pur concentrato nella predicazione, aveva notato quella vedova, che già aveva veduto in spirito nella cappella del castello di Sales.

Due grandi anime s’incontravano e subito ne nacque un profondissimo rapporto di figliolanza ed amicizia spirituale. Dio le aveva donate l’uno all’altra e con questa assoluta certezza camminarono insieme fino alla morte di lui, nel 1622.

San Francesco guidò la giovane vedova con ogni premura e affetto, con grandissima libertà di spirito. Giovanna, dal canto suo, si lasciò guidare completamente, ma, al tempo stesso, fu essa stessa guida al santo Vescovo. Insieme diedero vita all’ordine della Visitazione di S. Maria, nato per consentire la vita religiosa a vedove o donne che non avevano forza o salute sufficienti per abbracciare le durezze della vita religiosa dell’epoca. Per volere dei fondatori l’ordine stabilì, nelle proprie Costituzioni, che non ci fosse limite d’età all’ingresso in religione.

Alcuni autori, come il Bremot, arrivarono a dire che il Salesio si sarebbe comportato come un “diretto” non meno che come un “direttore”: ciò dimostra che le due anime crebbero insieme, nutrite dalla reciproca carità ed amicizia e, soprattutto, del comune desiderio di amare e servire Dio in ogni istante.

Il loro rapporto era animato dalla coscienza della donazione reciproca, voluta da Dio, e dalla convinzione che l’amicizia spirituale sia uno scambio, una comunicazione, un reciproco aiuto: una montagna, quella della santità, da scalare insieme, sostenendosi a vicenda e aprendosi l’un l’altro la via. Questo, però, senza che il direttore rinunci, nelle cose essenziali, all’autorità del proprio ruolo. Per questo il Santo vescovo di Ginevra, il 24 agosto 1604, dopo che la Chantal gli ebbe fatta la propria confessione generale, le consegnò un biglietto che recava queste parole: “Accetto in nome di Dio l’incarico della vostra guida spirituale, per impiegarmi con tutta la cura e la fedeltà che mi sarà possibile e in quanto la mia qualità e i miei doveri precedenti me lo possono permettere[2]. Un sorta di ‘contratto’ esplicito, siglato davanti a Dio.

Il rapporto tra i due santi crebbe attraverso incontri personali, pochi, e, soprattutto, attraverso una fitta corrispondenza: conserviamo più di 300 lettere di san Francesco alla Chantal. Il presule di Ginevra utilizzò moltissimo la modalità epistolare nella direzione spirituale di numerose persone, uomini e donne. Lo fece per ovvie ragioni pratiche, ma anche perchè le lettere avevano un carattere  personale che gli consentiva di dare libero sfogo alla propria affettività.

Secondo lui, infatti, “non vi è vera direzione spirituale, se non vi è amicizia, cioè scambio, comunicazione, influenza reciproca”[3].

Quali i principi fondamentale, le fondamenta, su cui edificare l’opera di Dio in noi?

San Francesco di Sales non ha dubbi e, nella lettera 77, del 3 maggio 1604, lo esprime chiaramente: “Desidero assolutamente che conserviate una santa libertà di spirito circa i mezzi che dovete usare per perfezionarvi”[4].

In cosa consiste questa “santa libertà di spirito”? Lo troviamo esplicitato (ed arricchito da numerosi esempi) nella Lettera 80, che si presenta come un trattatello, sintetico, di vita spirituale. Ascoltiamo cosa egli raccomandi a s. Giovanna di Chantal.

“Vi lascio lo spirito di libertà: non quello che esclude l’ubbidienza, ché, allora, dovremmo parlare della libertà della carne, bensì quello che esclude la costrizione, lo scrupolo e la fretta”[5].

Quale il criterio dell’agire? “Per quanto ci è possibile, dobbiamo agire sugli spiriti come fanno gli Angeli, cioè con dolci ispirazioni, e mai con violenza”[6].

Procedendo nella spiegazione egli, al settimo punto, definisce la libertà dei figli di Dio come “un distacco del cuore cristiano da tutte le cose, che permette all’anima di seguire in tutto la volontà di Dio”[7].

Di questa libertà ecco la prima caratteristica: “il cuore che ha questa libertà non è attaccato alle consolazioni, ma riceve le afflizioni con tutta la dolcezza che la carne gli permette”[8]. In ciò san Francesco dimostra grande concretezza e conoscenza dell’animo umano: “tutta la dolcezza che la carne permette”, dice, ben sapendo che la carne è viva e vivacemente reagisce. Lui stesso, dotato di un carattere focoso e impulsivo dovette imparare la mansuetudine e la pazienza con grande impegno: si dice che, dopo la sua morte, furono trovati profondi segni delle sue unghie sotto il piano della scrivania.

Tale libertà di spirito è un abito che trasforma la persona in ogni aspetto del vivere, in ogni relazione. “Gli effetti di questa libertà sono una grande soavità di spirito e una grande dolcezza e accondiscendenza a tutto quello che non è peccato o pericolo di peccato: in una parola è quell’umore dolce che si adatta facilmente agli atti di ogni virtù e di ogni forma di carità”[9]. Ben doveva averlo provato il santo vescovo, incalzato da ogni tipo d’incombenza pastorale e di governo di una diocesi come quella ginevrina, occupata dai calvinisti con cui dovette sostenere acerrime contese e attentati contro la sua vita.

Particolarmente rilevante, nell’amicizia/direzione spirituale è la raccomandazione ad evitare ogni tipo di scrupolo e pusillanimità. Se, infatti, il santo vescovo si fosse fatto influenzare da questi atteggiamenti non avrebbe trattato con tale libertà le proprie figlie spirituali, in particolare la Chantal, al punto da rivolgersi a lei con queste parole: “Sorella mia, Figlia mia, anima mia (e questo non è troppo, lo sapete bene)”[10].

La regola che egli diede alla Santa, valeva anzitutto per lui: “è necessario far tutto per amore e nulla per timore; è necessario amare l’ubbidienza più che temere la disobbedienza”[11].

Come non udire in questo l’eco delle parole di sant’Agostino: “ama e fa’ ciò che vuoi”?. Non è certo un invito alla licenziosità: chi ama Dio non può far altro che ciò che Egli vuole, ed Egli può volere solo il bene perchè Egli E’ il bene.

Voi, forse, direte che il rapporto di san Francesco di Sales con S. Giovanna Chantal, essendo un rapporto tra santi, non sia riproducibile nelle normali relazioni di accompagnamento spirituale. Certo erano anime privilegiate e ricche di grandi doni di grazia. Tuttavia la ferma consapevolezza, che essi ebbero sempre, della presenza tra di loro di una terza persona, Dio stesso, è senza dubbio un insegnamento valido per ogni relazione di accompagnamento spirituale.

“Dio, mi pare, mi ha dato a voi”, scrisse san Francesco di Sales nel suo primo biglietto alla giovane vedova. Non c’è relazione spirituale che non abbia in Dio la sua origine, il suo svolgimento e il suo fine. Per ipsum, et cum ipso, et in ipso.

_____________________

[1]    Lettera 76,  in S. Francesco di Sales, Lettere di amicizia spirituale, Paoline, 2001, pag. 194.

[2]    Op. cit. ,pag. 206.

[3]    Op. cit., pag. 10.

[4]    Lettera 77, op. cit., pag. 196.

[5]    Lettera 80, op. cit., pag 212.

[6]    Idem, pag. 214.

[7]    Idem, pag. 215.

[8]    Idem pag. 216.

[9]    Idem

[10] Idem, pag. 230.

[11] Idem, pag. 212.

 

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Pubblicato in Riflessioni, Vita consacrata

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