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Rosano e Madre Cabitza e la sua biografia di San Benedetto

Dopo la voce da Lecceto, dopo l’articolo su Vitorchiano, avremmo volute una parola da Rosano.

Rosano è un monastero in Toscana, in diocesi di Fiesole, che si presenta col volto della sua bellissima chiesa romanica; monastero noto e sconosciuto.

Noto perché era il monastero preferito dal cardinale Ratzinger, che vi andava per gustarvi l’inalterabile salmodia in latino gregoriano; visitato poi anche da altre personalità importanti della chiesa.

Noto perché sempre hanno avuto vocazioni, anche in tempi difficili. Sempre forse no, recentemente c’era stata una interruzione; ma la comunità, ci dicono, è ricorsa a una preghiera più intensa, e di nuovo c’è stato un afflusso. Attualmente è una bella comunità di 40 monache, con 7 sorelle in formazione, tutte italiane.

Come mai? A che si deve questo piccolo miracolo? Abbiamo chiesto a una nostra amica di andare a intervistare la madre Badessa, Madre Stefania Robione, ma l’intervista non è stata concessa. Possiamo dunque soltanto enumerare i fattori che si possono vedere dall’esterno: una comunità che mantiene una rigorosa separazione dal mondo, secondo le più consolidate abitudini claustrali. Una comunità tradizionale, che vive nel silenzio, nella preghiera, nel bellissimo canto gregoriano, nel lavoro manuale impegnato. Una comunità che ci dicono austera, ma insieme serena e fraterna.

Altre informazioni sulla sua vita attuale non ne abbiamo avute.

La comunità è rifiorita nella prima metà del XX secolo grazie a una personalità importante, Madre Ildegarde Cabitza, una Badessa alla quale dobbiamo anche una Vita di San Benedetto. In luogo dell’intervista mancata, pubblichiamo un articolo di presentazione di questo libro, che dice qualcosa dell’interpretazione del carisma benedettino che è alla base del piccolo miracolo Rosano.

In obbedienza alle recenti disposizioni secondo cui tutti i monasteri sono obbligati a federarsi, anche Rosano lo ha fatto; la Badessa di Rosano è attualmente la Presidente dei monasteri di Lapo, Fano, Subiaco, e di un monastero in Svizzera, Claro. Sono comunità piccole, ma sembra che ci siano tutti gli auspici perché la Federazione sia portata avanti con fraternità e carità.

Crediamo ancora che questo sia possibile. Forse basta amare la vita monastica, la vita consacrata; forse basta ammirarla in tutte le sue attuazioni, purché siano di retta fede e di pura intenzione. Forse basta resistere alla tentazione di guardare ogni realtà coi filtri ideologici tanto disponibili oggi sul mercato delle idee; forse basta rispettare profondamente ogni ispirazione, vagliando, certamente, tutto, ma secondo l’unico Spirito Santo, Spirito di umiltà e non di superbia, di carità e non di violenza.

Questo non basterà certo a risolvere ogni problema; ma potrà purificare il nostro cuore, e permettere a Dio di aggiungere ciò che ci manca.

Madre Cabitza e la sua biografia di San Benedetto

di Rita Bettaglio

 

Mi era stato suggerito di leggere la biografia di San Benedetto di madre Ildegarde Cabitza (1905-1959) e per procurarmi il volume avevo bussato alle porte del Monastero cui Ella aveva ridato vita neanche un secolo fa, il monastero benedettino di Rosano.

Ottenuto il libro dalla generosità della Priora, mi sono addentrata passo passo nelle sue pagine, procedendo lentamente, per gustare la quieta eleganza di una scrittura che prende per mano e guida il lettore, come una “buona mamma provinciale”.

Che stupore questo periodare tranquillo, evocativo, senza colpi di scena o agitazioni improvvise, maestoso come un grande fiume!

Prima osservazione: madre Cabitza ebbe da Dio il dono di una penna fluida e ricca, che Ella intinse tutta la vita nello studio e nella sapienza cristiana, alimentata dalla fede e dalla vita monastica.

Seconda osservazione: la romanità profonda che emerge fin dalla prima pagina e che suggerisce che Roma fosse l’ambiente naturale per la diffusione del cristianesimo: Nostro Signore scelse, infatti, l’Urbe come sede del Suo Vicario e non altre città. E scegliendola, la preparò in lunghi secoli di storia, attraverso la maturazione di una civiltà, di una cultura e specialmente di un diritto senza eguali, fino al momento in cui giunse la pienezza dei tempi: toto orbe in pace composito, canta la Kalenda nella notte di Natale e il Verbo si fece carne.

Nel VI secolo, quando visse San Benedetto, Roma era ancora splendida, tanto da far affermare a Fulgenzio, futuro vescovo di Ruspe, “Se tale è lo splendore della Roma terrena, nella maestà dei suoi monumenti, quale sarà la bellezza della Gerusalemme celeste!”.

In questo “mare di bellezza che si sottrae ad ogni descrizione”, come ebbe a dire Temistio, si svolgeva, tuttavia, “quella festa perpetua che narcotizzava l’agonia morale di un popolo che aveva conosciuto la vera grandezza”.

Benedetto, mandato a Roma dalla nativa Norcia, non ne subì l’incanto ma proseguì la propria formazione intellettuale, nelle scuole che certo non erano più al livello dell’età aurea dell’Impero, anche se l’imperatore Teodorico si adoperava per la massima diffusione della cultura.

Altra delusione fu la vita religiosa della capitale della cristianità: decadenza morale del papato, lotta tra diverse fazioni, come nella vicenda di Simmaco e dell’antipapa Lorenzo, vita non specchiata di buona parte del clero.

Benedetto aveva “l’anima ancora tutta impregnata dall’atmosfera satura di soprannaturale della sua Norcia dove il suo spirito si era aperto alle cose di Dio”. Tra le montagne umbre egli aveva conosciuto, fin dall’infanzia, un clero che brillava per purezza e limpidità nei rapporti con Dio e con gli uomini.

Egli, dice madre Cabitza, s’isolò quasi istintivamente dalla mondana e tempestosa vita religiosa di Roma.

“Alla sua anima profondamente seria s’imponeva con una specie di necessità la decisione della scelta tra la città di Dio e la città di Satana, tra l’accettazione di quel compromesso di vita cristiana nel quale cozzavano gli interessi più disparati, o l’eroica fedeltà ad un’attuazione integrale della vita evangelica, vissuta senza mezzi termini, fino alle conseguenze estreme.”

Scelse la città di Dio e l’appartenenza totale a Cristo.

La figura di san Benedetto emerge dalla viva penna di madre Ildegarde come quella di un vir Dei, uomo totalmente e appassionatamente di Dio: “tutta l’esistenza del Santo ha un carattere unitario che s’impone anche agli osservatori più distratti”. L’unità è intorno a Cristo, al Cui amore nulla bisogna anteporre, recita la Santa Regola.

Egli aveva trascorso tre anni nello speco inaccessibile e in questo tempo aveva condotto una vita nascosta con Cristo in Dio: preparazione necessaria all’opera cui Cristo lo chiamava, dar vita al monachesimo occidentale in cui trasferirà la propria esperienza spirituale e un profondo equilibrio tutto romano.

“In Dio la vita di Benedetto è completa. (…) Questo spiega l’atteggiamento di assoluta tranquillità che egli conserva nel punto culminante della vicenda di Vicovaro, vulto placido, mente tranquilla”. I suoi fratelli “hanno ordito contro di lui un intrigo per togliergli la vita” ma egli non se ne irrita, anzi, comprende che essi sono avviluppati nella carne e nel mondo e ne sono prigionieri.

È “l’adesione perfetta alla volontà di Dio, in quell’intimità d’anima che è preludio del possesso pieno della vita eterna”.

Quest’adesione completa all’Unum necessarium generò nella storia della Chiesa e del mondo un fiume costante e silenzioso di uomini e donne che madre Cabitza definì l’eredità santa.

Pio XII nell’enciclica Fulgens radiatur, per il XIV centenario della morte di San Benedetto, il 21 marzo 1947, scrisse:  “E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù”.

Fu questa virtù soprannaturale, che eleva e perfeziona la natura, a forgiare la luminosa figura di madre Cabitza, che resta un faro per il monachesimo benedettino italiano.

 

 

 

Pubblicato il Cose nuove e cose antiche, Perché vivono i monasteri

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