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S. Natale 2020

Beato Angelico, Sacra Conversazione

Ci voleva forse un monaco pittore per dipingere così il Verbo Incarnato, Dio e Uomo.

Si dice che il Beato Angelico, monaco Domenicano, prima vedeva, contemplava, poi dipingeva ciò che aveva visto.

Fantasie medievali? Ma se guardiamo la luminosità di questi volti e lo splendore di queste scene sarebbe molto più difficile pensare il contrario.

Possiamo contemplare per ore la profondità di queste immagini e lasciare che ci istruiscano: la giustizia e la pace, la regalità e la misericordia, l’umiltà e la maestà di questo Bambino ci istruiscono, così come la maestà e l’umiltà della Vergine che è il suo trono regale. Solo chi si è nutrito con la preghiera dei salmi può rappresentare ai nostri occhi questi misteri umani e divini, il cui splendore ci cattura anche quando non li comprendiamo.

Un altro monaco, Bernardo (che nel paradiso dipinto dall’Angelico passeggia con Tommaso) ci spiega con parole ispirate qualcosa di questi segreti:

“Ave Maria, piena di grazia”. Davvero piena, gradita a Dio, agli angeli, agli uomini.

Agli uomini grazie alla maternità

Agli Angeli grazie alla verginità

A Dio grazie all’umiltà. …Egli è colui che guarda gli umili, e chi sta in alto lo guarda da lontano; gli occhi del Signore contemplano tutto ciò che è umile.

Per questo dice all’anima nel Cantico dei Cantici: “voltati, voltati o Sulamita, voltati perché possiamo guardarti”. Dice quattro volte “voltati” a causa di una quadruplice superbia per la quale, avendo voltato le spalle a Dio, non poteva essere guardata. (…)

Come rimedio a questa peste mortale il Signore offre all’anima razionale cinque rimedi:

il luogo, il corpo, la tentazione del demonio,

la predicazione di Cristo e il suo stile di vita.

Il luogo, perché la nostra terra è un esilio, il corpo, perché ci è di peso, la tentazione, perché ci flagella.

La predicazione di Cristo, perché ci edifica, il suo stile di vita, perché ci forma.

L’anima infatti è morta se mediante questi rimedi non si lascia umiliare da Dio.

(S.Bernardo, Serm. De diversis, 47)

Molte cose ci dice questo non facile brano, fermiamoci su una sola: dunque è proprio il Signore che offre alla nostra anima la tentazione, come un rimedio! Dice che Egli ci flagella con la tentazione per vincere la nostra superbia, per renderci umili.

Come mai? Ci umiliamo quando possiamo vedere quanto siamo deboli e fragili davanti alla tentazione. Dunque Egli preferisce che sperimentiamo qualche caduta, piuttosto che continuiamo a rimanere nella cecità della nostra superbia.

Dunque, questo voleva dire Gesù quando ci insegnava a pregare: “non ci indurre in tentazione!”. Ci insegnava a umiliarci nella domanda, a precorrere la purificazione, a supplicare, coscienti della nostra fragilità, di essere purificati con altro mezzo, perché siamo tanto deboli, e rischieremmo di soccombere alla tentazione!

Si capisce bene come questo sia difficile da accettare per l’uomo contemporaneo, si capisce come si sia preferito dire: “non abbandonarci nella tentazione”, si capisce la scelta pastorale, per evitare il rischio di fraintendere.

Ma forse anche per questo è necessario che vi siano ancora dei monaci: degli uomini che hanno voluto conoscere la povertà del proprio cuore. Uomini che sanno di essere gravati da un peccato di origine, uomini che hanno conosciuto Gesù Misericordia del Padre come unica possibile salvezza dal proprio male. Uomini che sanno per esperienza che esiste un solo Padre, non un Dio cattivo che ci induce in tentazione e uno buono che non ci abbandona; bensì un solo Padre che permette al nemico di tentarci, che se necessario ci induce lui stesso nella trappola tesa dal nemico, purché apriamo gli occhi su noi stessi e impariamo a gridare a Lui.

Siamo noi, che abbiamo bisogno del Salvatore!

 

Fondazione Monasteri

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