Con gioia e con profonda gratitudine presentiamo il libro di Mons. Massimo Camisasca, “Semplicemente Cristiana”, nella convinzione di avere davanti un’opera che potrà essere di grande aiuto a chi vorrà leggerla.
Non si tratta prima di tutto di una biografia, anche se la persona e la vita di Cristiana Piccardo sono presentate accuratamente; si tratta soprattutto di una riflessione, profonda e completa, sul pensiero e sull’opera di quella che Mons. Camisasca si compiace di ritenere una riformatrice della vita monastica, inserendo questa qualifica in una sua profonda e lunga riflessione sulla riforma della Chiesa. Madre Cristiana certamente non si è mai ritenuta tale; eppure i risultati della sua opera parlano.
È difficile dire quale sia stato l’apporto più significativo di madre Cristiana alla vita del monastero di Vitorchiano. Ha quasi rifondato la comunità, iniziando il rinnovamento del nostro stile di vita. Meglio: ha rifondato la comunità sulle sue radici storiche e sante, distinguendo con grande discernimento fra valori perenni e modalità transeunti e rivitalizzando tali radici nella linfa ecclesiale del Concilio. Tutto ciò ha richiesto la capacità di discernere lo spessore di carità autentica e di amore sincero di Dio – che tanto aveva animato la vita povera e dura di chi ci aveva preceduto – dalle meschinità e piccinerie che possono infiltrarsi in un ambiente chiuso e ha richiesto il coraggio di chiamare queste ultime per nome, smascherando le ipocrisie che si nascondevano dietro una perfezione apparente. Lo strumento principale della correzione era l’insegnamento forte e chiaro dato nei capitoli: chi voleva avere orecchie, poteva intendere.
Nel rapporto personale, madre Cristiana superava il rigore dei vecchi tempi, eliminava ogni autoritarismo facendosi vicina alle persone e nello stesso tempo incuteva timore e rispetto con l’esempio personale. In tal modo ha unificato le generazioni più diverse, il tessuto contadino della vecchia comunità e le giovani laureate o diplomate dei tempi nuovi. Pensando al panorama generale della vita monastica di quei tempi, pare quasi incredibile.
L’aspetto della sua personalità che ricordo maggiormente è l’amore alla vita e, di conseguenza, la passione per ogni aspetto e per ogni persona. Accoglieva le giovani che si presentavano al monastero come figlie mandate da Dio, prima di vagliare e soppesare le loro possibilità. Peraltro era acutissima nella valutazione, ma non voleva vedere per prima cosa il limite. Considerava la persona con uno sguardo che faceva pensare a quello del Creatore. Con uno strano contrasto, sembrava innamorarsi delle qualità sia delle personalità più ricche sia di quelle più povere, se solo la sorella che aveva davanti mostrava un briciolo di semplicità e di umiltà.
Il risvolto – a volte positivo, a volte con conseguenze negative – era la capacità di rischiare, di scommettere sulle persone quasi senza limiti. Ne sono usciti dei capolavori impensabili, come anche dei grossi problemi. Talvolta non era facile stare al suo passo, ma la vita non era mai noiosa.
Madre Cristiana è stata la protagonista di una riforma della vita monastica, anche se la parola più giusta forse sarebbe rinnovamento. Una protagonista per lo più nascosta, ma dopo più di cinquant’anni stiamo verificando, nel confronto con altre comunità e anche con altri carismi, quanto le soluzioni da lei proposte siano state – e siano tutt’ora – capaci di resistere all’assalto dei tempi e di far vivere le comunità.
Il segreto del rinnovamento non è da ricercarsi prima di tutto nelle sue qualità personali, come l’intelligenza acuta e penetrante, la vasta e profonda cultura, la creatività personale (benché tutto questo abbia potentemente contribuito all’efficacia del suo governo); credo piuttosto che il suo segreto più profondo sia la qualità dell’ascolto, la gratitudine per il bene ricevuto, la venerazione di ogni autorità ecclesiale e di ogni vera autorevolezza che da Dio discende.
Se per temperamento era una ribelle, non lo era per scelta. Al contrario, la lotta in lei fra il temperamento e l’integrità della fede è stata forte e sempre vittoriosa. Nei confronti dell’autorità aveva un amore e una venerazione inarrivabili, sostenuta dalla sua pietas naturale, che la portava ad esprimersi con affezione filiale forte e sincera: «Il nostro Abate generale, il nostro Vescovo, il nostro Papa… le nostre anziane!». Era qualcosa che si comunicava anche a noi, ultime arrivate da una gioventù sessantottina più o meno disincantata, e che subito chiedeva un cambiamento del cuore.
L’ascolto intelligente e profondo delle direttive del Capitolo generale, come delle lettere circolari degli Abati generali e dei documenti del Magistero, è stato l’humus della sua opera e della sua carità pastorale, che l’ha condotta a rinnovare la sua comunità nella corrente viva dello Spirito Santo donato alla Chiesa di quegli anni – soprattutto mediante il Concilio e l’insegnamento dei Papi –, ad accogliere e rigenerare nella fede tante vocazioni, a dar vita a tanti monasteri.
Questo era unito da una parte alla simpatia, talvolta perfino all’entusiasmo, nei confronti degli apporti nuovi e validi che arrivavano dalla cultura del tempo, dall’altra a una fame e sete dei tesori della nostra tradizione ecclesiale – specialmente monastica – come gli scritti dei Padri. Così si attua il rinnovamento ecclesiale! Ed è una via talmente semplice che spesso non riusciamo a coglierla.
Madre Cristiana era una personalità fuori del comune e faceva quasi di continuo uno sforzo eroico per scomparire (…)
L’attualità del suo insegnamento è a mio parere grandissima, anche se alcune vie da lei aperte all’interno della comunità sono state vissute altrove in modo non positivo e abbandonate. Secondo il metodo di ascolto che ho descritto, ha favorito i momenti di dialogo all’interno della comunità e ha cercato di educare alla corresponsabilità e alla partecipazione (si è trattato di un cammino realmente sinodale, iniziato negli anni Settanta). In altre comunità il dialogo non è stato realmente introdotto, in altre ancora ha scatenato conflitti, oppure è stato interrotto per essere poi ripreso con l’aiuto di facilitatori esterni. A Vitorchiano, come tutti, abbiamo incontrato difficoltà e resistenze, abbiamo avuto periodi di stallo, ma la madre non ha mai desistito, ricominciando con pazienza dopo ogni sconfitta. (…)
Del tutto propria di madre Cristiana fu l’istituzione del dialogo diviso per gruppi generazionali. La comunità di Vitorchiano non aveva mai amato il dialogo in gruppi: il senso dell’unità comunitaria era molto forte e non è da escludere anche un certo desiderio di controllo da parte di alcune. La madre apprezzava il dialogo nel plenum della comunità, ma ne coglieva anche i limiti: si trattava più che altro di un susseguirsi di interventi ben preparati e ricevuti generalmente in un ascolto attento, ma in un’assemblea così numerosa un dibattito più vivace era impensabile. Consapevole del fatto che le sorelle più giovani potevano compiere un certo cammino, istituì gruppi che suddividevano le monache per “generazioni”, radunando fra loro quelle che erano entrate più o meno nello stesso periodo e avevano fatto insieme la formazione. Questa fu l’intuizione più geniale e più felice, perché coglieva l’importanza dell’unità fra sorelle di una stessa età monastica: è vero che per le giovani è più facile amare le anziane – e viceversa –, ma è all’interno di uno stesso gruppo generazionale che ci si trova a collaborare e a condividere la vita della comunità, a tutti i livelli; è all’interno di questo stesso gruppo che possono sorgere invidie, gelosie e ostacoli di ogni sorta che bisogna cercare di superare; sono le sorelle più vicine quelle che ti conoscono meglio, quelle che ti possono dire una parola di correzione, quelle che col passare degli anni possono esserti accanto nei momenti difficili e vivere con te una reale amicizia; è all’interno di un tale gruppo che si può realmente elaborare, sia pure con fatica, un pensiero comune.
Il dialogo nei gruppi all’inizio non fu affatto facile, dovettero scorrere alcune generazioni perché si potesse ingranare. La madre però non desistette mai. A me pareva impossibile, dopo certi incontri deprimenti e fallimentari, ricominciare; lei invece tirava dritto, come se niente fosse. Magari per un po’ si accontentava di condividere una torta e lasciava perdere gli argomenti più difficili, ma non si fermava mai.
Nel tempo, il dialogo in gruppi si è affermato come uno dei principali strumenti formativi per il noviziato e il monasticato ed è diventato possibile portare le stesse modalità di dialogo anche in comunità. Oggi a Vitorchiano è impensabile rinunciarvi; anche perché, venendo a mancare il tessuto di base della società e della famiglia cristiana, le parole non sono più comprensibili da tutte nello stesso modo e bisogna ricreare un linguaggio e dei riferimenti comuni. Infatti è finita l’era dei segni. Oggi sentiamo la mancanza del silenzio rigoroso, ma dobbiamo riconquistarlo a partire da un linguaggio comune.
Credo che un altro dei punti forti di Vitorchiano, grazie a madre Cristiana, sia l’impostazione della formazione, anzitutto per l’unità incrollabile fra badessa e maestra delle novizie. Per la madre la chiarezza su questo era fondamentale; non te lo diceva, ma te lo insegnava nella vita. È importante anche il criterio per scegliere le formatrici, che con lei passò da quello dell’impeccabilità esteriore a quello dell’amore alla verità e all’unità. Puntava anche sulla capacità di discernimento spirituale e sulla disponibilità a coinvolgersi affettivamente con le persone, in una maternità responsabile: il contrario del dogma del distacco che andava per la maggiore. Se il nucleo formato da badessa, maestra (o maestre) ed economa è perfettamente unito, la comunità è invincibile, può affrontare qualsiasi difficoltà o crisi. Sembra strano, ma questo non è affatto scontato in molte comunità. E all’unità troppo debole di questo nucleo si deve anche la mancanza di perseveranza delle vocazioni. (…)
Monica Della Volpe, OCSO (Dalla postfazione del libro)
È possibile acquistare il libro on-line anche vistando
il Sito Prodotti del Monastero Cistercense di Valserena
oppure
al negozio del Monastero di Valserena
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