di Patrizia Girolami, ocso
Dopo la monumentale opera esegetica dedicata alla Regola di san Benedetto da Adalbert de Vogüé, non è frequente incontrare autori che si misurino ancora con questo testo fondamentale della tradizione monastica. Il volume[1] di Madre M. Geltrude del Divin Cuore costituisce, perciò, una gradita e significativa eccezione. Il pregio dell’opera risiede non solo nella profondità della riflessione proposta, ma anche nel fatto che essa scaturisce da una lunga esperienza di vita monastica benedettina, conferendo alle pagine il carattere di una sapienza maturata nell’ascolto, nella preghiera e nella pratica quotidiana.
Come osserva dom Donato Ogliari, OSB, abate di San Paolo fuori le Mura, nella prefazione, il volume «non contiene un testo pensato e organizzato a tavolino, secondo un disegno preciso e sistematico» (cf. ibid., p. 5). I contributi che lo compongono nascono, infatti, in circostanze differenti; tuttavia, il costante riferimento alla Regola benedettina conferisce all’insieme una solida unità tematica e una chiara coerenza interna.
Il volume si articola in tre sezioni. La prima è dedicata al Prologo della Regola, vera soglia spirituale attraverso cui Benedetto introduce il lettore nel cammino della vita monastica. La seconda raccoglie una serie di riflessioni su alcuni temi centrali della tradizione benedettina: la stabilità, considerata nelle sue dimensioni cristologiche, spirituali, psicologiche e relazionali; la conversione dei costumi, intesa come atteggiamento permanente di ricerca di Dio e come stile di vita orientato alla costruzione della comunione fraterna; l’obbedienza quale via di crescita personale e comunitaria; il rapporto tra ascesi e mistica; infine la discrezione, definita da san Benedetto mater virtutum (RB 64, 19), principio di equilibrio e discernimento che ha contribuito in modo decisivo alla fortuna e alla diffusione della Regola nell’Europa altomedievale.
La terza parte si apre al confronto con il contesto culturale contemporaneo e affronta alcune delle principali questioni antropologiche del nostro tempo. L’autrice mostra come la tradizione monastica benedettina conservi ancora oggi una sorprendente capacità di dialogo con la cultura attuale e possa offrire criteri fecondi per superare polarizzazioni e contrapposizioni che attraversano l’esperienza umana: quelle tra uomo e donna, corpo e spirito, individuo e comunità, lavoro e preghiera, sviluppo tecnologico e dignità della persona. La sezione approfondisce inoltre alcune tensioni costitutive dell’esperienza cristiana e monastica, quali il rapporto tra tempo ed eternità, tradizione e rinnovamento, memoria e profezia. Particolare attenzione è riservata inoltre alla condizione giovanile contemporanea e alla ricerca di senso e di spiritualità che caratterizza molti giovani. In questo contesto, il monachesimo è presentato come una presenza capace di ascolto, di accompagnamento e di testimonianza.
Il volume si conclude con una riflessione sulla via pulchritudinis. Di fronte alla fragilità e all’inconsistenza di molte narrazioni contemporanee, l’autrice indica nella bellezza una via privilegiata di comunicazione e di evangelizzazione, capace di raggiungere il cuore dell’uomo e di aprirlo alla verità e al mistero di Dio.
Ma come definire, in definitiva, questo volume? Non si tratta semplicemente di uno studio sulla Regola benedettina né di una raccolta di saggi dedicati alla spiritualità monastica. È la stessa Autrice a suggerirne la chiave interpretativa quando afferma: «Piuttosto che uno studio è un atto di speranza nelle potenzialità del monachesimo anche nel nostro tempo. Queste pagine nascono dalla preghiera piena di compassione per le molte persone che si incontrano oggi: disorientate, oppresse da una paura indefinibile delle minacce del futuro, incapaci di trovare un senso alla loro esistenza e alla fatica del vivere, prive di relazioni umane che diano sicurezza…» (ibid., p. 11).
Queste parole consentono di cogliere il nucleo più profondo dell’opera. Le riflessioni raccolte nel volume non nascono anzitutto da un interesse teorico o da una preoccupazione erudita, ma dall’incontro con le inquietudini dell’uomo contemporaneo e dalla convinzione che la tradizione monastica custodisca ancora risorse spirituali e umane capaci di illuminare il presente. La Regola di san Benedetto viene così letta non come un documento del passato, destinato esclusivamente a monaci e monache, ma come una sorgente di sapienza che continua a offrire orientamenti per affrontare le fragilità, le paure e le sfide del nostro tempo.
In questa prospettiva, il libro assume il carattere di una testimonianza e di una proposta. Testimonianza di una vita plasmata dalla sapienza benedettina e proposta di un umanesimo fondato sulla ricerca di Dio, sulla qualità delle relazioni, sull’equilibrio interiore e sulla capacità di abitare il tempo senza smarrire l’orizzonte dell’eternità. La speranza di cui parla l’Autrice non è dunque un atteggiamento ingenuamente ottimistico, ma la fiducia che il patrimonio spirituale del monachesimo possa ancora offrire percorsi di senso a uomini e donne spesso disorientati, soli e alla ricerca di punti di riferimento affidabili.
Il titolo del libro tratto dal Sal 56 (57), 9 – «svegliati mio cuore […] voglio svegliare l’aurora» – possiede, infatti, una particolare ricchezza simbolica se riferito alla vita monastica e alla speranza. Nel contesto del salmo, l’orante si trova ancora nella notte della prova, ma non attende passivamente che giunga la luce: con la sua lode egli si pone già dalla parte del giorno che viene. L’aurora non è semplicemente un fenomeno naturale; è il segno dell’intervento di Dio, della sua fedeltà che rinnova la vita e apre il futuro. Per questo il salmista può dire di voler “svegliare” l’aurora: la speranza diventa una forza capace di anticipare nel presente ciò che ancora non è pienamente compiuto.
Applicata alla vita monastica, questa immagine esprime in modo suggestivo la vocazione del monaco e della monaca a essere sentinelle dell’alba. La comunità monastica vive immersa nelle stesse inquietudini, fragilità e oscurità che attraversano ogni esistenza umana, ma è chiamata a custodire la certezza che la luce di Cristo risorto ha già vinto la notte. La preghiera liturgica, specialmente la veglia notturna e la lode mattutina, rende visibile questa missione: il monaco si alza quando è ancora buio per attendere e annunciare il giorno di Dio.
In questa prospettiva, svegliare l’aurora significa vivere una speranza attiva e creativa. Non si tratta di evadere dal presente o di rifugiarsi in nostalgie del passato, ma di riconoscere e far emergere i segni del Regno che già germogliano nella storia. Il monachesimo, con la sua fedeltà quotidiana alla preghiera, alla comunione fraterna, all’ascolto della Parola e all’ospitalità, testimonia che il futuro di Dio è già all’opera nel mondo.
Per questo il titolo Svegliare l’aurora può essere letto come una definizione stessa della speranza monastica: custodire la promessa di Dio nel cuore della notte, cantare la luce prima che appaia, e aiutare gli uomini e le donne del proprio tempo a riconoscere che l’alba di Dio è già vicina. In un’epoca spesso segnata dall’incertezza e dalla paura del futuro, il monachesimo continua così a svolgere la sua missione più profonda: essere memoria della promessa e profezia della luce che viene.
«Perché la luce della verità e dell’amore di Dio – scrive Madre Geltrude – possa risplendere sul mondo, la nostra libertà deve esprimersi con uno slancio di speranza anticipatrice, di desiderio e di disponibilità operosa» (p. 13). Questo libro si colloca pienamente in tale prospettiva, offrendo un contributo prezioso alla riscoperta della tradizione monastica benedettina come risorsa viva per il nostro tempo. Le sue pagine non si limitano a descrivere un’esperienza o a sviluppare una riflessione teorica, ma mostrano come la sapienza della Regola possa ancora oggi orientare l’esistenza umana, illuminando le sfide del presente e aprendo orizzonti di futuro. Il lettore è così accompagnato ad affinare uno sguardo contemplativo e discernente, capace di cogliere, anche tra le contraddizioni e le incertezze della storia, i segni discreti ma reali dell’opera di Dio. In questo senso, il volume si configura esso stesso come un esercizio di speranza: un invito a custodire il desiderio, a vivere con vigilante fedeltà il presente e ad attendere con operosa disponibilità l’aurora del Regno che viene.
[1] Maria Geltrude del Divin Cuore OSBap, Svegliare l’aurora. La sapienza di Benedetto: alba di speranza per il nostro tempo, Nerbini, Firenze 2026, pp. 244.
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