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Un manuale di vita fraterna: il De amicitia di Cassiano

Sr. Patrizia Girolami

Il magistero della Chiesa, a partire da Vita consacrata (1996) e Vita fraterna in comunità (1994) fino ai più recenti documenti, ha dato sempre più risalto all’importanza della vita comune per la vita consacrata. Nell’ultima Costituzione Apostolica sulla vita contemplativa femminile, Vultum Dei quarere (2016), si afferma addirittura che «La vita fraterna in comunità è un elemento essenziale della vita religiosa in genere, e in modo particolare della vita monastica, pur nella pluralità dei carismi» (n. 24). Dire “essenziale” significa che appartiene all’essenza, cioè all’”essere” della vita consacrata in genere e, perciò, se alla vita consacrata mancasse la vita comune e fraterna, non sarebbe tale, mancherebbe una dimensione fondamentale. Il motivo di questa essenzialità sta nel fatto, come si spiega nello stesso numero, che «La relazione di comunione è manifestazione di quell’amore che, sgorgando dal cuore del Padre, ci inonda attraverso lo Spirito che Gesù stesso ci dona. Solo rendendo visibile questa realtà, la Chiesa, famiglia di Dio, è segno di una profonda unione con Lui e si propone come la dimora entro cui questa esperienza è possibile ed è vivificante per tutti. Cristo Signore, chiamando alcuni a condividere la sua vita, forma una comunità che rende visibile “la capacità di comunione dei beni, dell’affetto fraterno, del progetto di vita e di attività, che proviene dall’aver accolto l’invito a seguirlo più liberamente e più da vicino”. La vita fraterna, in virtù della quale i consacrati e le consacrate cercano di formare “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32), sull’esempio delle prime comunità cristiane, si “propone come eloquente confessione trinitaria”», citazione, quest’ultima, da Vita consacrata (n. 21), secondo la quale la realtà della comunione fraterna è il segno visibile e tangibile dell’Amore di Dio uno e trino.

Le basi di questa dottrina ormai consolidata, che costituisce uno dai capisaldi della teologia della vita consacrata, vengono, però, da molto lontano e in particolare dai testi dell’antica tradizione monastica. Uno di questi è la XVI Conferenza di Cassiano, unico testo tardo antico cristiano che porta il titolo, significativo, di De amicitia.

Perché questo titolo e di quale amicizia si parla in questo testo? Prima di tutto dell’amicizia che lega i due protagonisti delle Collazioni, Germano e lo stesso Cassiano, dei quali, nella I Conferenza, si dice, come già di un’altra celebre coppia di amici dell’antichità cristiana, Basilio e Gregorio nazianzeno, che erano «una mente e un’anima sola in due corpi (unam mentem atque animam duobus inesse corporibus)». Ma dall’amicizia a due, fondata su una solida base spirituale e sulla condivisone della vita monastica, Cassiano passa a parlare, in verità, della vita cenobitica e della vita fraterna comune. O piuttosto Cassiano sembra ampliare o declinare il tema dell’amicizia in quello della vita fraterna nella comunità monastica, quasi trasferendo i caratteri dell’amicizia al contesto più ampio della vita comune. Ed è questo l’aspetto forse più significativo e interessante di questa conferenza, che segna un’evoluzione nella riflessione di Cassiano proprio sul tema della vita comune nel cenobitismo antico. E che di cenobitismo si tratti e non più di un’amicizia personale è confermato dal fatto che Cassiano, sebbene non parli qui esplicitamente di monastero o di cenobio, cita, tuttavia, due passi biblici classici solitamente utilizzati a proposito della vita comune che si ritrovano anche nelle regole di Agostino e Basilio: il Sal 67,7: «Dominus… inhabitare facit unius moris in domo»; e il Sal 132, 1: «Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum». Inoltre ricorre anche al versetto di At 4, 32 («La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune») di cui Cassiano si serve anche nelle Istituzioni per parlare delle origini della vita cenobitica, tanto in Palestina quanto in Egitto, sul modello della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme. Inoltre le conferenze del II libro delle Collazioni, di cui fa parte quella che stiamo considerando, sono dedicate al cenobio di Lerins e al suo abate S. Onorato, il quale poco dopo aver ricevuto queste conferenze diventerà vescovo di Arles. La Seconda Regola dei IV Padri, seguita dal monachesimo insulare lerinese, dimostrerà in seguito di aver recepito proprio le indicazioni di Cassiano sulla vita comune in questa conferenza.

I due monaci, Germano e Cassiano, formano, infatti, una sorta di comunità elementare o micro-comunità, i cui caratteri possono essere estesi alla comunità monastica cenobitica di più ampie dimensioni. Con questa conferenza Cassiano viene così sviluppando anche la propria concezione della vita cenobitica dal punto di vista delle relazioni fraterne e della carità, tema che in precedenza ha solo abbozzato. Nelle Istituzioni, infatti, egli fa riferimento alla primitiva comunità di Gerusalemme come modello delle comunità cenobitiche d’Egitto, ma, parlando di queste, si limita ai rapporti per così dire verticali fra il monaco e il superiore. In questa conferenza, invece, si dà spazio, invece, alle relazioni orizzontali tra i fratelli, mettendo al centro l’amore reciproco ed elaborando anche delle norme per la salvaguardia della carità.

Dall’amicizia dunque alla carità, come fondamento della vita comune o dall’amicizia a due all’amicizia a più ampio raggio come tessuto delle relazioni fraterne nella vita della comunità monastica.

Ci sono molte forme di amicizia per Cassiano. «Per molti è stata una raccomandazione a metterli in contatto, poi fra loro è nata l’amicizia. Alcuni si son legati in amicizia nell’occasione di qualche contratto o convenzione che importava un dare e un ricevere. Altri hanno fatto amicizia per causa delle somiglianze e dei contatti che c’erano fra loro, o negli affari, o nella vita militare, oppure nel lavoro e nella professione. […] C’è anche un’altra specie d’affetto che nasce dalla natura e dalla legge del sangue: per essa sono preferiti a tutti gli altri i membri della stessa razza, lo sposo e la sposa, i genitori, i fratelli, i figli» (Coll. XVI, 2). Ma tutte queste forme d’affetto «nate da legami diversi, come ad esempio: desiderio di guadagno, passione, sangue, relazioni varie, si spezzano anche con facilità, alla prima occasione che si presenti» (Coll. XVI, 2). La vera amicizia, invece, quella che non si rompe, per Cassiano come per Aristotele e Cicerone, si fonda sulla comunanza delle virtù (similitudo virtutum). L’affetto può rimanere saldo soltanto fra coloro nei quali c’è un solo proposito e una sola volontà:

[…] un legame d’amicizia indissolubile può formarsi soltanto là dove regna un’uguaglianza di virtù […]. L’amore dunque può durare ininterrotto soltanto tra coloro che hanno gli stessi propositi, la stessa volontà: fra coloro che vogliono e non vogliono le stesse cose (unum velle ac nolle). […] Non vale nulla infatti abitare sotto lo stesso tetto, se si è separati dal sistema di vita e dai propositi; mentre per coloro che sono ugualmente fondati nella virtù, la distanza nello spazio non costituisce separazione. Davanti a Dio è l’unità della condotta, non l’unità di luogo, che fa abitare i fratelli nella stessa casa: la pace non può resistere inalterata là dove le volontà sono divergenti (Coll. XVI, 3).

Così nella vita comune del cenobio l’amicizia poggia per Cassiano su 6 pilastri:

1°: il distacco dai beni perché l’affetto del fratello sia il bene più prezioso:

Il primo fondamento della vera amicizia sta nel disprezzo dei beni mondani e nel distacco da tutto ciò che possediamo. Sarebbe cosa sommamente ingiusta ed empia se noi, dopo aver rinunciato alla vanità del mondo e di tutte le cose che in esso si trovano, anteponessimo una cosa da nulla che ancora ci resta, all’affetto prezioso di un fratello (Coll. XVI, 6,1);

2°: rinunciare alla propria volontà

In secondo luogo conviene che ognuno reprima le sue volontà personali, affinché, dopo essersi giudicato più bravo e più sapiente, non preferisca seguire il suo giudizio piuttosto che quello dell’amico (Coll. XVI, 6,1);

3°: mettere al primo posto il bene della carità e della pace

Il terzo elemento di amicizia sta nel persuadersi che tutto, anche ciò che si stima utile e necessario, val meno di quel bene che è la pace e la carità (6,2);

4°: guardarsi dall’ira

Il quarto consiste nella certezza che per nessun motivo, giusto o ingiusto che sia, è permesso andare in collera (Coll. XVI, 6,2);

5°: guarire l’ira del fratello e la sua tristezza;

La quinta regola è questa: bisogna desiderare di guarire l’ira che il fratello può aver concepito nei nostri riguardi, anche se ingiustamente. In quest’opera occorre mettere tanto zelo quanto ne metteremmo ad estinguere l’ira nostra, ben sapendo che dalla tristezza dell’altro noi traiamo lo stesso danno che trarremmo dalla nostra, posto che non ci sforziamo a cacciare quel sentimento dall’animo del fratello (Coll. XVI, 6,2);

6°: pensare che ogni giorno possiamo partire da questo mondo:

Infine, come potrebbe conservare il più piccolo rancore verso il fratello, uno che pensa di poter morire oggi stesso? (Coll. XVI, 6,2)

Ma la legge fondamentale della vita fraterna è il primato della carità. La carità, per Cassiano, «non è soltanto una cosa divina, ma è Dio stesso»:

La Scrittura divina pone così in alto la virtù della carità che il beato Giovanni apostolo giunge a dire: la carità non è soltanto una cosa divina: è Dio stesso: «Dio – egli dice – è carità e chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,16). Non è vero che noi sentiamo un elemento divino nella carità? Non sentiamo forse come una realtà viva quel che dice l’Apostolo: «La carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che abita in noi» (Rm 5,5) (Coll. XVI, 13).

Nella comunione fraterna, perciò, si manifesta la presenza di Dio nella comunità e attraverso la comunione fraterna è possibile l’esperienza stessa dell’Amore di Dio in noi e fra noi. E in questo senso, quanto Cassiano lascia intendere non è diverso da ciò che si legge in Vultum Dei quaerere e che il magistero ripropone: «La comunione fraterna è riflesso del modo di essere e di donarsi di Dio, è testimonianza che «Dio è amore» (1Gv 4, 8.16). La vita consacrata confessa di credere e di vivere dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e perciò la comunità fraterna diventa riflesso della grazia del Dio Trinità d’Amore» (n. 25). Nell’antica tradizione monastica, dunque, le basi dell’attuale spiritualità di comunione.

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