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“Uniti da un mirabile vincolo di carità”

di Dom Bernardus Peters[1]

Ogni famiglia religiosa ha il proprio apporto peculiare alla vita della Chiesa nella sua multiforme realtà carismatica. I figli di san Francesco hanno rinnovato la Chiesa mediante la forza evangelizzatrice della carità vissuta sino alla follia della espropriazione di sé; il solo nome della Certosa evoca la ricerca di Dio condotta in silenzio e solitudine, il solo nome del Carmelo la forza trasformante dell’orazione contemplativa, e così via.

Prendiamo questo testo, la lettera circolare di un Abate Generale Cistercense, per esprimere la vocazione peculiare, forse meno nota, di questa forma del monachesimo Benedettino. Lo facciamo nella persuasione che questa esprima in maniera particolarmente forte quello che la Chiesa, lo Spirito Santo nella Chiesa, chiede oggi a tutti noi, con il pressante invito a federarci, a congregarci, a camminare insieme:

Il Grande Esordio[2] […] descrive l’Ordine come “una Chiesa, un modo di vita e addirittura un Corpo di Cristo”. Noi vogliamo radunarci, […] in una comunità di comunità per dare forma a una vita evangelica […]. Una Chiesa suddivisa in numerose altre piccole Chiese, ma che formano una sola Chiesa, perché il modo di vivere è il medesimo. Un solo Corpo di Cristo. La legittima diversità è tenuta insieme da “un mirabile vincolo di carità”.

Tutto questo risulta, nel corso della Lettera, ben concreto e può essere fonte di ispirazione.

 

Care Sorelle e Fratelli,

Ma “prima che cominciassero a fiorire le Abbazie cistercensi”, il reverendissimo padre Stefano, ispirato dallo Spirito Santo redasse con il consiglio dei suoi fratelli quel decreto che si chiama “Carta di carità”. In esso ci viene insegnato in che modo i monasteri del nostro Ordine, diffusi nelle diverse parti del mondo, divisi anche per la diversità delle lingue, grazie a un mirabile legame di carità e di reciproca dimostrazione d’onore (cfr RB), costituiscano una sola chiesa, un solo Ordine, in una parola un solo corpo in Cristo. Ritenne che questo decreto si dovesse chiamare “Carta di carità”, perché le sue norme, rigettando ogni gravame di esazione, hanno di mira unicamente la carità e il bene delle anime nelle cose divine e umane”. (Exordium Magnum I,29,1-6)

La festa di San Bernardo è occasione per questa breve lettera circolare. Quando visito le comunità mi piace prendere il tempo per parlare separatamente con le persone in formazione e con i loro formatori. Cerco di ascoltare i loro sogni, il loro entusiasmo, il fuoco dell’inizio, ma anche le loro difficoltà e le loro domande. Recentemente un postulante mi ha domandato: “Qual è il vantaggio, per me e per la comunità, di appartenere a un Ordine?”

Sono rimasto piuttosto sorpreso da questa domanda, che non mi sarei mai posto da postulante. Forse non me la sarei posta mai in tutta la mia vita monastica. L’Ordine e l’appartenenza all’Ordine sono sempre stati qualcosa di naturale per me. Ad ogni modo non hanno mai costituito un problema, né una domanda.

Tuttavia, sono sempre più consapevole che non è così per tutti. Alcuni possono essere rimasti delusi dall’Ordine durante la loro vita. Forse le strutture dell’Ordine non hanno ascoltato bene i singoli o le comunità, oppure non si sono sentiti ascoltati e, di conseguenza, c’è stata sofferenza da una parte e dall’altra. Per costoro il senso di appartenere ad un Ordine costituisce, in effetti, un problema. Incontro talvolta delle comunità, oppure dei monaci o delle monache per i quali l’Ordine sembra essere qualcosa di assai lontano. Questi non sentono di far parte di un grande insieme. Il Capitolo Generale e gli incontri regionali sono vissuti come riunioni per i Superiori. La Visita Regolare non è tanto un legame con l’Ordine, quanto piuttosto con la Casa Madre o con la Casa Fondatrice. A volte ci sono anche sorelle e fratelli che cercano di tenere l’Ordine e le sue strutture il più lontano possibile dalla propria comunità. La domanda “Perché apparteniamo ad un Ordine?” non è poi così strana.

Questa domanda è diventata per me una sfida. Essa infatti tocca ugualmente il mio funzionamento come Abate Generale. Se non ci sono ragioni per l’esistenza dell’Ordine, allora non c’è nemmeno bisogno di una figura come quella dell’Abate Generale. Dopotutto, egli è “il vincolo dell’unità” (Cst. 82.1). Da quando sono stato eletto ho sperimentato l’importanza di raccontare la vita delle comunità dell’Ordine nel corso delle mie visite. Questo permette ai fratelli e alle sorelle di vedere la loro stessa comunità in relazione ad altre comunità che hanno un modo di vivere simile pur rispettando l’individualità di ciascuno (Cst. 71). Ciò apre non soltanto una finestra sulle altre comunità, ma anche una finestra sulla propria vita in seno alla comunità. Poiché anche a livello locale rimane una sfida per tutti vivere nell’amore e nel rispetto della diversità di ciascuno.

Il testo del Grande Esordio che ho citato all’inizio di questa lettera può aiutarci a trovare una risposta a questa domanda. Esso descrive l’Ordine come “una Chiesa, un modo di vita e addirittura un Corpo di Cristo”. Noi vogliamo radunarci, in quanto Cistercensi dispersi in tutto il mondo, in una comunità di comunità per dare forma a una vita evangelica secondo la Regola di San Benedetto e basata sugli usi cistercensi. Una Chiesa suddivisa in numerose altre piccole Chiese, ma che formano una sola Chiesa, perché il modo di vivere è il medesimo. Un solo Corpo di Cristo. La Dichiarazione sulla vita cistercense del 1969 afferma che “abbiamo sentito profondamente la comunione nell’esperienza vissuta dei valori spirituali che ci sono comuni. “La legittima diversità è tenuta insieme da “un mirabile vincolo di carità”.

La solidità di un tale vincolo, noi, in quanto Ordine, abbiamo potuto sperimentarla esplicitamente in diverse occasioni recentemente: la colletta per le nostre sorelle di Panama[3], la visite del Padre Immediato alla comunità di Mokoto[4] e in occasione del triste decesso di Dom Godefroy, abate di Acey. Questi avvenimenti dimostrano, forse meglio di qualsiasi risposta teorica, quanto sia bello e benefico vivere insieme come fratelli e sorelle e appartenere a un Ordine. Tre occasioni che dimostrano che non solo gli esseri umani, ma anche una comunità non sono fatti per vivere da soli ma sempre in relazione con gli altri.

Il Venerdì Santo 2023 Ho fatto appello alla generosità delle comunità dell’Ordine per aiutare le sorelle della comunità di La Paz che, a causa di circostanze politiche, sono state costrette a lasciare il Nicaragua. Si sono ritrovate spogliate di quasi tutti i loro beni e hanno dovuto ricostruire la loro vita altrove. Avete risposto a questo appello di aiuto con molto amore. Nel giro di quattro ore, in quel Venerdì Santo, è arrivata sul conto della Casa Generalizia la somma necessaria di 800.000 euro. Come indicato nella lettera si trattava di una somma di base, ma le sorelle avevano certamente bisogno di molto di più. Voi avete donato con generosità, perché alla fine la somma ricevuta è stata di 2,4 milioni di euro. Per questo un grande grazie non solo da parte mia e del Consiglio, ma anche da parte di M. Fabiana e delle sorelle di La Paz. (…)

Vedete qui una ragione concreta per la quale apparteniamo ad un Ordine. E’ un corpo grazie al quale siamo chiamati a sostenerci gli uni gli altri, non solo con la preghiera e il buon esempio, ma anche condividendo realmente la nostra sovrabbondanza con altre comunità che sono nel bisogno. È stato davvero impressionante vedere come le comunità povere dell’Ordine abbiano donato piccole quantità della loro sovrabbondanza.

Il secondo esempio grazie al quale abbiamo potuto sperimentare “il mirabile legame di carità” è la visita che Dom Damien, Abate di Scourmont, ha fatto recentemente ai fratelli di Mokoto (Repubblica Democratica del Congo) in circostanze molto difficili. Dall’inizio dell’anno, la Regione in cui vivono i nostri è devastata da un conflitto che dura da molto tempo. I nostri fratelli hanno assunto le proprie responsabilità e hanno offerto ospitalità a migliaia di persone che erano fuggite dalle loro case.

Il Capitolo Generale del settembre 2022 aveva elevato Mokoto al rango di Abbazia ma, a motivo della situazione di guerra, non era stato possibile che questa elevazione avesse luogo ufficialmente. Finalmente il Padre Immediato ha potuto far visita ai fratelli e la cerimonia ha avuto luogo, mentre intorno continuavano i combattimenti. Un segno di speranza! Per Dom Vedaste e per i fratelli si trattava di un avvenimento importante, grazie al quale, tra tante difficoltà, era loro permesso di sperimentare il legame con l’Ordine, attraverso la mediazione del loro Padre Immediato. Un’esperienza che ha mostrato loro che non erano abbandonati a se stessi.

Il terzo esempio concreto che vorrei citare in risposta alla domanda sul perché apparteniamo a un Ordine, è la tragica morte di Dom Godefroy, abate di Acey. Questa morte inattesa ci ha colpiti tutti profondamente. Il giorno in cui è scomparso arrivavano già da tutte le parti messaggi di sostegno, non soltanto ai fratelli di Acey, ma anche in Casa Generalizia. Sorelle e fratelli che assicuravano la loro preghiera. Quante preghiere e quanta speranza, quel giorno!

Quando ci è caduta addosso la triste notizia della sua morte, si è nuovamente manifestata un’ondata di solidarietà. Penso che innanzitutto sia stato un grande conforto, per i fratelli di Acey, constatare che non erano soli nel dolore. Il mattino dei funerali, con i Superiori già tutti presenti, abbiamo avuto un incontro in capitolo con i fratelli. Ho cercato di dare una parola di conforto e di incoraggiamento ai fratelli, ma la cosa che colpiva maggiormente era il fatto che noi fossimo là come comunità dell’Ordine, rappresentate dai rispettivi Superiori, semplicemente per condividere il lutto e sostenersi a vicenda. Un momento davvero forte, che ha mostrato che, come comunità, abbiamo un’attenzione pastorale gli uni per gli altri. (Cst. 71.2)

Ecco tre esempi concreti del perché apparteniamo a un Ordine. Fratelli e sorelle, una persona, un’organizzazione e quindi l’Ordine, in crisi si trova ad affrontare la sfida della tendenza a voler seguire la propria strada. Ci si chiude agli altri perché li si vede come una minaccia, ci consideriamo troppo buoni o troppo cattivi, oppure aspettiamo tranquillamente in un angolo tempi diversi e migliori. È proprio questo il momento in cui abbiamo disperatamente bisogno l’uno dell’altro come comunità. È proprio in quel momento che vedremo se il legame d’amore è solido o una corda sottile. Che benedizione sperimentare che il legame di carità nell’Ordine è solido e sempre mirabile! È grazie a questo che possiamo riprenderci!

L’unica risposta alla domanda: perché apparteniamo a un Ordine? Per amore! Durante le Vigilie di questa settimana abbiamo letto un bellissimo testo della Beata Madeleine Delbrêl (1904-1964): “Se questo pezzetto di umanità (i celibi per amore del Regno) fa il passo verso il Signore, è per vivere solo dell’Amore con cui Lui ama l’umanità.”

Appartenere a un Ordine significa vivere l’amore con cui Dio ama l’umanità. È l’amore vissuto nella Chiesa delle nostre comunità; è l’amore vissuto in uno stile di vita simile; è l’amore vissuto nel Corpo di Cristo. Che questa lettera inviti tutti voi a riflettere con gratitudine sul motivo per cui apparteniamo a un Ordine e a unirvi a me nel ringraziare il Signore e la Vergine del Silenzio per questo legame di mirabile Carità.

Dom Bernardus Peeters, OCSO, Abate Generale

________________

[1] Abate Generale dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza – OCSO, lettera circolare, Tilburg, 20 agosto 2023 https://ocso.org/news/abbot-general/.
[2] Testo fondativo dell’Ordine Cistercense del XII secolo
[3] Comunità rifugiata perché espulsa dal proprio monastero in Nicaragua
[4] Monastero in Congo

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