Sr. Patrizia Girolami (OCSO)
C’è una sapienza nella vita monastica? La risposta è senza dubbio sì. Anzi la vita monastica si può considerare una forma stessa di sapienza. Ma che cos’è, allora, la sapienza?
Nell’Antichità la sapienza qualificava un intero modo di vivere che implicava non soltanto la conoscenza e il governo di se stessi, ma anche la capacità di vivere in comunione con gli altri e con l’intera creazione. Nel libro dei Proverbi, si paragona la vita dell’uomo a una “via”, a una “strada”, e capire dove ci porta questa strada definisce anche che cos’è la sapienza per la Bibbia: «Sapienza dell’accorto è capire la sua via» (Pr 14,8). La sapienza biblica, dunque, possiede un tratto esistenziale ed è imprescindibile per orientarsi nella vita: è un “saper vivere” che abbraccia tutte le dimensioni dell’esistenza. Nel Nuovo Testamento, e in particolare nella letteratura paolina, essa trova la sua manifestazione in Cristo crocifisso, «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1, 24), e nella “debolezza” e “stoltezza” della Croce.
Nel cristianesimo la sapienza ha trovato concreta espressione nella tradizione monastica, rappresentando una forma olistica di sequela di Cristo quale testimonianza dell’Incarnazione della Parola. Tale modo di vivere ha generato anche uno specifico stile di pensiero che ha trasformato l’antica paideia classica ed è diventato la base di una nuova cultura in Occidente.
Il Simposio monastico «Sapienza: forma di vita e di pensiero», che si è svolto dall’8 al 10 aprile presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo, a Roma, ha cercato proprio di approfondire questa concezione della sapienza cristiana e di mostrare l’attualità dello stile monastico, specificamente benedettino, di vivere la fede e insieme di fare teologia.
Tre gli ambiti che i diversi interventi hanno, per così dire, cercato di indagare. Il primo, quello delle fonti della sapienza monastica: la Scrittura, da un lato, come ha mostrato l’Abate J. Driscoll (Wisdom as a Way of Life and Prayer), e la Regola e la Vita di S. Benedetto, dall’altro. Su quest’ultimo aspetto hanno insistito F. Rivas (“Il Libro dell’Esperienza” e la saggezza della stabilità), l’Abate P. M. Gionta (Sapienter indoctus. Il carattere paradossale della sapienza cristiana), M. Wilde (L’uomo formato e informato da Dio – l’esempio di San Benedetto nei Dialoghi di Gregorio Magno) e M. Scheiba (Il gusto di vivere. Sapienza e vita nella Regula Benedicti). M. I. Angelini (“Attratte dai margini”. Dalle radici ai germogli. La ricerca di sapienza nella nostra esperienza monastica, per la chiesa, nella storia e nel mondo) ha cercato, poi, di tratteggiare la declinazione specificamente femminile della sapienza benedettina, attraverso anche la storia e la fisionomia del monastero di Viboldone, mettendo l’accento sulla «singolare capacità (“arte” piuttosto che tecnica) generativa», che caratterizza l’universo femminile.
Il secondo ambito è stato, poi, quello della teologia o meglio di una teologia che, alla luce anche delle prospettive aperte dalla Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium, possa recuperare la grande tradizione sapienziale. Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, S. Em. il Card. V. M. Fernandez, ha messo in evidenza, con un percorso meditativo negli scritti di S. Bonaventura, il rapporto imprescindibile fra teologia e vita; mentre S. E. Mons. V. F. Viola, Segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (Ars celebrandi. Spunti per una teologia sapienziale) e J. Piqué i Collado, O. S. B. (Psalliter sapienter: canto e musica nella vita monastica oggi? Una lettura liturgico-teologica), hanno mostrato piuttosto l’apporto che alla teologia viene dalla vita liturgica. D. Terstriep, S. J. (Light from the North? Thoughts about wisdom theology on a Swedish background), si è soffermato sull’eredità della spiritualità e pensiero di S. Bernardo nella teologia in Svezia e la Prof. ssa I. Bruckner (La disciplina della cura di sé. Sapienza monastica e le ricerche di formae vitae post-secolari) ha evidenziato i possibili punti di contatto e le aperture fra la cura di sé nella cultura post-secolare (J. Derrida e M. Foucault) e la sapienza cristiana monastica. Infine, C. U. Cortoni, O. S. B. Cam. («Una teologia come sapienza». Ovvero l’elaborazione di una teologia mista (Scolastica-gnosi-sapienza) in Cipriano Vagaggini), ha presentato la ricerca di una teologia sapienziale in A. Stolz e C. Vagaggini.
Il terzo e ultimo ambito di indagine è stato, infine, quello della specifica forma che l’Ora, Lege et Labora di Benedetto imprime alla vita monastica benedettina. L’Abate D. Ogliari, O. S. B. (La sapienza monastica fra tempo e spazio) ha tracciato la concezione monastica del tempo e dello spazio, così come emerge dalla prassi stessa della vita benedettina; sr. J. Metzdorf, O. S. B. (“L’albero della vita è la sapienza” (Ilario di Poitiers). Incontri con Cristo tra giardino e cielo stellato nell’esegesi patristica), ha spiegato il senso dell’immagine sapienziale dell’albero della vita e del giardino nella tradizione biblica e patristica; e sr. M. Zátonyi, O. S. B. (“Quinque sensibus sapiens” (Ildegarda di Bingen). Un concetto benedettino sulla partecipazione dell’uomo all’atto creativo di Dio nel mondo) ha presentato la concezione dell’uomo nel pensiero di Ildegarda, mostrando la convergenza di antropologia e cristologia e il carattere dinamico e “operativo” della sapienza.
Il Simposio si è concluso con una tavola rotonda sul tema della sapienza nell’osservanza monastica, a cui hanno partecipato l’Abate Primate della Confederazione benedettina e Gran Cancelliere di questo Ateneo, Dom Jeremias Schröder; l’Abate Generale dell’Ordine cistercense della Comune Osservanza, Dom Mauro Giuseppe Lepori; l’Abate Generale dell’Ordine cistercense della Stretta Osservanza, Bernardus Peeters;[1] e il Priore Generale dei Camaldolesi, Dom Matteo Ferrari, e che ha visto raccolto, per un confronto a più voci, tutto il mondo monastico di regola benedettina.
È emerso un quadro della sapienza monastica, non – per usare le parole dell’Angelini – come “sapere diminuito”, ma al contrario come sapere “vitale”, che si nutre della stessa sapienza biblica, «dimorando stabilmente e sempre di nuovo nelle radici della fede: Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,6-7)», e riconoscibile da “pratiche di vita” più che da teorie astratte. Una forma di “sapere globale”, radicata nella lectio divina, nella liturgia, nell’humus della vita comune e delle osservanze, in cui «la dottrina trapassa a informare la vita» e «la libertà della fede coinvolge la mente, la sensibilità, la “carne”», plasmando “un’esperienza vitale”, che è necessario, sempre più, oggi, in questo nostro tempo, custodire, coltivare, trasmettere.
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[1] Che a causa di un impedimento è stato poi sostituito da un membro del suo consiglio.
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