Menu Chiudi

Vocazione. In cammino su strade sconosciute

Vocazione. In cammino su strade sconosciute

Pubblichiamo alcuni stralci dell’autobiografia di un Padre eremita, Padre Giuseppe Castelli, recentemente tornato al Signore.  Spesso il buon monaco cenobita rimane perplesso di fronte ad uno stato di vita che può riservare molte illusioni, insidie e delusioni. Pur riconoscendo tutto questo, vogliamo, pubblicando queste righe, esprimere la profonda stima che abbiamo per coloro che sono chiamati a questa vocazione; il profondo affetto per un Padre che, se pure conosciuto di sfuggita, ci è rimasto in cuore; la profonda convinzione che ogni vita consacrata, sotto qualsivoglia forma, è preziosissima davanti a Dio.[1]

 

Quando si lascia la casa paterna

Sono nato in un paesotto della pianura padana così bella, quando era bella. La mia era una famiglia di contadini. Mio padre decise di lavorare in proprio e accettò l’offerta di una mezzadria, un vero e proprio latrocinio legalizzato. I miei non avevano nulla e dovettero indebitarsi con le padrone dei terreni, due sorelle, per iniziare la nuova avventura che durò fino a quando io decisi di entrare in seminario.

Famiglia, scuola e oratorio erano i luoghi più frequentati e che hanno inciso in maniera significativa sulla formazione individuale, ecclesiale e sociale dei ragazzi che lo frequentavano.

L’idea di farmi prete, così si diceva allora, non mi era mai passata per la testa. Per questa ragione quando verso la fine di 17 anni mi balenò l’idea di entrare in seminario rimasi sorpreso. Anche perché, osservando la vita che conducevano i preti, mi domandavo sempre che vita fosse la loro, soli, con quell’abito nero addosso e senza una famiglia propria. Nonostante questa convinzione, l’idea di farmi sacerdote si faceva sempre più insistente. Finalmente mi feci coraggio e andai a parlare col prete dell’oratorio, il quale rimase molto sorpreso. Mi diede un libricino di preghiera che conservai per molti anni. E mi raccomandò di pregare. Ma io già stavo pregando con preghiere spontanea, andando avanti e indietro dai campi, con il carretto trainato da un cavallo. Incominciai a cercare luoghi solitari dove riflettere pregare, quando mi era possibile. Il santuario del paese era il rifugio più naturale.

L’idea di farmi sacerdote divenne desiderio e il desiderio divenne decisione. Nel cassetto del comodino della camera avevo notato più volte un piccolo album di fotografie del seminario scalabriniano dove mio fratello era stato per due anni dopo le elementari. Fu proprio quell’album con fotografie di missionari sparsi in tutto il mondo e con didascalie che ne spiegavano il contenuto, che mi convinse ad entrare in quella Congregazione.

Io non avevo il coraggio di comunicare ai miei genitori la decisione che avevo preso e chiesi al parroco di comunicarla loro. Durante i tre giorni di ritiro che il curato dell’oratorio organizzava per i giovani dell’oratorio ogni anno, Monsignore andò a parlare con i miei e comunicò la mia decisione. In famiglia piombò il silenzio. Per una quarantina di giorni non ci si parlò. Fino a quando, zappando il granoturco insieme, mio padre incominciò a parlare e mi fece una raffica di domande nel tentativo di dissuadermi. La famiglia visse momenti drammatici anche perché mio fratello, qualche mese prima, era partito per il periodo militare, che allora durava due anni. I genitori quindi sarebbero rimasti soli. In una atmosfera drammatica lasciai casa. Ci salutammo e io iniziai il cammino verso il sacerdozio. In seguito compresi di avere in qualche modo vissuto quello che Pietro e gli altri apostoli avevano sperimentato, quando avevano chiesto che ricompensa avrebbero ricevuto per averlo seguito:

“Pietro allora gli disse:”Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù gli rispose:” In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia o a causa del vangelo che non riceva già al presente cento volte tanto in case, fratelli e sorelle e madri e figli e campi insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna (Mc 10,28-31).

(….)

In seguito percorsi il cammino normale verso il sacerdozio. Io, a cui la mucca aveva letteralmente mangiato i libri, mi ritrovai spinto a continuare gli studi anche in missione fino a raggiungere il dottorato in teologia pastorale.

La prima chiamata fu quindi punteggiata da tante sorprese. E questo accadde anche nella mia famiglia. In seguito alla mia partenza i miei decisero di lasciare la mezzadria. Mio padre e mio fratello trovarono subito il lavoro; anche mia sorella, benché molto giovane, iniziò a lavorare. In poco tempo riuscirono, con l’aiuto dei fratelli di mio padre, a costruire una bella casa: il tutto vissuto in un clima di serenità e di gioia. Il Signore li ricompensò a modo suo.

Vivevo con gioia la mia vita sacerdotale e missionaria fra i nostri connazionali in Canada a servizio di una nostra grande parrocchia. Immigrati di prima generazione: famiglie giovani con parecchi figli e provenienti da tutte le regioni d’Italia, specialmente dal sud e dalle isole con in comune un sogno, quello di rifarsi una nuova vita e per dare futuro ai loro figli. E il Canada offriva loro grandi opportunità. Ma quanta nostalgia portavano nel cuore! L’emigrazione è un dramma umano da non augurare a nessuno.

Rimasi in quella parrocchia dal 1970 al 1976 lavorando e studiando. Anch’io portavo “dentro” il mio sogno: quello di servire la nostra gente dando il meglio di me stesso. Poi fui trasferito a Toronto!    Dove la congregazione aveva un seminario di teologia. Vi rimasi fino al 1983. Il mio compito era quello di seguire gli studenti per quello che riguardava gli studi e, allo stesso tempo iniziai a insegnare teologia pastorale alla facoltà di teologia dell’università di Toronto.

Dopo circa tre anni dal mio arrivo a Toronto, incominciai ad avvertire una strana inquietudine. Non riuscivo a capire che cosa fosse, da che cosa dipendesse, quale ne fosse l’origine e il perché mi succedesse questo, proprio quando avevo raggiunto un importante obiettivo nell’insieme della pastorale della Congregazione: quello di riuscire a dialogare ad alto livello nella chiesa locale e nel contesto socio-culturale del Paese che accoglieva i migranti. (…)

Tutto questo fu una conferma della necessità di aiutare, stimolare la Chiesa locale a prendere maggiore consapevolezza del suo importante ruolo di accompagnamento del migrante nel suo lento cammino dell’integrazione nella società civile. In questa prospettiva va visto anche l’insegnamento universitario.

L’università di Toronto aveva capito il problema e quando presentai le linee guida del corso che intendevo insegnare, subito mi chiesero un primo corso. In seguito mi domandavano continuamente progetti. E io di progetti ne avevo tanti! Il più urgente era quello di organizzare una biblioteca specializzata. Ma soprattutto di preparare i sacerdoti che venivano a lavorare per i propri connazionali con corsi di lingua, di storia della chiesa locale e altro ancora in modo che fossero pronti per il loro lavoro pastorale fra la propria gente

Nonostante mi fossi inserito bene nella pastorale della chiesa di Toronto e che l’università mi chiedesse continuamente progetti perché aveva capito l’attualità, e l’importanza del problema dell’inserimento dei migranti nel tessuto sociale canadese e della chiesa, nonostante tutto questo, l’inquietudine che portavo dentro di me cresceva. Un disagio così simile a quello che provai nella prima chiamata. (…)

Non sapevo a chi rivolgermi, perché non conoscevo nessuno che potesse aiutarmi. Mi sentivo sempre più attratto dalla preghiera, dalla spinta verso la solitudine, il silenzio, l’ascolto della parola di Dio, la radicalità, la verità. Tanti dubbi e domande sorgevano dentro di me. Riguardo al silenzio, mi chiedevo: “Ma io che dopo due giorni di esercizi spirituali, non ce la facevo più e cercavo qualcuno con cui parlare, come farò a vivere nel silenzio. Puntualmente mi arrivava ad ogni interrogativo questa risposta che Dio ha dato ad Abramo: “Ma tu va”.

Partecipavo alle varie attività della congregazione con vari incarichi a livello provinciale. Presi parte anche al capitolo generale, come delegato della mia provincia. Cercai di dare il mio contributo alle varie discussioni sulle problematiche della congregazione, ma il mio dissidio interiore cresceva. Per me furono giorni di grande sofferenza interiore, ma dovevo apparire sereno.

(…)

Passò a trovarci a Toronto il superiore provinciale per la visita canonica. Nutrivo una certa apprensione. Mi dava tuttavia coraggio il fatto che era stato con noi a Toronto prima di venire eletto superiore provinciale quindi ci conoscevamo molto bene. Nel nostro incontro mi parlò a lungo delle problematiche della provincia, poi iniziai io a parlare e gli dissi tutto. Mi ascoltò a testa bassa, ma con grande attenzione. Alla fine mi guardò commosso. Non potrò mai dimenticare quello sguardo così intenso e così paterno. Non mi chiese nulla, semplicemente mi suggerì di scrivere al superiore generale, che in quel momento si trovava in Brasile.

Il giorno dopo, in cinque minuti, scrissi la lettera più importante della mia vita nella quale comunicavo la mia decisione. Dopo qualche giorno il superiore generale venne a Toronto. Gli spiegai tutto quello che avevo vissuto gli ultimi tre anni. Lui mi ascoltò attentamente. Non mi fece domande e nemmeno mi invitò a ripensare la mia decisione. Mi disse solo che non si meravigliava, perché aveva sempre notato in me una ricerca nel profondo. Qualche giorno dopo telefonai al superiore provinciale per comunicargli la mia decisione definitiva: sarei rimasto a Toronto fino al termine dell’anno accademico poi sarei rientrato in Italia. Era il tredici maggio del 1983 quando atterrai a Roma.

(…)

Cominciai a cercare un posto adatto a una vita di tipo eremitico. Avvertivo dentro di me il desiderio di scomparire, di un taglio netto, di essere dimenticato. Come prima tappa mi recai in Calabria, a Mileto. Il vescovo era al corrente della mia ricerca, perché il Superiore Generale lo aveva informato di tutto. Mi portò lui stesso in un luogo chiamato Il Porro, ma la casa che mi offriva non mi garantiva la tranquillità necessaria, perché a poca distanza c’era un ristorante. Mi recai, quindi a Viterbo, dove fui ospite per qualche giorno di un sacerdote che avevo conosciuto a Toronto e che nel frattempo aveva informato il e vescovo sulla mia intenzione di essere accolto nella sua diocesi e il vescovo acconsentì volentieri. Questo sacerdote mi condusse a Grotte di Castro sul lago di Bolsena. Egli conosceva bene il vice parroco, che mi portò a vedere una chiesetta molto antica con annessa una piccola canonica e un appartamento abitato da una famiglia di contadini con tre figli.  Vi rimasi per due mesi, poi me ne andai perché i bambini mi disturbavano troppo. Mi segnalarono un podere abbandonato, situato a mezza costa con vista sul lago. Mi recai a vederlo e mi piacque subito, nonostante fosse in pessime condizioni. Vi ritornai il giorno dopo, da solo. La casa era immersa nei rovi, porte e finestre distrutte dai cacciatori che ne avevano fatto una specie di tiro a segno. Ma il silenzio era assoluto e il panorama sul lago dava tanta pace. La domenica successiva ne parlai col parroco di S. Lorenzo Nuovo che stavo aiutando da qualche domenica. Quando lo informai della mia scelta, mi guardò fisso e mi disse: “Ma tu vuoi andare ad abitare in quel podere allo sbando da anni? Si fissò comunque un appuntamento con il proprietario del podere e il giorno dopo andammo a trovarlo. Una persona gentilissima, apparteneva a una famiglia ricca della zona. Mi ascoltò sorpreso; poi mi disse: “Lei vuole stabilirsi in quel podere abbandonato da anni, in condizioni pietose, senza acqua e senza luce? Comunque quando vuole andare, vada pure. Ora le do le chiavi”. “Guardi che non occorrono, perché la porta è stata distrutta dai cacciatori”. Non si meravigliò più di tanto. Lo ringraziai e lo salutai. Feci la valigia e mi stabilii in quel podere. Era il mese di maggio. Piovve per quaranta giorni. L’acqua entrava dal tetto, dalle finestre e dalla porta…di cui restavano solo gli stipiti.

Nella casa non c’era nulla, nemmeno un ago. La gente del paese, saputolo, mi portò subito una brandina per dormire. Poi mi fornirono di tutto il necessario per iniziare a viverci: un tavolo, due sedie, alcune stoviglie in pochi giorni riuscii ad arredare la casa con lo stretto necessario, compresa una lampada a gas per illuminare la cucina. Per il resto mi muovevo con una lampada simile a quelle usate, allora, nei campeggi. Adibii una delle due stanze disponibili a cappellina. Per il bagno avevo ettari di terra attorno. C’era anche un pozzo alimentato dall’ acqua piovana, ma le grondaie erano state semi distrutte dai cacciatori. Mi dava solo l’acqua necessaria per lavare le stoviglie. Per il resto mi fornivo dell’acqua di una sorgente che scorreva sotto il podere, un dislivello di 30 metri circa per un percorso di circa 300 metri.

La gente commentava: “Lei viene dall’America dove c’è di tutto e di più e qui non ha niente”. Sì, era vero, ma io mi sentivo così felice.

(…)

Rimasi in quel podere per undici anni. Poi decisi di lasciarlo, perché troppa gente veniva a trovarmi: chi per un dialogo, chi per confessarsi, chi per una visita di cortesia ecc. Ma io sentivo il bisogno di silenzio e di solitudine.

(…)

Quando decisi di trasferirmi altrove, ne parlai anche con X, perché una volta mi aveva detto che la sua famiglia possedeva una seconda casa, dove passavano le vacanze, ma ora era abbandonata. La suora prese contatto con i genitori, i quali la misero subito a mia disposizione. (…)

Il vescovo di Arezzo mi accolse molto volentieri. Vi rimasi per oltre due anni. Il luogo era ideale, si sarebbe detto, per una vita come la mia, eppure vivendoci, constatavo in me il desiderio di una sistemazione più semplice e austera.

Notai dall’altra parte della valle un campanile a vela. Mi incuriosì e il giorno dopo tentai di raggiungerla. Non avevo chiesto informazioni a nessuno, ma riuscii da solo ad arrivare fino alla stradina che portava alla casa, che avevo individuato nel bosco. Ma non si poteva scendere con la macchina, perché sulla piccola strada erano cresciuti cespugli di rovi e di ginestre. Vi ritornai il giorno dopo con un falcetto per aprirmi la strada e riuscii ad arrivarci. Era un piccolo borgo. Le case erano in uno stato disastroso: tetti sfondati, pavimenti rubati, tre bellissimi focolai strappati dalla parete, non c’erano più né porte né finestre. Solo la portaccia della chiesetta era rimasta. Le mura perimetrali del manufatto erano ancora in buone condizioni e il posto era stupendo: lo sguardo poteva ammirare la piccola valle sotto e gran parte della Valdichiana.

Il giorno successivo riuscii a scendere con la macchina. Al mattino ripulivo attorno all’eremo e a mezzogiorno rientravo a casa. E così per diversi giorni. Un giorno vennero a trovarmi un mio cugino assieme ad alcuni amici. Li portai a vedere il posto e il lavoro che stavo facendo. Mi chiesero se era mia intenzione trasferirmi lì e io dissi sì. Prima di ripartire mi promisero che sarebbero venuti ad aiutarmi assieme ad altri loro amici. E così è stato.

Incominciò allora una meravigliosa storia di provvidenza. In pochissimo tempo si formò un gruppo di volontari che scendevano dal mio paese (480 km) due o tre volte all’anno e rimanevano per una settimana, lavorando dalla mattina alla sera. D’estate scendevano anche gli adolescenti dell’oratorio con i loro catechisti. L’acqua ci veniva rifornita da un signore del posto che mandava uno dei suoi operai con una cisterna di cinquanta quintali. Un altro ci diede un piccolo generatore, che assicurava l’elettricità necessaria. Non era mia intenzione ristrutturare tutti gli ambienti, ma non volli neanche fermare la provvidenza. E così, grazie a volontari e benefattori, nel giro di tre anni circa si riuscì ad ultimare i lavori. Poco prima della fine pensavo di fare una festa, invitando tutti coloro che avevano dato lavoro e soldi e ne parlai con colui che era un po’ l’anima del gruppo dei volontari. Mi rispose: “Assolutamente no, perché per noi venire qui è sempre stata una festa”.

 

Percezione di una Presenza

Tutto il travaglio interiore sperimentato durante il tempo delle due chiamate, quei due scossoni assolutamente imprevisti, fuori da ogni logica, che cambiarono la mia vita provocarono una grande sofferenza. Ma furono anche un grande dono.

E’ stata un’esperienza dell’esistenza di Dio.

Avevo, certo, studiato sia in filosofia che in teologia, le prove dell’esistenza di Dio, ma in quei giorni di buio e di richiesta di luce per comprendere ciò che stava accadendo dentro di me, percepii una Presenza misteriosa, ma reale, che mi ispirava e mi dava tanta fiducia e che mi stava accompagnando passo dopo passo verso la fine del tunnel. Una Presenza che era entrata nella mia vita e che stava operando un cambiamento così importante.  Un Dio che non avevo mai incontrato nonostante sia cresciuto in una famiglia di credenti. Nonostante, in seguito, gli studi e la formazione spirituale ricevuta negli anni di seminario. Nonostante anni felici, vissuti con entusiasmo. La certezza di questo mi fu chiara quando in seguito mi domandavo come sia stato possibile aver fatto quel passo “oltre”. Non era stata una crisi interiore o la ricerca di un cambiamento, o la stanchezza di un tipo di vita religiosa che non mi dava più nulla, o un problema affettivo o altro ancora. Nulla di tutto questo. E invece si trattava di un’esperienza in cui Dio opera nella persona che egli sta chiamando, e che, illuminata dalla grazia, arriva a una decisione mai immaginata, ma nella libertà.

Gli uomini possono esortarti, incoraggiarti e convincerti a operare scelte importanti, ma non possono darti la forza e il coraggio di prendere decisioni che sconvolgono il corso della tua vita in maniera così radicale per indirizzarla verso cammini inaspettati e mai immaginati. Mi sentivo come uno che si rendeva sempre più conto che dentro di sé stavano cambiando le certezze, le priorità le motivazioni e egli ideali che erano stati la molla della mia esistenza, che le avevano dato senso e direzione ormai certi. E percepire allo stesso tempo che la mia vita stesse sfuggendomi di mano e scivolasse nelle mani di qualcun altro che ti conduceva su sentieri sconosciuti. Pregando i Salmi mi colpivano sempre di più e mi sembravano sempre più veri, più dentro la mia vita versetti come: “Mi indicherai i sentieri della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal, 11(15).

È l’esperienza del mistero dell’obbedienza nella libertà, di due realtà in sé stesse inconciliabili. Una persona veramente chiamata sperimenta questo passaggio dentro di sé e rimane stupita e si domanda come sia possibile che ciò accada. (….)

Quante domande mi venivano spontanee durante la seconda chiamata. La risposta era sempre la stessa. Mi domandavo:” Certo il silenzio e la solitudine sono importanti…ma per tutta la vita!”. Risposta: “Ma tu va”. Dove, come trovare un luogo adeguato che rispondesse alle mie esigenze? Risposta:” Ma tu va”. Come potrò cavarmela dal punto di vista economico: “Ma tu va”. E così tante altre domande.

Mi aiutò molto la meditazione sulla vocazione di Abramo, quando Dio gli ordinò di lasciare la sua terra e la sua parentela e partire verso una terra che non conosceva.

“Il Signore disse ad Abramo:” Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.  Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12,1). 

Questa partenza per un paese sconosciuto sta all’origine della grande “casa” o famiglia che fonderà Abramo, denominato tanto dalla tradizione ebraica che da quella cristiana il “padre dei credenti”.

Anche la vocazione di Amos mi aiutò. Amos fu denunciato da Amasia, sacerdote di Betel, perché aveva profetizzato la morte di Geroboamo e l’esilio del popolo Israele. Il profeta rispose, affermando che il movente di quella sua profezia fu la chiamata irresistibile di Dio.

“Non ero profeta né figlio di profeta;

ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.

Il Signore mi prese,

mi chiamò mentre seguivo il gregge.

Il Signore mi disse:

Va’ , profetizza al mio popolo Israele( Am 7,14).

 

Cambiano tempi e modi dell’intervento dall’Alto. Cambiano le modalità delle chiamate e delle risposte, assieme a dubbi, paure e tentazioni di ogni genere. Ma tutto viene superato, grazie all’azione dello Spirito Santo operante nel cuore di ogni chiamato/a. (…)

____________

[1] Padre Giuseppe Castelli, pro manuscripto.

Visualizzazioni: 115

Pubblicato in Vocazione

    Donazione detraibile fiscalmente per le opere della Fondazione Monasteri ETS

    Il tuo nome e cognome *

    La tua email *

    Il tuo messaggio

    Importo della tua donazione (in euro)*

    Riceverai via email i dati del conto bancario dell'Associazione N.S. della Pace su cui effettuare il bonifico per la tua donazione detraibile fiscalmente a favore delle opere della Fondazione Monasteri ETS.

    OPERA SAN PIO X

    Della società San Vincenzo De’ Paoli per l’assistenza dei monasteri di clausura

    Per aiuti ai monasteri

    Via XX Settembre, 23
    10121 Torino

    338 8714418 Antonio
    338 8304980 Daniele

    info@dalsilenzio.org

    www.dalsilenzio.org

    Il bollettino “Dal silenzio” comunica notizie dai monasteri e parole per le contemplative.

    CNEC

    Centro Nazionale Economi di Comunità

    www.cnec.it

    Il CNEC, associazione tra istituti religiosi ed ecclesiali, si propone di studiare e approfondire i problemi del servizio economale.
    Essa offre ai propri soci supporto tecnico amministrativo per una maggiore preparazione degli economi.

    L’associazione, inoltre, promuove la valorizzazione e la sostenibilità delle opere nate dai diversi carismi.

    Il CNEC stimola gli istituti religiosi alla collaborazione per la gestione e il futuro delle opere.

    Infine, si impegna a collaborare con le istituzioni preposte alla guida della vita consacrata (CEI – USMI – CISM),
    e con le altre associazioni che operano a favore degli istituti religiosi.

    Fondazione Monasteri ETS
    Panoramica Privacy

    Abbiamo aggiornato la nostra Informativa per la Tutela della Privacy in base al GDPR.

    Questo sito Web utilizza solo i cookie tecnici, strettamente necessari per consentirci di offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito web.

    È possibile avere informazioni sui cookie navigando le schede sul lato sinistro.